cerca

Numeri alla mano il decreto “dignità” è un autogol ideologico

Una battaglia contro il lavoro a tempo determinato è anti economica: è una forma contrattuale in crescita durante la ripresa

25 Luglio 2018 alle 09:47

Numeri alla mano il decreto “dignità” è un autogol ideologico

Foto LaPresse

Intraprendere una battaglia ideologica contro il lavoro dipendente a tempo determinato, come ha fatto il tanto discusso decreto “dignità”, va contro non solo alla logica di un mercato del lavoro dove domanda e offerta si stanno oggi bilanciando nei settori più dinamici in una fase di ripresa dell’economia ma si scontra anche con i numeri. Di che cosa stiamo parlando, infatti?

   

Nel 2017 i dipendenti a tempo determinato tra i 15 e i 64 anni erano, secondo l’Eurostat, 4,7 milioni in Germania, 4,2 milioni in Spagna, 4 milioni in Francia, 3,4 milioni in Polonia e 2,7 milioni in Italia, per limitarci ai primi cinque Paesi per numeri assoluti. Quanto alla percentuale di dipendenti a termine sul totale dei dipendenti quella dell’Italia è tra le più basse in Europa, pari al 15,5 per cento, contro il 15,8 per cento della Finlandia, il 16,1 per cento della Svezia, il 16,8 della Francia, fino a salire al 21,7 per cento dei Paesi Bassi, al 22 per cento del Portogallo, al 26,1 per cento della Polonia e al 26,8 per cento della Spagna. La media dell’Eurozona, pari al 16,1 per cento, è principalmente abbassata dalla Germania, che con il 12,9 per cento presenta una percentuale inferiore di circa 2,5 punti rispetto a quella dell’Italia. La quota di dipendenti a termine di cittadinanza italiana sul rispettivo totale dei dipendenti italiani scende poi al 14,9 per cento, contro valori sensibilmente più alti in molti degli altri paesi sopra citati, tra cui Francia (16,2 per cento), Paesi Bassi (21,2 per cento), Spagna (25 per cento) e Polonia (26 per cento). In numeri assoluti, l’Italia mostra un numero di dipendenti a termine nei diversi settori di attività economica quasi sempre più basso, e talvolta di molto, rispetto agli altri maggiori Paesi dell’Unione europea, con le sole esclusioni dell’agricoltura e del turismo, settori nei quali il nostro paese, anche a causa della sua marcata specializzazione, con 275mila e 362mila dipendenti a termine è secondo dietro la Spagna che ne ha, rispettivamente, 303mila e 520mila.

 

Nel settore manifatturiero è invece prima per dipendenti a termine la Polonia (881mila) seguita da Germania (792mila), Francia (473mila), Spagna (461mila) e, più staccata, Italia (447mila), che pure è la seconda potenza manifatturiera del continente. Nelle costruzioni prima è la Spagna (338mila), seguita da Polonia (304 mila), Francia (265mila), Germania (241mila) e Italia (141mila).

 

Stessa cosa nel commercio: l’Italia (331mila dipendenti a termine) è sempre ultima tra le cinque grandi economie considerate, dopo Germania (677mila), Polonia (615mila), Spagna (515mila) e Francia (392 mila). Idem nei trasporti (prima la Germania con 211mila dipendenti a termine, quinta l’Italia con 125mila), nell’informazione e comunicazioni (prima la Germania con 111mila, quinta l’Italia con 40mila), nel settore bancario e assicurativo (prima la Germania con 84mila, quinta l’Italia con 17mila), nelle attività professionali e scientifiche (prima la Germania con 229mila, quinta l’Italia con 84mila), nelle attività amministrative e di servizi alle imprese (prima la Germania con 240mila, quinta l’Italia con 140mila).

  

Il copione si ripete tal quale nel settore pubblico. Nella Pa e nella Difesa i dipendenti a termine sono solo 69mila in Italia contro i 370mila della Francia, i 351mila della Germania, i 229mila della Spagna e i 133mila della Polonia. Stessa cosa nella sanità, dove prima è la Germania (con 762mila dipendenti a termine), seguita da Francia (599mila), Spagna (441mila) e Polonia (174mila). Mentre nell’educazione l’Italia è quarta (con 247mila dipendenti a termine) dopo Germania (525mila), Francia (372mila) e Spagna (303mila). Rispetto al 2008, cioè l’anno precedente l’inizio della lunga crisi, nel 2017 i dipendenti a termine tra i 15 e i 64 anni risultano aumentati in Italia di 434mila unità ma quasi i ¾ di questa crescita è interamente spiegata da soli tre settori, i quali con il loro dinamismo ci hanno portato fuori dalla crisi stessa: agricoltura (più 79mila), manifattura (più 70mila), alberghi e ristoranti (più 163mila).

   

I numeri dicono che non esiste in Italia una emergenza grave del lavoro a termine ma che è cresciuto in contemporanea con la ripresa dell’economia in modo fisiologico e in parallelo a quello a tempo indeterminato. Il decreto “dignità” rischia di frenare l’occupazione e la ripresa, un pessimo segnale agli investitori e anche alla Commissione europea.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Commenti all'articolo

  • NoMercy

    25 Luglio 2018 - 14:02

    I numeri descrivono il fenomeno rispetto a realtà simili (tanto o poco) alla nostra. Saremmo tutti contenti di avere contratti a tempo indeterminato ma non è detto che ciò corrisponda alle esigenze del datore (a pensarla onestamente). I numeri dicono con NON c'è un'emergenza di questo tipo in Italia. Il fatto è che abbandonare la zona comfort ed abituarsi ad un mix determinato+indeterminato genera insicurezza come qualsiasi cambiamento. Anzi è il mantra di questo governo: agitare paure nei cambiamenti che stanno avvenendo e speculare politicamente. Appena laureato in Ingegneria ho lavorato gratis, poi consulenze e dopo a tempo indeterminato. Non mi sono mai sentito sfruttato, anzi ho colto opportunità, stare a casa (come vorrebbe Di Maio) è l'esatto opposto di cogliere opportunità.

    Report

    Rispondi

  • lorenzo tocco

    lorenzo tocco

    25 Luglio 2018 - 12:12

    Dopo la solita sbrodolata di cifre rimane la sensazione che non si capisca la cosa più importante: sono i giovani in maggioranza ad avere un contratto a tempo determinato, tali giovani oltre ad essere pagati meno non hanno garanzie di continuità lavorativa, e quindi hanno molte difficoltà ad affittare una casa o ancora peggio ad accedere ad un mutuo, nella remota possibilità che decidano di metter su famiglia. Il che si ripercuote naturalmente sul calo delle nascite, che già è afflitto da ricorsi all'aborto o scelta di non avere figli. Quindi in sostanza è miope e controproducente dal punto di vista sociale ed economico puntare come si fa oggi sui contratti a tempo determinato. Le uniche beneficiarie sono le aziende, che poi al momento per loro più opportuno delocalizzano lasciando a casa i lavoratori e gabbando i contribuenti, perché magari avevano ottenuto laute sovvenzioni. Questa non è libertà d'impresa, è anarchia d'impresa

    Report

    Rispondi

    • Fesso

      25 Luglio 2018 - 14:02

      In Italia le aziende che delocalizzano sono uno sparuto numero rispetto alle piccole e medie imprese che invece sono la maggioranza. E le PMI assumono se c'è una commessa che ne giustifichi la necessità (e gli stipendi) e licenziano se tale possibilità non c'è più. Le piccole imprese non licenziano per fare margine, licenziano se non hanno abbastanza lavoro per pagare tasse e stipendi (e tasse su questi). Incentivare il lavoro a tempo determinato soprattutto per i giovani significa, in Italia, farli entrare nel mondo del lavoro e strapparli al divano. Se il giovane decide di andare a lavorare per una grande società o una multinazionale sa che rischi corre, in primis quello di essere solo un numero. Ci fosse almeno un fesso in parlamento che sapesse fare 2+2 e guardare alla realtà di questo Paese senza pregiudizi nei confronti dei piccoli imprenditori (o almeno tenerli in considerazione).

      Report

      Rispondi

    • emanuele.gemelli

      25 Luglio 2018 - 14:02

      Se una azienda decide di delocalizzare perdono il lavoro tutti, contratti a tempo determinato e non.

      Report

      Rispondi

Servizi