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Ricette economiche impraticabili

Né reddito di cittadinanza né flat tax. L’economista di Berkeley, Enrico Moretti, stronca i programmi di M5s e Lega

3 Aprile 2018 alle 11:04

Ricette economiche impraticabili

Foto LaPresse

San Francisco. “Il reddito minimo di cittadinanza significherebbe un grande trasferimento di ricchezza dal nord al sud”. Lo dice Enrico Moretti, professore dell’Università di Berkeley, uno degli economisti più ascoltati d’America. Che col Foglio commenta, a bocce fredde, l’esito delle elezioni dello scorso 4 marzo e le ricette economiche dei Cinque stelle e della Lega. Secondo Moretti l’aumentata pressione fiscale necessaria a finanziare il reddito di cittadinanza sarebbe pagata sostanzialmente dai ceti produttivi. “C’è una divisione geografica nettissima in Italia, coi Cinque stelle che prevalgono nel sud e la Lega al nord” dice l’economista. “La proposta del reddito garantito minimo tra l’altro è un’idea di destra, col concetto di dare un reddito a tutti, è un trasferimento di ricchezza, che qualcuno deve pagare. In un’economia sana, senza un debito pubblico altissimo e con una tassazione normale, significherebbe un aumento della pressione sui redditi medio alti. Ma in una situazione come quella italiana è implausibile e ha dei costi non sostenibili. Trenta miliardi, quelli stimati, sono una cifra ottimistica, avrebbe un costo enorme e un beneficio molto limitato. Vorrebbe dire tassare poi le regioni ad alta produttività per premiare quelle a bassa produttività”. “Ci sono altri modi per aiutare il sud” dice Moretti. “Per esempio cambiare la contrattazione, da nazionale a regionale, perché i minimi salariali scoraggiano l’investimento al sud dove il costo della vita è minore. Riavvicinare la contrattazione al territorio sarebbe un modo migliore per aiutare il sud”. E la flat tax proposta dal centrodestra? “In sé non sarebbe una proposta necessariamente negativa, ma dipende da che aliquota. Quella proposta in campagna elettorale al 15 per centro non è sostenibile coi vincoli di bilancio dell’Italia. Ci sono ragioni di equità, su queste si può discutere. Ma una manovra del genere costerebbe 60 miliardi e non ce lo possiamo assolutamente permettere. Altrimenti ritorniamo agli anni Ottanta, quando si spostavano le conseguenze sui figli”. Legge Fornero e riforma del Jobs Act? “Sono due delle riforme strutturali compiute negli ultimi cinque anni e avrebbero dovuto essere l’inizio di un percorso”, dice l’economista. “Cancellarle sarebbe un grave errore, perché da una parte bisogna pensare che la Fornero è passata in un momento in cui lo spread coi titoli tedeschi stava esplodendo. Cancellarla vorrebbe dire tornare alla situazione di prima. Dall’altra parte a livello psicologico vorrebbe dire che in Italia le riforme non possono essere fatte, e quando vengono fatte si cancellano, che è esattamente l’opposto di ciò che significa una riforma strutturale, che deve essere di lungo periodo”. “Eliminando la riforma vorrebbe dire perdere credibilità per il paese perché qualunque riforma futura sarebbe guardata con scetticismo e avrebbe dunque pochi effetti di investimento dall’estero. Stessa cosa per il Jobs Act: vuol dire che non c’è più bisogno di riforme e cancelliamo le uniche due che sono state fatte? Inoltre i costi di queste riforme sono immediati, mentre i benefici sono crescenti nel lungo periodo, per cui abbiamo pagato il costo e sarebbe sensato goderne i benefici, cioè ridurre la dualità del mercato del lavoro, spaccato tra lavori super garantiti e lavori per niente garantiti”. L’esito delle elezioni in generale è pericoloso? “Sono preoccupato per i costi”, dice l’economista, “che sarebbero irreversibili, sia immediati (maggior costo del debito pubblico) che di lungo periodo (ancora più scetticismo di quello che già c’è verso l’Italia)”. “In generale poi l’Italia, per i problemi strutturali che ha, non può permettersi i costi dell’approccio semplicistico a problemi complessi, che è identico nei Cinque stelle e nella Lega così come nella amministrazione Trump in America. Sono populismi molto simili”.

 

C’è anche una similitudine tra l’Italia e gli Stati Uniti studiati nel suo libro La nuova geografia del lavoro, per cui ci sono due americhe, quella delle coste, che ha votato liberal e che ospita l’innovazione, e quella dell’interno, deindustrializzata e spaurita, e che vota Trump? “Ci sono. L’unico posto in cui il Pd ha tenuto è Milano, praticamente. Si può dire che i luoghi in cui le forze della globalizzazione sono state vissute come un’opportunità, più che un costo, hanno meno penalizzato il Pd e forze politiche connotate dall’esperienza. Milano da sempre poi ha un approccio più equilibrato alla discussione politica, più basato sui fatti”.

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Commenti all'articolo

  • m.pascucci

    03 Aprile 2018 - 12:12

    Per la verità il PD ha tenuto, e anzi ha recuperato rispetto alle elezioni comunali 2016, anche nelle zone centrali di Roma. Questo per ragioni forse un po' diverse da quelle milanesi, in quanto qua ai dubbi sul M5S di un ceto medio amministrativo/professionale si è sommata la delusione dovuta all'inconsistenza della giunta Raggi, che aveva promesso di cambiare tutto e che invece, nella più benevola delle interpretazioni, ha lasciato le cose più o meno come prima.

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