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Il prezzo del deficit

Da Trump al tandem Di Maio e Salvini, gli economisti avvertono: “La crisi del debito è all’orizzonte”

Luciano Capone

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capone@ilfoglio.it

30 Marzo 2018 alle 08:16

L’indipendenza della banca centrale, un argine al deficit sovranista

Foto Pixabay

Roma. “Sistemare i nostri problemi fiscali è molto più facile ora di quanto lo sarà nel cuore di una crisi. E se non possiamo risolvere i nostri problemi ora, in un momento di pace e prosperità, quando potremo farlo?”. Cinque economisti, tutti affiliati alla Hoover Institution, un think tank storicamente vicino ai repubblicani, in un articolo pubblicato sul Washington Post criticano la politica fiscale espansiva di Donald Trump e avvisano il paese che “c’è una crisi del debito all’orizzonte”. Il commento, scritto tra gli altri da economisti del calibro di John Cochrane, e John Taylor, riguarda la situazione americana e la politica economica dell’Amministrazione Trump ma, vista la condizione politica ed economica italiana, calza a pennello anche per il nostro paese. Le innovazioni nell’intelligenza artificiale, nella medicina e in tanti altri campi ci promettono notevoli aumenti negli standard di vita nei prossimi decenni, ma c’è un grosso ostacolo che si frappone a questo futuro: “Un debito pubblico alto e in forte aumento”. Il problema è che il budget del presidente Trump aggrava questo problema: in un anno di crescita economica sostenuta, bassa disoccupazione e tassi d’interesse bassi prevede un disavanzo di 870 miliardi di dollari, in aumento del 30 per cento rispetto all’anno precedente. “Anche se la crescita economica continua senza interruzioni – scrivono gli economisti – le attuali tendenze fiscali e di spesa implicano che i deficit annuali aumenteranno costantemente, avvicinandosi a un trilione di dollari in due anni e costantemente in aumento in seguito a perdita d’occhio”.

 

Il problema è che adesso è facile indebitarsi, perché le cose vanno bene, ma il quadro è destinato a mutare. I tassi d’interesse dopo una fase di politica monetaria ultra espansiva stanno tornando a salire e, insieme all’aumento del deficit, possono portare a una spirale del debito.

 

Le cassandre conservatrici – Boskin, Cochrane, Cogan, Shultz e Taylor – scrivono che le loro preoccupazioni potrebbero sembrare esagerate perché nei mercati non c’è alcun segnale di una crisi all’orizzonte. “Ma – ricordano – una crisi del debito non arriva lentamente e visibilmente come un’alta marea. Arriva senza preavviso, come un terremoto”. Cosa c’entra tutto questo con l’Italia? Intanto l’ultima metafora, quella del terremoto, ci riporta alla mente la crisi del 2011 piombata all’improvviso, anche per fattori esogeni, su un paese dai conti pubblici molto fragili. Ma la politica fiscale espansiva promossa da Trump, con tutte le differenze sugli specifici provvedimenti, è del tutto simile alla retorica dello “choc fiscale” alla base delle promesse elettorali di M5s e Lega. Abolizione della legge Fornero, reddito di cittadinanza, flat tax, investimenti pubblici. Sia Luigi Di Maio sia Matteo Salvini hanno proposto di spendere decine e decine di miliardi senza coperture, semplicemente aumentando il deficit fino al 3 per cento e, se necessario, anche oltre. “Batteremo i pugni sul tavolo a Bruxelles!”. Ma, a prescindere dalle regole europee, aumentare il deficit quando l’economia cresce è esattamente ciò che i manuali di economia, e il buon senso, sconsigliano di fare: bisogna riparare il tetto quando c’è il sole, prima che arrivi il temporale. Il disavanzo può essere aumentato quando c’è una recessione, ma quando l’economia è in ripresa va sistemato il bilancio.

 

“Se il Congresso agisce ora, può evitare un collasso fiscale continuando a fornire aiuto alle persone che ne hanno bisogno”, scrivono sul WaPo gli economisti della Hoover Institution. Se invece aspetta una crisi, che può arrivare quando sarà molto più costoso indebitarsi, allora “il risultato sarà il caos fiscale ed economico, oltre a tagli dolorosamente incisivi ai programmi su cui la gente fa affidamento”. Questo è l’allarme lanciato negli Stati Uniti. Ma in Italia il livello di attenzione dovrebbe essere molto più elevato. Intanto perché la nostra economia non è in salute come quella americana, poi perché non ha gli stessi strumenti per gestire una crisi del debito e soprattutto perché ha un debito pubblico molto più elevato, tra i più alti al mondo sia in valore assoluto che in rapporto al pil (oltre il 130 per cento). E anche da noi la congiuntura favorevole è destinata a cambiare presto: l’ombrello della Bce (il Quantitative easing) si chiuderà a settembre, i tassi sono in rialzo e uno choc esterno potrebbe arrivare trovandoci impreparati. Due economisti, Roberto Perotti e Guido Tabellini, hanno detto nei giorni scorsi al Foglio, che “c’è il rischio di far saltare i conti pubblici” e che “prima i mercati ci avvertono e meglio è”. Ma sono voci isolate. Il paese sembra fiducioso nel successo dei programmi in deficit della coppia di vincitori.

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