Hispanidad

La passione antifascista che legava Sciascia alla Spagna raccontata da chi l'ha vissuta

Maria Pia Farinella

Il rapporto dell'intellettuale siciliano con quelli spagnoli che si erano opposti a Franco. La guerra civile aveva acceso il suo cuore di “un amore intenso e disperato”. La visita nell’82 a Madrid

Sciascia e la Spagna. Ovvero uno struggente vivir desviviéndose, secondo la massima di Américo Castro, filologo e storico con cui Leonardo Sciascia intrattenne uno scambio epistolare intessuto di stima reciproca. Un paradosso, el vivir desviviendo. Che è un’interpretazione della hispanidad, un modo per indicare la dualità tra smania di vivere e desiderio di morte, tra vitalità e passioni esasperate. Fino a perdersi o a perdere la vita. Sciascia aveva fatto suo l’aforisma di Castro. Fino ad applicarlo alla Sicilia, alla sicilitudine e a Pirandello, bussola letteraria per eccellenza. “Quel che accade ai personaggi di Pirandello è che l’umano ha raggiunto il punto del vivir desviviendo. Il punto, insomma, vicino alla morte ma in cui si raccoglie tutto il senso, tragico quanto si vuole, della vita”, precisa Sciascia a Claude Ambroise, curatore delle opere complete pubblicate da Bompiani tra il 1987 e il 1991.


Certo, a questa concezione del vivere non doveva essere estranea la conoscenza “del sentimento tragico della vita” così come lo aveva formulato in un libro del 1913 Miguel de Unamuno, rettore “a vita” dell’Università di Salamanca, la più antica di Spagna. L’accademico filosofo poeta scrittore drammaturgo politico Unamuno. Il quale nel luglio del 1936 allo scoppio della Guerra civile aveva dapprima appoggiato gli insorti. Poi, però, in preda al desencanto e davanti a una platea di falangisti con a capo il generale Millán-Astray, fondatore della Legione spagnola di stanza in Marocco, aveva pronunciato parole fatidiche: “Vincerete, ma non convincerete. Per convincere bisogna persuadere”. E aveva concluso: “Mi sembra inutile chiedervi di pensare alla Spagna”. Unamuno uscì indenne dalla magnifica aula del Paraninfo a Salamanca solo perché lo prese sottobraccio Carmen Polo, moglie di Francisco Franco, futuro Caudillo di Spagna, allora generale del Tercio de Extranjeros come Millán-Astray. Mentre i falangisti con le pistole in pugno inneggiavano alla morte por España, una, grande y libre, Doña Carmen accompagnò in auto Unamuno a casa. Dove rimase agli arresti domiciliari fino alla morte, il 31 dicembre del ’36.
 

Proprio la guerra civile aveva acceso il cuore di Sciascia di “un amore intenso e disperato” per la Spagna. “Primo amore” adolescenziale, si capisce. Quindi destinato a durare tutta la vita. “Dalla guerra di Spagna, dal fuoco di quella guerra, a me pare di aver avuto davvero un battesimo: un segno di liberazione nel cuore; di conoscenza; di giustizia”, scrisse anni dopo nel racconto L’antimonio pubblicato nel 1960, ma ambientato durante il fascismo nella Sicilia desolata dell’altopiano e delle zolfare. La Sicilia di Sciascia. L’antimonio, gas letale per i minatori che prima o poi trovavano la morte nelle viscere della terra, diventa narrazione intorno all’arruolamento dei legionari di Mussolini che andavano in Spagna per combattere a fianco delle truppe franchiste. “Volontari che volontari non erano, se non formalmente”, osserva Sciascia. “In effetti costretti ad accettare il lavoro della guerra poiché non c’era per loro lavoro né nelle miniere né nelle campagne”.


A questo gioco di specchi, a questo riflettersi della Sicilia nella Spagna e della Spagna nella Sicilia che “per i siciliani è un continuo insorgere della memoria storica, un continuo affiorare di legami, di corrispondenze”, pensavo quella mattina di fine autunno del 1982 mentre alla stazione ferroviaria di Chamartín, allora la più importante di Madrid, aspettavo il treno con a bordo Leonardo Sciascia accompagnato, come sempre, dalla moglie Maria Andronico. Ero lì ad accoglierli per conto di Enrique Tierno Galván, el viejo profesor con cui studiavo dal ’78, mito del pensiero critico antifranchista in Spagna, figura di rilievo della Transizione rapida dalla dittatura alla democrazia, sindaco di Madrid dal 1979, quando si tennero le prime elezioni amministrative dopo la morte del Caudillo nel ’75.

Nell’82 in Spagna el cambio si era compiuto. Definitiva la vittoria dei socialisti di Felipe González alle politiche del 28 ottobre. La Costituzione, di cui Tierno aveva scritto il Preámbulo, approvata già nel 1978. Era questo il contesto in cui Sciascia e moglie arrivavano a Madrid. Lui con l’inseparabile bastone, ne aveva una collezione, all’epoca un vezzo più che una necessità. Lei composta e pettinata come sempre, come se non avesse affrontato un viaggio. Ancora più silenziosa del marito, che già di suo pesava le parole. Entrambi con occhi a cui non sfuggiva uno spillo.  La Spagna che trovavano era molto diversa da quella di cui avevano fatto esperienza nei due viaggi precedenti, nel 1956 e nel 1961, quando avevano visto un paese così povero e affamato da far sembrare loro più ricca perfino la Sicilia dei salinari e dei braccianti descritta nel romanzo Le parrocchie di Regalpetra, pubblicato proprio nel ’56.

Di questa Spagna nata dalla Transizione si parlava, mentre li accompagnavo al Ritz, ancora oggi albergo tra i più esclusivi della capitale, cent’anni e oltre di storia e aneddoti. E di questa Madrid che Tierno era riuscito a modernizzare, nei luoghi simbolo come la Puerta del Sol e nella società. Era il tempo della Movida madrileña, autentica esplosione di energia creativa dopo quarant’anni di repressione franchista. La Movida che proprio nel sindaco aveva trovato vigore e sostegno. I giovani portavano in trionfo Tierno. Erano lo zoccolo duro dell’enorme popolarità che lo circondava. Lui, el viejo profesor, infaticabile nel doppiopetto grigio molto  vintage, stava al gioco. Anzi, lo manovrava. Dietro gli occhiali spessi come fondi di bottiglia dardeggiavano lampi di ironia. Se non capivi, potevano anche fulminarti. Forbito come un hidalgo del passato, razionale nei contenuti, Tierno si rivolgeva ai concittadini con Bandos del alcalde affissi ovunque. Bandi municipali che fecero di Madrid un genere letterario. Era un personaggio, don Enrique. L’unico intellettuale (non gli sarebbe piaciuto il termine) che io abbia frequentato capace di scrivere e parlare allo stesso identico modo.


L’incontro tra Tierno e Sciascia fu l’incontro tra due eretici. Quasi coetanei, di tre anni maggiore Tierno che era del 1918, avevano in comune più di quanto si potesse supporre. Non solo Diderot, Voltaire e il culto della libertà e della dignità umana, quindi il rigetto di qualsiasi totalitarismo. Non solo l’agnosticismo attento ai valori del cristianesimo, manifestato da entrambi negli scritti e nelle azioni (aveva fatto scalpore la decisione di Tierno divenuto sindaco di mantenere il Crocifisso negli uffici pubblici di Madrid). Era lo stigma della Guerra civile a legare due esistenze così distanti per nascita. Tierno l’aveva combattuta dalla parte della Repubblica. Sciascia l’aveva osservata da lontano. Ma era stata la molla che gli aveva fatto scrivere: “Avevo la Spagna nel cuore” nelle Parrocchie di Regalpetra. “Quei nomi – Bilbao, Malaga, Valencia, e poi Madrid, Madrid assediata – erano amore. Ancora oggi li pronuncio come fiorissero in un ricordo d’amore”. Era la “versione spagnola” di Sciascia. Meno nota di quella francese, quella dell’incipit delle Parrocchie: la fede nella scrittura, figlia di Paul-Louis Courier “vignaiuolo della Turenna” e oppositore della Restaurazione in Francia. Con quel colpo di penna assestato come fosse un colpo di spada. Come se potesse bastare “a ristabilire un diritto, a fugare l’ingiustizia e il sopruso”.  
 

Anche io “avevo la Spagna nel cuore” come il maestro Sciascia. Anche grazie a lui, lettura imprescindibile per noi ragazzi degli anni Settanta. 
Ero riuscita ad andare a studiare a Salamanca nel 1976. Non esisteva l’Erasmus all’epoca. Ma sopperivano le borse di studio dell’Ambasciata di Spagna in Italia e il sostegno delle università. Nel ’78 ero a Madrid per una ricerca su Tierno Galván e sul gruppo di studiosi che intorno a lui si era costituito, chiamati proprio Grupo Tierno.  Il tema era il Boletín de la Cátedra de Derecho Político dell’Università di Salamanca. Una rivista che, sotto mentite spoglie accademiche e con uso di criptolinguaggio, aveva introdotto nel paese tra il 1954 e il 1964 contenuti “proibiti”, riallacciando le fila del pensiero progressista ed europeista spezzato dalla dittatura. Fu un’occasione unica. Avere vent’anni o poco più e vedere da vicino la Spagna che si trasformava nel luogo più trendy d’Europa. Senza neppure rinunciare ai riti della tradizione. Vivere la movida e avere il privilegio della tertulia quotidiana, conversazione informale con Tierno e con professori, politici e diplomatici del suo gruppo, alcuni dei quali destinati a segnare la storia della Spagna. Pablo Lucas Verdú, Raúl Morodo, Fernando Morán e soprattutto Elías Díaz con la moglie Maite. Tutta gente abituata a seminare dubbi. Dell’Italia sapevano molto. Alcuni ci avevano vissuto. Erano soliti ricorrere alle opere di Leonardo Sciascia e di Norberto Bobbio, massimo teorico italiano della filosofia del diritto, per interpretare quanto avveniva nella politica e nella società. In Italia e non solo.


Nel novembre del 1978 portai a Tierno Galván una copia in italiano de L’affaire Moro di Sciascia, certa che avrebbe apprezzato. Era L’affaire un libro “caldo”. Scritto da Sciascia nell’immediatezza degli eventi. L’assassinio da parte delle Brigate rosse del presidente della Democrazia cristiana Aldo Moro il 9 maggio del ’78, dopo un sequestro durato 55 giorni. Uno di quei fatti che “nulla sarà come prima”, ripresi dai giornali di tutto il mondo. In Spagna il delitto Moro aveva segnato la società. Per le affinità tra Br ed Eta. E perché si trattava di terrorismo politico già sperimentato nel paese. L’attentato del 1973 al “delfino” di Franco, l’ammiraglio Carrero Blanco, aveva davvero “colpito al cuore” lo stato franchista.
Proprio sul caso Moro Sciascia cominciò a essere protagonista del dibattito pubblico in Spagna. Inseguito dai giornalisti che volevano intervistarlo e da quotidiani e riviste che volevano pubblicare articoli suoi. Cosa che avvenne con El País. Certo, fu un riconoscimento tardivo per uno scrittore affermato già negli anni Sessanta. Anzi, per lo scrittore “coscienza critica della società” per eccellenza. Uno di casa a Parigi, “dove anche l’aria è libertà”. Ci andava almeno due volte all’anno dal 1955 in poi. Sempre in coppia con la moglie Maria e sempre con l’amato treno. Qualsiasi cosa Sciascia scrivesse, in Francia era già tradotta. In Spagna no. E si capisce. Con il Caudillo in vita l’antifascismo dichiarato di Sciascia, i suoi giudizi sulla Guerra civile e sull’Inquisizione non erano propriamente allineati alla narrazione di regime. Sì, nelle università o nei circoli letterari sapevano benissimo chi fosse Sciascia. Lo leggevano in italiano, in francese, in inglese. Ma solo nel 1968 venne tradotto in spagnolo con Il giorno della civetta, scritto nel 1960, primo romanzo nella storia della letteratura italiana a parlare apertamente di mafia. Al successo in Spagna contribuì l’omonimo film diretto da Damiano Damiani con una sensuale Claudia Cardinale e Franco Nero, giovane e di gentile aspetto, nel ruolo del capitano Bellodi, a rappresentare il volto pulito dello stato.

Quando divenne sindaco, nell’aprile del ’79, Tierno Galván decise di invitare Sciascia e mi chiese di fare da tramite. Desiderava che lo contattassi di persona, in Sicilia. Sciascia accettò immediatamente. Cominciò un carteggio “ufficiale” tra loro. Corrispondenza che man mano viene fuori dagli archivi della Fondazione Sciascia, grazie all’impegno di Vito Catalano, il nipote dello scrittore che se ne occupa. C’è una lettera dell’agosto 1980 che la dice lunga su stile e forme di don Enrique. Ma anche sui suoi interessi e sull’offerta culturale rivolta ai concittadini, “dediti sempre di più alla lettura dei libri di Sciascia”. Il sindaco auspica un incontro pubblico (che poi, nel 1982 si tenne all’Istituto italiano di cultura a Calle Mayor) e si rivolge a Sciascia como testimonio de respeto della migliore letteratura contemporanea. Come Graham Greene, lo scrittore inglese dai mille volti, appena ricevuto a Madrid, sempre su invito della municipalità.

Sciascia in versione spagnola è protagonista del libro di Alejandro Luque Paura del registratore. Leonardo Sciascia e la stampa spagnola, appena pubblicato da Rubbettino nella collana Quaderni di Regalpetra a cura di Vito Catalano. Luque, scrittore e giornalista andaluso, da anni raccoglie tutto quello che riguarda Sciascia e la hispanidad. Ha in mente “un progetto enorme che si dirama per percorsi ancora inesplorati, soprattutto in America latina”. 

 


Vito Catalano ha intercettato un segmento della ricerca di Luque e ha pubblicato questo volume ricco di aneddoti. Come la prima intervista a Sciascia pubblicata in Spagna dal settimanale Triunfo nel ’78. A realizzarla uno scrittore già noto come Héctor Bianciotti. Titolo: Somos todos asesinos (“siamo tutti assassini”).  “Ma alcuni più degli altri”, specifica subito Sciascia. Si riferisce all’omicidio di Moro. Ma anche alle mafie che sembrano essersi impossessate dell’Italia. C’è la testimonianza di Jorge Semprún, scrittore e politico che divenne anche ministro della Cultura in Spagna, il quale nel ’79 pubblicò sulla rivista Cambio16 un colloquio con Sciascia intitolato: El Estado, culpable (“Lo stato, colpevole”). E quella di Rosa Pereda, firma della redazione culturale del País che nell’82 venne a intervistare Sciascia al Ritz e fu colpita dall’ironia dello scrittore e dal suo considerare El presente intelectual y político de España (questo il titolo dell’articolo) attraverso la Sicilia, davvero metafora del mondo intero. Lo sguardo divulgativo dei giornalisti rivela “la Spagna nel cuore” di Sciascia, nel paese oggetto dell’amore. Mostra una passione nutrita di letture: Américo Castro, Unamuno, Ortega y Gasset da cui Sciascia apprese “il metodo per affrontare fatti, cause, conseguenze”, il Cervantes del Chisciotte che iniziò a tradurre, Machado, i poeti della generazione del ’27, fino a Borges e agli scrittori ispanoamericani. Una passione riversata nella scrittura. Non c’è testo nella produzione letteraria e civile di Sciascia in cui non si trovi almeno una citazione o un nome d’autore o un modo di dire che rimandi alla Spagna. Morte dell’Inquisitore, Feste religiose in Sicilia, Todo modo. Fino alla traduzione e prefazione della Veglia di Benicarló di Manuel Azaña, ultimo presidente della Seconda repubblica spagnola prima della Guerra civile.  

Dalle impressioni di viaggio nel 1982 Sciascia ricavò una serie di articoli che poi confluirono nel volume Ore di Spagna del 1988, con foto di Ferdinando Scianna e una nota di Natale Tedesco. Ma è Juan Arias, all’epoca vaticanista a Roma, ex sacerdote spretato e maritato, uomo dalla cultura eclettica, a rivelare cosa pensasse Sciascia della Spagna negli ultimi anni di vita. Almeno cosa ne pensasse in rapporto all’Italia: “Si somigliano nel peggio, discordano nel meglio”.

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