Il calo degli indici di Borsa come segno della vitalità perduta. Trump interdetto

Le flessioni del Dow Jones sono in linea con altre turbolenze dimenticate. Il Wsj festeggia il ritorno al “rischio normale”

New York. Le Borse oscillano e oscillano anche gli analisti, che da venerdì scorso si domandano se il crollo improvviso e rapidissimo del Dow Jones, che ha contagiato i mercati asiatici ed europei, sia il segno di fragilità strutturali dell’economia oppure un ritorno alla normale volatilità (e vitalità) dei mercati dopo l’èra del controllo della Fed, o addirittura il positivo sigillo dell’uscita dalla stagnazione secolare degli anni di Obama, come ha scritto il Wall Street Journal. Le proporzioni e il contesto dell’attuale crollo offrono buoni argomenti ai paladini della cautela. Lunedì il Dow Jones ha perso 1.175 punti e subito è stata bollata come la peggiore giornata della storia dell’indice, affermazione vera soltanto nei termini assoluti dei punti perduti. In percentuale è stata una flessione del 4,6 per cento del mercato, meno della metà della quota che definisce una correzione sostanziale. Le perdite di Wall Street dell’ultima settimana sono quantificabili attorno all’8 per cento, dimensione compatibile con molti altri crolli che negli ultimi anni hanno agitato i titoli senza lasciare poi conseguenze permanenti. Nel 1987 il Dow Jones ha perso 508 punti in un giorno, pari al 22,6 per cento del mercato. Nel 2016 ci sono state cinque giornate paragonabili a quelle di lunedì, nel 2015 sono state sei e nel 2014 quattro: nessuna di queste è stata descritta nei termini apocalittici che sono invece comparsi nei titoli da lunedì pomeriggio in poi. La differenza di percezione si deve anche al fatto che il 2017 è stato un anno di particolare stabilità per i mercati finanziari. 

  

“Gli uomini hanno una tendenza verso la recency, cioè un’inclinazione a lasciare che le aspettative per il futuro siano influenzate dalle esperienze recenti”, ha scritto il New York Times. L’esperienza degli ultimi diciotto mesi è una delle più stabili nella storia dei mercati moderni, con una crescita piuttosto modesta dell’economia accompagnata da livelli di inflazione prossimi allo zero e da una Fed che è intervenuta con un ampio ventaglio di politiche a sostegno dei mercati. Queste condizioni straordinarie si sono trasformate, nel tempo, in un ecosistema stabile per gli operatori del settore. Così, di fronte all’aspettativa che tutto vada senza intoppi nella direzione in cui andava il giorno prima, anche un inciampo altrimenti normale appare come un tuffo nell’abisso. Il panico a Wall Street si è leggermente placato oggi dopo un’apertura negativa che aveva inevitabilmente risentito del contagio del giorno precedente.

 

L’atteggiamento della Casa Bianca riflette l’incertezza di giornate storte ma non tragiche dopo un anno di incessante esaltazione delle performance di Wall Street, che Donald Trump ha usato come indicatore della salute dell’economia americana. Lunedì, mentre gli indici crollavano, Trump era nel mezzo di un discorso in Ohio. Reagendo al panico che veniva da Wall Street, tutti i network televisivi hanno interrotto la diretta presidenziale per dare aggiornamenti sulla Borsa. Appena finito il discorso il suo team si è riunito sull’Air Force One e, sotto la supervisione del segretario del Tesoro, Steven Mnuchin, la Casa Bianca ha tempestivamente pubblicato una dichiarazione per rassicurare: “Il presidente è concentrato sui fondamentali della nostra economia, che sono incredibilmente forti, sul rafforzamento della crescita, sulla disoccupazione ai minimi storici e sulla crecita dei salari degli americani”, si legge, e non poteva mancare il riferimento alla riforma fiscale: “I tagli delle tasse e le riforme dei regolamenti consolideranno ulteriormente l’economia e continueranno ad aumentare la prosperità per il popolo americano”. Un portavoce è stato subito mandato in onda sulla Cnn per predicare calma. Il paradosso è che l’atto stesso di reagire in tempi così rapidi, a prescindere dal contenuto del messaggio, è una decisione irrituale che può trasmettere un senso di agitazione invece che comunicare una distensione. Il presidente degli Stati Uniti di solito non si pronuncia su una giornata al ribasso dei mercati. Anche Trump, del resto, dopo un anno di consolidamento dei mercati è diventato vittima dell’aspettativa di una crescita senza fine, e dopo il pronunciamento formale della Casa Bianca il presidente si è astenuto dai tweet a mercati aperti.

 

La flessione apre anche una più ampia indagine sullo stato di saluto dell’economia americana, e Paul Krugman ha subito ricordato le tre regole fondamentali da tenere presente quando si parla del mercato azionario: “Primo: la borsa non è l’economia. Secondo: la Borsa non è l’economia. Terzo: la Borsa non è l’economia”. Il premio Nobel per l’Economia ha detto che “il calo dei mercati di questi giorni potrebbe non significare nulla” e ha ricordato che il crac del 1987 è stato seguito da una solida crescita, ma prevede anche una fine della “trumpeuforia” economica, con prospettive di crescita dimezzate rispetto al 3 per cento che il presidente promette.

 

Per i conservatori del Wall Street Journal, invece, la volatilità del mercato è il segno di un ritorno alla normalità a lungo auspicato dai critici delle politiche straordinarie della Fed per sostenere Wall Street. Il crollo arriva al crocevia di vari fattori. Lunedì si è insediato il capo della Fed, Jerome Powell, accolto da turbolenze che annunciano “problemi a smantellare un decennio di interferenze della Fed”; venerdì scorso è arrivato poi uno dei migliori dati mensili sulla crescita dei salari (+2,9 per cento) che è stato il grande assente nell’epoca successiva alla Grande recessione. Un’inchiesta della Reuters che considera i dati disaggregati stato per stato conferma e rilancia il trend salariale positivo, che tende a produrre inflazione e dunque volatilità. Condizioni normali alle quali l’America non era più abituata.

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