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Che effetto fanno le donne alla Borsa?

Mariarosaria Marchesano

A partire dal 2012 il numero delle donne nei cda è triplicato passando da 242 a 751 e le società ci hanno guadagnato, dice una ricerca Thomson Reuters

Milano. Si può misurare la buona governance di una società quotata? Certo, attraverso i risultati e l’andamento del titolo in Borsa. Ed è possibile misurare, in termini di risultati aziendali, il contributo della presenza femminile (ops, di genere) nei board e nei consigli di amministrazione?  Sarebbe interessante saperlo, a cinque anni dell’entrata in vigore in Italia della legge Golfo-Mosca sulle “quote rosa” (e in quelle pubbliche) che pure qualche dubbio sul concetto di merito ha generato. 

 

Thomson Reuters prova già da alcuni anni a capire il fenomeno attraverso l’analisi di 6.000 aziende nel mondo che classifica sulla base della loro capacità di promuovere la diversità, non solo quella di genere, ma anche generazionale, culturale e di competenze, a partire dalla composizione del proprio consiglio di amministrazione. Ebbene, per la prima volta Thomson Reuters ha estrapolato dalla classifica mondiale trenta società italiane (di cui 20 aderenti a Valore D, l’associazione a cui aderiscono colossi come McKinsey, Luxottica, Microsoft, Standard&Poor’s) e creato un indice ad hoc per mettere a confronto la performance realizzata negli ultimi cinque anni con quelle del Ftse Mib e del Morgan Stanley Italia (foto sotto). Ebbene? 

 


 

“C’è una crescente evidenza della correlazione tra l’attenzione di un’azienda nel creare un’organizzazione impegnata sulla diversità e l’inclusione e l’andamento del titolo in Borsa” – dice Filippo Cambieri, specialist advisory e investment manager di Thomson Reuters – le 30 società da noi prese in considerazione sulla base di questi parametri riscontrano una performance decisamente superiore al mercato”. 

 

Stando a questa classifica, al primo posto in Italia troviamo la multiutility Hera, che si posiziona molto bene anche a livello mondiale, al secondo c’è il gruppo Generali e al terzo Enel. Una media impresa come Moncler conquista il quinto posto, mentre Banca Mediolanum, Leonardo e Cattolica si posizionano in fondo alla lista delle realtà virtuose. Cambieri sottolinea che non si può limitare tale valutazione alla presenza femminile, poiché i parametri utilizzati per costruire il paniere sono di più ampio respiro, ma emerge sicuramente una tendenza sulla quale si può cominciare a ragionare.“Qui non si tratta di dire se le donne sono più brave degli uomini o viceversa. Sbagliato come approccio. Possiamo dire che prima c’erano tante donne meritevoli che erano fuori dal sistema e che adesso sono entrate dando un contributo fondamentale ai risultati raggiunti da queste società”. 

 

La tendenza sempre più marcata da parte di chi ha un azionariato diffuso e si confronta con i mercati finanziari, è quella di adottare criteri di governance in linea con gli standard globali su cui i grandi player internazionali basano le loro scelte di investimento. Come hanno spiegato i massimi vertici di istituzioni e gruppi finanziari al convegno sugli smart boards promosso da Valore D e che si è svolto in Borsa italiana il 7 febbraio, questi standard mettono ai primi posti le politiche di inclusione (anche di genere) che le aziende sono in grado di promuovere. 

 

Livia Gasperi, responsabile della supervisione delle società quotate di Borsa italiana, Simone Chelini, coordinatore di Assogestioni, Simona Paravani, managing director del colosso Blackrock e Alessandra Franzosi, responsabile dei fondi pensione del London Stock Echange, sono stati tutti d’accordo nell’affermare che i grandi investitori istituzionali chiedono rendimenti stabili nel medio-lungo periodo e per questo prediligono società con una governance solida e di elevata qualità. Ma è proprio questo il punto: che tipo di impatto ha avuto la legge sulle quote di genere nella composizione e nel livello qualitativo dei cda di piazza Affari? 

 

Marco Giorgino, professore di istituzioni e mercati finanziari del Politecnico di Milano coordina l’osservatorio che monitora il fenomeno. Un dato innanzitutto: a partire dal 2012 il numero delle donne nei consigli è triplicato passando da 242 a 751, con una larga prevalenza di consigliere indipendenti. “La diversità di genere – dice Giorgino – ha portato con sé un rinnovamento dei consigli: le donne hanno contribuito ad abbassare l’età media e a portare profili internazionali. Dall’entrata in vigore della legge Golfo-Mosca, infatti, i consiglieri con esperienza all’estero sono quasi raddoppiati ed è in forte aumento anche il numero dei membri con un livello di istruzione post-laurea”. Insomma, stando a questi numeri e a queste considerazioni, tutto il sistema ci ha guadagnato. E i primi a convergere su quest’idea sono uomini. Può terminare qui, allora, la contrapposizione di genere, almeno nelle società quotate? Staremo a vedere.