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Decreto dignità, anatomia di un intervento sbagliato e dannoso

Le micro-migliorie al decreto non cambiano un impianto anacronistico, dice l'avv. Falasca (DLA Piper)

3 Agosto 2018 alle 09:59

Decreto dignità, anatomia di un intervento sbagliato e dannoso

Luigi Di Maio dopo il via libera della Camera al decreto dignità (foto LaPresse)

Lunedì 6 agosto il decreto dignità arriverà al Senato e sarà poco più di un passaggio formale visto che la discussione in Aula durerà al massimo 24 ore e si concluderà il giorno successivo, prima che il Parlamento chiuda per la pausa estiva. Il lavoro parlamentare sul testo che ha deluso imprenditori, sindacati e lavoratori, si è esaurito alla Camera (dove il dl è passato con 312 voti favorevoli, 190 contrari e un astenuto ndr). “E nel complesso il decreto è stato migliorato”, ammette Giampiero Falasca, avvocato, esperto di diritto del lavoro e partner dello studio legale internazionale DLA Piper (foto sotto). 

“Il punto centrale, però - aggiunge subito dopo - non sono le migliorie che pure ci sono state, ma il fatto che questo decreto nasce con degli obiettivi sbagliati. Il governo lo ha presentato come uno strumento per combattere il precariato ma gli unici due contratti che vengono toccati sono proprio quelli che non creano precariato. Io faccio sempre un esempio è come se, per combattere l'evasione, alzassimo le aliquote ai lavoratori dipendenti, che già pagano e fin troppo”.

 

La lotta (mancata) al precariato

Insomma, per Falasca quello del governo è anzitutto un “errore strategico”. “Se veramente si voleva colpire il precariato - prosegue - bisognava intervenire sul lavoro nero, sulle false partite Iva, sulla disapplicazione dei contratti collettivi, sui falsi part time. Invece si è intervenuti sui contratti a termine e quelli di somministrazione. Certo, il passaggio del decreto alla Camera ha risolto un po' dei micro problemi e ha attenuato un po' l'aggressione a questo tipo di contratti. Ma ripeto, l'errore è strategico”.

 

Senza contare che, secondo l'avvocato, molte delle cose raccontate in queste settimane sono semplicemente false. “C'è un problema di linguaggio - sottolinea - la politica dovrebbe raccontare cose che siano quantomeno verosimili, non quello che non sta facendo”.

  

Il nodo della causali

Il primo esempio è quello della durata dei contratti a tempo determinato. “Tutti dicono che si è passati da 36 a 24 masi -  prosegue Falasca - ma non è vero. Si è passati da 36 a 12 mesi. E la proroga, ovvero la stipula di un nuovo contratto fino a una durata massima di 24 mesi, è possibile solo per 'eventi veramente eccezionali', imprevedibili. Le causali rendono di fatto impossibile il rinnovo e aprono alla possibilità di contenziosi potenzialmente infiniti”.

  

Verso l'immobilismo (e la disoccupazione)

C'è poi la questione del periodo transitorio. “Attualmente abbiamo un regime che vale fino al 14 luglio, poi uno che vale dal 14 luglio alla prossima settimana quando dovrebbe scattare un nuovo regime transitorio. Il problema del decreto, quindi, è nella sua applicazione concreta. Quotidianamente, ormai, riceviamo richieste di imprese che voglio capire come comportarsi. Se possono prorogare il contratto, come devono fare, se rischiano violazioni della legge o sanzioni. Il legale è ormai diventato a tutti gli effetti parte dell'ufficio personale delle aziende. Ma c'è di peggio. Molti dei nostri clienti, in gran parte multinazionali, di fronte a questa incertezza delle regole hanno deciso di bloccare tutto. Sono troppo grandi per potersi adeguare a un sistema di norme così complesso. Altri provano ad arrangiarsi, rischiano. Ma di una cosa sono certo: l'entrate in vigore del decreto non ha prodotto tra i nostri clienti alcuna assunzione a tempo indeterminato. A pesare è soprattutto l'incertezza. Nessuno, visti i precedenti, può assicurare che tra sei mesi il governo non decida di cambiare ancora. Così si naviga a vista”.

 

Su una cosa Falasca non ha dubbi: “Queste misure non rispondono ai fabbisogni di imprese e lavoratori. Piacciono a chi ha una visione politicizzata del lavoro, ma qualunque responsabile delle risorse umane può dirvi che sono fuori dalla realtà”.

 

Cosa andrebbe fatto

Elencati i problemi Falasca prova a indicare le soluzioni su cui il governo potrebbe lavorare in futuro: “Anzitutto si potrebbe non far partire le causali dai 12 mesi ma dai 18. Anche se l'ideale sarebbe ridurre la durata dei contratti da 36 a 24 mesi senza causali. Secondo avviare un piano serio per combattere la precarietà. Veramente. Fatto il decreto 'promozionale' ora ci si sporchi le mani. Si affrontino i problemi. Terzo occorre avviare una semplificazione delle norme e delle procedure. Che non devono cambiare ogni sei mesi. Dobbiamo permettere ai lavoratori e alle aziende di sottoscrivere i contratti senza avere un avvocato a fianco e senza la minaccia continua di cause e ricorsi. Questo decreto è il frutto di una chiara visione ideologica del mercato del lavoro, una visione di estrema sinistra da anni '70”.

 

I voucher

Un'altra bugia che circola, secondo Falasca, è quella relativa ai voucher. “La Cgil protesta contro qualcosa che è semplicemente falso. Non vengono reintrodotti. E aggiungo, purtroppo. Il decreto si limita ad allargare, di poco, il campo di intervento dei Cpo (Contratti di Prestazione Occasionale) introdotti dal governo Gentiloni. Uno strumento succedaneo che ha favorito la precarietà. Le faccio un esempio, oggi nessuno sa come vengano pagati i ragazzi che fanno gli steward allo stadio. False partite Iva, Co.co.co. Si è ceduto a un'idea, ipocrita, che con i voucher si creasse lavoro irregolare, e si è prodotto lavoro irregolare. Tra l'altro, vorrei dirlo a chi si batte per l'introduzione del salario minimo, i voucher erano esattamente questo. Le regole introdotte dal ministro Poletti non solo riconoscevano diritti, ma evitavano anche violazioni. Con i voucher i tanto decantati riders avrebbero indicato il loro orario di lavoro, avrebbero avuto i contributi versati, la copertura assicurativa e sarebbero stati pagati non meno di 10 euro all'ora. Invece oggi sono assunti con contratti Co.co.co. È meglio?”.

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