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Quel gran genio di Rossini, sessista, biscazziere e pure un po' razzista

Alberto Mattioli

Appunti dal saggio di Paolo Fabbri sulla vita e sulle opere. Tra le sue parole offese a sedicenni alle prime armi, blackface al contrario e una passione per il gioco d'azzardo. Insomma un intellettuale che ora non sarebbe buono nemmeno per Sanremo

Questo Rossini! A “Che tempo che fa” non lo inviterebbero mai e Concita lo recensirebbe malissimo. Sessista, biscazziere, politicamente scorretto e con degli interpreti pure un po’ (un bel po’) razzista. Sono spigolature che emergono dalla lettura del gran libro di Paolo Fabbri appena uscito per la Libreria Musicale Italiana, Come un baleno rapido – Arte e vita di Rossini, 838 pagine anche belle larghe, monumentale tanto nelle analisi musicologiche che nella massa di notizie biografiche. 

 

E qui si rilegge con vergognoso divertimento questa letterina ad Angelo Anelli, librettista dell’Italiana in Algeri (scritta per la verità in origine non per lui ma per Luigi Mosca), dal quale Rossini voleva un altro libretto, ovviamente cucito su misura per i cantanti già scritturati: “Per il Tenore una Parte Eroicomica. Per Galli [Filippo, basso, ndr] Un Carattere Esagerato. Per Remorini [Ranieri, altro basso, ndr] il contraposto del secondo. e per la donna Un Cazzo il quale possa addattarsi alla Cosi detta Pelosa di quella donna la quale dovrà prestarsi per i nostri Parti”, punteggiatura, parolacce, maiuscole e minuscole sono quelle originali. Poi Anelli non si fece convincere, arrivò Sterbini, l’opera semiseria fu Torvaldo e Dorliska e, guarda caso, la primadonna Adelaide Sala, sedicenne e alle prime armi, evidentemente non corrispose molto ai parti e deluse: “È Zero”, scrisse Rossini alla mamma.

 

Di lì a poco metterà in scena Otello, ossia Il moro di Venezia, tratto molto alla lontana da Shakespeare dal marchese Francesco Berio di Salsa. Nel marzo 1818, il Rossini in Salsa va in scena con il tenore Nicola Tacchinardi al San Benedetto di Venezia, almeno secondo Fabbri (Ilaria Narici, nel suo saggio sul blackface su Calibano, la nuova raffinatissima rivista di Paolo Cairoli per l’Opera di Roma, dice invece che era la Pergola di Firenze nel ’19), e gli spettatori, fra i quali c’è un lord Byron assai scandalizzato, si trovano davanti un Moro perfettamente bianco. Spiega un’Avvertenza sul libretto: “Chieder forse potria taluno, perché Otello sulle Scene non venga in nero sembiante, come lo richiederebbe (non si sa a qual motivo) il sogetto (sic) del tragico Inglese; ma non troppo probabile sembrando, che una gentil Donzella da più leggiadri giovani corteggiata, accendersi potesse per un Mostro, il di cui aspetto fra noi orrido, e deforme riputasi, si risolse il sig. Tachinardi (ri-sic) di vestir forme meno ripugnanti; massime anche nel considerare, che non tutti i figli dell’Africa han nero il volto”. Blackface al contrario, insomma.

 

Intanto Rossini fa i soldi con i giochi d’azzardo, firmando il 1° aprile 1819 un contratto con l’impresario del San Carlo, Domenico Barbaja, che lo rendeva socio al 5 per cento dei “giuochi”, cioè della roulette collocata nel ridotto (a proposito del teatro come Tempio di cui si è tanto parlato in questi giorni). Salvo doverci rinunciare quando l’effimero governo costituzionale napoletano uscito dai moti del 1821 l’abolì per i consueti intenti moralizzatori della sinistra. Già, e la politica? Rossini era in realtà il tipico intellettuale italiano disposto a servire qualsiasi regime purché gli servisse, e infatti lo fece con tutti con l’eccezione di quello di Luigi Filippo che non voleva pagargli la pensione.

 

Però all’atto d’accusa di leso progressismo si possono allegare la sua cantata La Santa Alleanza, eseguita a un congresso veronese del 1822 cui parteciparono tutti i migliori reazionari d’Europa, da Metternich a Wellington passando per Chateaubriand, e l’opera Il viaggio a Reims, scritta per Carlo X (predecessore gran signore e non pitocco di Luigi Filippo) che, nonostante i tentativi di censura delle regie, è in realtà un manifesto politico-ideologico della Restaurazione. Insomma, non ci siamo. Questo Gioacigno, oltretutto per nulla fluido, non andrebbe bene nemmeno per Sanremo. Dove, peraltro, nel ’13 quel geniaccio di Elio lo omaggiò con La canzone mononota, ispirata a un’aria “di sorbetto” del Ciro in Babilonia. Ma ovviamente nessuno se ne accorse.

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