Opera

Povero Rossini. Nel "Maometto secondo" al San Carlo di Napoli la regia di Bieito è brutta e noiosa

Alberto Mattioli

Si salva invece la direzione di Mariotti, lui sì che sa dare, a differenza del regista, un senso drammaturgico alle formule rossiniane

Ecco uno spettacolo che rinfocolerà l’estenuante provincialissima querelle des anciens et des modernes che imperversa in Italia sulle regie d’opera, più noiosa e prevedibile di un comizio di Salvini. E rischia di portare acqua al mulino cigolante e blaterante dei MM (Melomani Medi) modello “povero Verdi”, in questo caso “povero Rossini”. Perché Calixto Bieito, grande regista del partito modernes, corrente molto modernes, il Maometto secondo che torna al San Carlo dopo appena 203 anni dalla prima assoluta l’ha proprio sbagliato, tutto e male. Di Rossini, Bieito ha capito nulla; anzi, ha fatto uno spettacolo contro l’opera, facendosi beffe delle simmetrie e ripetizioni e (apparenti) meccanicità di Rossini, questo giocoliere dell’astratto, e non capendo che dietro quelle forme fintamente stereotipate c’è la sostanza di un vero teatro tragico. Il problema non è che in scena ci sia poco, qualche cavallo di frisia con neon incorporato e un po’ di sacchi della monnezza; il problema è la mancanza di idee e il fatto che le poche che ci sono siano anche sbagliate, tipo Maometto che nel duetto con Anna si sbottona la patta e mette la di lei eburnea mano proprio lì, auguri, sultani maschi e viva la finesse. Non so se sia venuto il momento di collocare Bieito sul carrello dei bolliti o dei brasati, sarebbe pure stagione, ma questa volta dire che delude è poco: fa proprio arrabbiare. E’ una regia statica, noiosa, poco comprensibile e anche brutta da vedere. 

E, soprattutto, è uno spettacolo che imprime all’opera un moto uguale e contrario alla direzione, viceversa splendidissima, di Michele Mariotti. Lui sì che sa dare un senso drammaturgico alle formule rossiniane, variando colori e ritmi di continuo, senza buttar via nemmeno l’ultimo dei recitativi e svelando appieno gli “accenti nascosti” dell’autore, come li chiamava Stendhal. Mariotti coglie come nessuno la sublime schizofrenia del Gioacigno napoletano, il suo ideale di un teatro composto, simmetrico, marmoreo, classico dentro il quale ribolle però incandescente un’urgenza drammatica sperimentale e spericolata, come si vede nel finale aforistico e geniale, quando Anna si pugnala senza nemmeno un rondò di duolo con variazioni (il Nostro cercherà poi, alla fine della carriera italiana, di conciliare l’inconciliabile, di trovare una sintesi, e gli uscirà quel capolavoro mostruoso – proprio in senso etimologico – che è Semiramide, l’opera meno sintetica della storia). Che Mariotti dirigesse il miglior Rossini mai sentito dai tempi di Claudio Magno, lo sapevamo; che arrivasse a queste altezze di tragicità spoglia e definitiva è una rivelazione. La storia interpretativa di Maometto secondo riparte da qui, anche perché c’è pure la nuova edizione critica di Ilaria Narici.

L’Orchestra del San Carlo è ottima; senza il maestro Basso, la qualità del Coro si è invece assai abbassata. Il dispetto per l’horror visivo diventa ancora più feroce perché, oltre a un’immensa direzione, per un’opera al limite dell’incantabile a Napoli hanno trovato anche i cantanti. Varduhi Abrahamyan sarà un filino fioca sotto, ma porta a casa, alla fine, un ottimo Calbo; Dmitry Korchak declama con formidabile energia i clamorosi recitativi gluckian-spontiniani di papà Erisso (nella realtà storica poi segato in due – da vivo – dai turchi, i gentiluomini di Hamas hanno inventato nulla); Roberto Tagliavini canta tutte le molte note di Maometto, e assai bene. E poi c’è Vasilisa Berzhanskaya, voce strana, a metà strada fra mezzo e soprano, quindi ideale per le parti Colbran, presenza scenica mesmerica nonostante le idiozie della regia, pianissimi incantevoli anche quando non sono impeccabili, agilità di forza, e insomma una presenza, una personalità, un modo così particolare di stare in palcoscenico e di cantare e di vivere il personaggio che quando Anna muore ci sembra di morire con lei. Pubblico napoletano così raggelato da quel che vede da non riuscire ad apprezzare appieno quel che sente; ma raccontano che, alla fine della prima ritardata causa sciopero, giustizia è stata fatta.

Di più su questi argomenti: