FACCE DISPARI

Maurizio Scarcella racconta Richard Benson, “i misteri di un martire trash”

Francesco Palmieri

Il docufilm per cercare di capire il confine tra il vero e il falso su quello che si racconta sul musicista morto due anni fa

Elesse a posto dispari nella vita il confine tra vero e falso, mito e bufala, splendore evocato e squallore accertato. Sin dalla dichiarata nascita a Woking, guarda caso la cittadina del Surrey dove H.G. Wells ambientò l’inverosimile ‘Guerra dei mondi’, inaugurando il genere fantascientifico. Sicché i più non credettero che Richard Benson fosse stato partorito lì, ipotizzando invece che la sua maschera da rockettaro trash con parruccona e stravaganze celasse, tradita dall’accento romano, un nostrano Riccardo Benzoni, uno di quelli che s’incontravano nei bar del quartiere Alessandrino (oggi esodati sui social), dove certi personaggi sordiani e verdoniani venivano auspicati per vincere il tedio ma poi liquidati col bollino di “cazzari” o con quello più tenue, e più malevolo, di “cantastorie”.

Richard Benson però si chiamava davvero così e proprio a Woking era nato, aveva fatto parte di una notevole band di rock progressivo italiana, possedeva un’eccellente preparazione musicale e profuse a dozzine di allievi la sua abilità chitarristica (anche questa ovviamente dubitata o osannata). Ai concerti degli ultimi anni gli tiravano di tutto: polli, ortaggi, scatolette di tonno, eppure lui si prestava al bagno trash con l’eroismo concavo di colui che incoraggia gli altri a travisarlo in un grottesco meme. Vivo più oggi di prima che morisse – il 9 maggio di due anni fa – è assurto a pentimento, gloria e memoria di fan bipolari almeno quanto lui. Tutto questo racconta Maurizio Scarcella, 32 anni, testimone diretto dell’ultimo Benson, nel docufilm che è la sua opera prima. Lo fa con lo scrupoloso affetto di certi giovani curiosi di un passato che lambirono, favorito dalla nostalgia cui lo inclina la sembianza da attore anni settanta e dallo sguardo periferico di un ragazzo di Forte Bravetta, che ha frequentato l’Istituto Cine-tv ‘Roberto Rossellini’ per celebrare le deità minori.

Come nasce l’idea di ‘Richard Benson – La vita è il nemico’?

Nel 2016 Benson rivolse assieme alla moglie un appello ai fan, chiedendo aiuto per le loro difficili condizioni economiche e di salute. Scattò una mobilitazione di massa e anch’io decisi di andare a visitarli per sincerarmi della situazione. Facevo il videomaker e mi venne in mente di girare qualcosa, ma con la frequentazione l’idea assunse le dimensioni più ambiziose di un docufilm.

Lui si prestò al progetto?

Sia Richard sia la moglie Ester Esposito mi dimostrarono fiducia. Lo seguii nel tour che avrebbe fatto e ripresi anche il concerto a Palestrina del 2017. Fuori dagli studi televisivi e dal palcoscenico quest’uomo istrionico e aggressivo si dimostrava tutt’altro tipo, pacato e dotato di savoir faire britannico, di profondità morale e di buona cultura.

Era consapevole di essere diventato un’icona trash?

In mezzo secolo di attività aveva vissuto tanti cambiamenti generazionali. Agli inizi fu un’eminenza delle notti romane, una figura dell’underground che sparigliava dove si palesava. Quando la società e i gusti glielo imposero dovette reinventarsi anche nei modi più assurdi, facendo di se stesso un performer a uso del pubblico, ma con grande consapevolezza.

Perché assecondare quelli che vengono al concerto con lo zainetto pieno di schifezze da tirarti addosso?

Lo amavano per poterlo odiare e viceversa, in un periodo di tumultuosi cambiamenti di cui non si riuscivano a canalizzare le emozioni. Richard ebbe l’enorme coraggio di prestarsi al gioco, le sue performance erano paragonabili a quelle di una Marina Abramovic, l’immolazione del corpo metteva a nudo gli istinti peggiori e le contraddizioni della natura umana. Anche a Palestrina quest’artista ormai malato, che faticava a camminare, fu preda della furia cieca degli spettatori. Lui li portava al punto di mostrare tutta la miseria umana, ma il paradosso è che chi passava la serata a lanciargli oggetti si metteva in fila per avere, dopo il concerto, una foto con lui. E se lo incontrava per strada manifestava affetto e riverenza.

Come avvenne la deriva di Benson?

Con la diffusione del digitale diventò forse la prima figura italiana virale del web e arrivò anche ai ragazzi che non lo conoscevano. Al contempo, il suo spartiacque biografico fu la caduta da Ponte Sisto nel 2001, che ebbe pesanti conseguenze sul fisico e sul suo atteggiamento.

Si suppose un tentato suicidio, ma lui disse che avevano cercato di ucciderlo, poi che era stato solo un incidente di moto. Qual è la verità?

Per rispetto non ho voluto approfondire. Lasciamo che un punto interrogativo mantenga indelebile l’alone di mistero su questo come su molti episodi della sua vita. Benson ha incarnato il ‘Big Fish’ di Tim Burton, che racconta le sue verità inverosimili ma sempre su una base di realtà. Anche il virtuosismo chitarristico fu ridiscusso perché cambiarono i gusti, ma la sua ricerca ha contribuito a promuovere una cultura musicale che nessuno aveva avuto il coraggio di scandagliare, con la divulgazione di gruppi altrimenti sconosciuti. Oggi è scomparso il fascino di quella condivisione precedente all’èra digitale e gli algoritmi sostituiscono l’indagine individuale, ma il miracolo di Richard è che tanti adolescenti dopo avere riso dei suoi spezzoni in rete hanno scoperto grazie a lui sonorità non standardizzate. Ed è uscito un disco postumo con pezzi inediti di Benson inciso da un gruppo di Bergamo. Non è un fenomeno romano, ma un imperituro personaggio nazionale.

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