Un scena di Titanic, il film di James Cameron del 1997

La versione dei gufi

Alberto Brambilla

Ci sono analisti che non invitano alla calma, parlano di “punta dell’iceberg” e prevedono un’altra crisi

Roma. Gli analisti dicono che le recenti preoccupazioni sull’aumento dei rendimenti obbligazionari e un’inflazione più forte, viste le retribuzioni medie in aumento in America e le rivendicazioni salariali in Germania, hanno rovinato la festa a Wall Street e spinto la volatilità ai massimi. In questi anni la politica monetaria superaccomodante ha narcotizzato i mercati e i grandi fondi speculativi hanno elaborato strategie di investimento a leva basate su una volatilità infima. Ora che la politica monetaria inverte la rotta, la finanza è fragile: i sistemi di trading robot, responsabili del 66 per cento degli scambi di Borsa, non sanno gestire il cambio di paradigma.

     

Secondo Alberto Gallo di Algebris viviamo una “crisi di ingegneria finanziaria” di cui vediamo “solo la punta dell’iceberg” perché in strategie di questo tipo sono impegnati almeno 2 mila miliardi di dollari, cifra simile ai mutui subprime e prodotti annessi nel 2008. La correzione sfida il neopresidente della Federal Reserve, Jerome Powell, che dovrà gestire la stretta o proseguire una politica accomodante. La crepa è forse più profonda. La “cassandra” Nouriel Roubini celebra la “fine della luna di miele di Trump con i mercati”.

 

Anche il più composto George Magnus, ex capo economista di Ubs, riconduce le turbolenze alla riforma fiscale a deficit di Trump, una minaccia per la stabilità. “Trilioni di dollari di deficit fanno sì che il debito americano aumenterà sul pil superando il 100 per cento nel prossimo anno. I mercati temono che un indebitamento significativo, quando l’economia sta andando bene, spingerà la Fed a rialzare i tassi d’interesse, spingendo a sua volta i rendimenti dei titoli. Questo spostamento ciclico colpirà il mercato azionario, i profitti delle imprese e molto probabilmente l’economia, forse nel 2019”.

  • Alberto Brambilla
  • Nato a Milano il 27 settembre 1985, ha iniziato a scrivere vent'anni dopo durante gli studi di Scienze politiche. Smettere è impensabile. Una parentesi di libri, arte e politica locale con i primi post online. Poi, la passione per l'economia e gli intrecci - non sempre scontati - con la società, al limite della "freak economy". Prima di diventare praticante al Foglio nell'autunno 2012, dopo una collaborazione durata due anni, ha lavorato con Class Cnbc, Il Riformista, l'Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI) e il settimanale d'inchiesta L'Espresso. Ha vinto il premio giornalistico State Street Institutional Press Awards 2013 come giornalista dell'anno nella categoria "giovani talenti" con un'inchiesta sul Monte dei Paschi di Siena.