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Il miracolo della Borsa italiana

Nei primi otto mesi del 2017 Piazza Affari ha messo a segno un aumento superiore al 15 per cento e oggi è al primo posto in Europa. Ma il gioco delle percentuali non dice tutto. Dietro il successo della Borsa c’è un filo per capire il futuro dell’Italia

21 Settembre 2017 alle 06:00

Il miracolo della Borsa italiana

Piazza Affari, Milano. La sede della Borsa italiana (foto LaPresse)

Milano. Parlate di euforia a Piazza Affari e tutti fanno gli scongiuri, perché sanno che, prima o poi, arriva il panico. Eppure lo stato d’animo degli operatori in questi giorni si può senza dubbio definire frizzante. Al di là dei dati di ieri – Piazza Affari e le principali borse europee hanno chiuso leggermente al ribasso, in attesa delle decisioni della Fed sulla politica monetaria – la bella addormentata si è risvegliata senza attendere il principe azzurro. Più che addormentata la Borsa italiana è stata ibernata dalla lunga recessione, schiacciata sotto il dominio di banche e imprese pubbliche. Adesso arriva la rivincita del capitale privato e il 2017 è in lizza per diventare un anno record. Nei primi otto mesi l’indice Ftse Mib ha messo a segno un aumento superiore al 15 per cento e si è collocato al primo posto in Europa: il Dax30 a Francoforte è cresciuto di nove punti percentuali, il Cac40 a Parigi sette e il Ftse100 a Londra di appena lo 0,84 per cento (e poi dicono che la Brexit non ha avuto alcun effetto).

         

Sembrerà strano, ma piazza Affari è in linea con Wall Street (sia con l’indice Dow Jones sia con lo Standard & Poor’s 500 che pure ha superato il tetto storico di 2.500 punti). Peccato per chi se ne è andato all’estero nutrendo sfiducia sulle risorse della nazione o per chi recita la giaculatoria, di lontana origine leninista, sulla proletarizzazione della classe media. Chi ha tenuto duro ha avuto le sue belle soddisfazioni. Ecco gli andamenti migliori dall’agosto 2007 quando si sono manifestati i primi gravi segni del collasso, all’agosto scorso: Brembo (sistemi frenanti) +578 per cento; Recordati (farmaci) +526; Campari (liquori) +200; Terna (rete elettrica ad alta tensione) +97; Luxottica (occhiali) +87; Exor (finanziaria degli eredi Agnelli) + 80; Azimut (risparmio gestito) +79; Fiat Chrysler (automobili, controllata da Exor) +72; Prysmian (la ex Pirelli cavi) +45 per cento, Snam (rete gas) +41; Mediolanum (banca) +32; Atlantia (autostrade e aeroporti del gruppo Benetton) +23; StMicrolectronics (microprocessori) +12. La Borsa di Milano, formalmente una succursale di quella londinese (la fusione risale al 2007), è di nuovo lo specchio finanziario della produzione italiana.

   

Perché il dibattito sulla ripresa la trascura? Per quale motivo il solito balletto sulla legge di Bilancio (austerità, stangata, salasso), ignora come sta andando la compravendita di titoli? Può darsi che sia l’atavica sfiducia del capitalismo famigliare che teme di perdere il controllo. Forse è l’avversione ideologica contro la “finanza selvaggia”. O il pregiudizio sulla economia di carta e i suoi pericoli. Certo, il livello di rischio comprando azioni è più alto che acquistando titoli di stato (tanto ci pensa poi Mario Draghi a difenderli). Tuttavia è davvero singolare lo squilibrio tra le montagne di pagine stampate per accusare i finanzieri-vampiro e le scarne notizie tecniche su come stanno cambiando le cose. Il gioco delle percentuali non dice tutto. Dietro la corsa di Piazza Affari ci sono novità significative. Fondamentale è la moltiplicazione di Ipo (in italiano sarebbe Opi, offerta pubblica iniziale).

 

Nel 2007, anno record, furono 32, se andranno in porto tutte quelle programmate entro dicembre si arriverà a 35. Lunedì è partita la più grande di tutte, la maggiore in Europa, quella che “riporta a casa” la Pirelli: il valore dell’offerta s’aggira tra i 2,2 e i 2,9 miliardi; verrà quotato il 40 per cento della società, i cinesi di ChemChina scenderanno dal 65 al 45-46 per cento, la Camfin che fa capo a Marco Tronchetti Provera (ha annunciato in conferenza stampa che lascerà tra due anni) dal 22,6 al 10-11 per cento e i russi della Lti (controllata da Rosneft) dal 12,6 al 6 per cento. Non vanno trascurate altre matricole interessanti come la Gima TT di Alberto Vacchi (circa un miliardo di euro per il 35 per cento del gruppo che fa macchine per l’imballaggio) o Eataly, la catena fondata da Oscar Farinetti (l’annunciato sbarco dovrebbe slittare all’anno prossimo, ma in molti già si leccano i baffi e annodano al collo i tovaglioli).

     

Un buon impulso viene dai Pir (piani individuali di risparmio): hanno già raccolto 5,8 miliardi di euro superando le pur ottimistiche previsioni ufficiali e si prevede arrivino a 10 miliardi entro Natale. Sono stati introdotti dal governo per sostenere le piccole e medie imprese italiane attraverso consistenti agevolazioni fiscali per gli investitori. Ogni persona fisica residente in Italia può investire non più di 30 mila euro l’anno fino a un massimo di 150 mila; il 70 per cento in titoli (esclusi gli immobiliari); tutti i guadagni sono esentasse. Attenzione, meglio dirlo subito per non finire nel tritacarne populista: si tratta di investimenti, non di un salvadanaio protetto, tuttavia nessuno può sostenere che venga fatto un regalo ai bankster. Il cambiamento d’umore in Borsa è cominciato a febbraio con un’operazione di grande portata: l’aumento di capitale della Unicredit, 13 miliardi di euro raccolti in venti giorni, gli stessi in cui infuriava la polemica sulle popolari venete (la Banca Popolare di Vicenza e la Veneto Banca) finite poi in Intesa Sanpaolo, mentre veniva messa a punto la nazionalizzazione precauzionale del Monte dei Paschi di Siena decisa nel dicembre scorso. La politica e la stampa rullavano i tamburi di guerra sulla “rapina” nei confronti dei risparmiatori, intanto i fondi d’investimento diventavano i nuovi padroni dell’unica banca italiana considerata sistemica, la quale a sua volta varava un radicale piano di tagli e ristrutturazione. Lo scatto di questi mesi controbilancia la caduta del 2016 legata alla sconfitta del referendum costituzionale. E la Borsa milanese resta piccola: 590 miliardi il capitale totale, contro i 731 miliardi del 2007. Insomma, non ha annullato le perdite, ma in fondo anche il prodotto lordo deve recuperare sei punti dall’inizio della crisi. Citi Research in un recente rapporto resta prudente, consiglia il governo di rendere più semplici e meno onerose le quotazioni, intanto continua ad amare soprattutto Ferrari e a comprare i soliti noti (Eni, Terna, Fineco, Mediolanum, Autogrill, Campari, Prysmian, Moncler, tanto per fare qualche nome). Tuttavia, non può ignorare lo sprint a Piazza Affari che trova il suo esatto pendant nello scatto della produzione industriale e del pil. In un suo recente rapporto, la Ubs (Unione di banche svizzere) si chiede se il debito pubblico italiano, che continua a crescere nonostante tutto, possa diventare un allarme per gli investitori internazionali. La sua risposta è tranquillizzante: solo se si crea una sostanziale divergenza tra l’Italia e il resto dell’Eurozona e se una stretta della Bce provoca un’altra recessione; tuttavia, “entrambe le ipotesi sono inconsistenti”.

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Commenti all'articolo

  • Nambikwara

    Nambikwara

    25 Settembre 2017 - 12:12

    "Miracolo a Milano"........ma non l'avevamo già sentito?

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