Buzz Aldrin sulla Luna, nel mitico allunaggio del 1969. Con Neil Armstrong fu il primo uomo a mettere piede sul satellite (LaPresse) 

esplorazione spaziale

Cinesi, indiani e americani si preparano a tornare sulla Luna. Forse per restarci

Siegmund Ginzberg

Sogni, desideri e illusioni della nuova corsa allo spazio. Una storia di miti, leggende e ambizioni spaziali. Le prossime missioni e il richiamo della poesia

"I cinesi mangiano la Luna”.  È il titolo di un libro pubblicato qualche anno fa da una giornalista tedesca, Miriam Collée, sulle sue esperienze di vita a Shanghai, con molta ironia sugli stereotipi occidentali circa i cinesi. I cinesi notoriamente mangiano di tutto. Ma non mangiano la Luna. Anche se potrebbe fargli venire l’acquolina in bocca. E non solo perché durante la Festa di inizio autunno in cui si ammira la Luna piena si offre e si mangia un dolcetto rotondo in forma di Luna ripieno di pasta di semi di loto o di fagioli rossi. Le antiche leggende (comuni peraltro a molti altri popoli, compresi gli originari abitanti dell’America meridionale), narrano di un coniglio che nelle notti di plenilunio si vede saltellare con le sue lunghe orecchie sulla superficie lunare. Tiene compagnia a Chang’e, la divinità femminile che si è rifugiata solitaria sulla Luna e continua a pestare nel mortaio l’elisir dell’immortalità. Tu è il carattere cinese che sta per coniglio (non fa distinzione tra coniglio e lepre). Non per niente chiamano Yutu (coniglio di giada) i veicoli lunari che accompagnano le missioni Chang’e. Il Chang’e 4 è atterrato sulla faccia nascosta nel dicembre 2019, quando cominciava a girare il Covid e non lo dicevano ancora. Non ha ruote, né cingoli. Ha quattro zampe. E due simpatiche ali azzurre (o orecchie di coniglio se vi pare). 

Si apprestano a tornarci anche in carne e ossa. Entro il 2030. E forse a restarci. Così come si apprestano ad andarci gli indiani, che hanno appena lanciato il Chandrayaan-3, che dovrebbe atterrare sulla Luna il 23 agosto. Non si sa se ci proveranno i giapponesi. Ero andato da Pechino alla loro esposizione universale a Tsukuba nel 1985. Era tutta missili ed esplorazione spaziale. La prossima, nel 2025, sarà sullo sviluppo, che nel frattempo da loro si è fermato. Non si sa ancora se Roma si aggiudicherà quella del 2030. La Nasa dal canto suo ha già annunciato i nomi dei quattro astronauti che andranno sulla Luna con la missione Artemis 2, a mezzo secolo dalle missioni Apollo. Tra di loro, per la prima volta, una donna e un nero. Politically correttissimo.


Sulle mappe lunari che girano sul web si affollano i puntini che indicano i più recenti allunaggi. Più missioni che meteoriti


Di questo passo sarà bersagliata da missioni lunari quanto lo è stata nei millenni butterata dai meteoriti. Nel film di Georges Méliès, del 1902, il proiettile sparato dalla Terra le si infila sì nell’occhio, ma è ancora uno solo. Alle missioni di bandiera si stanno aggiungendo quelle private. Presto vi costruiranno basi permanenti. La Cina pareva si apprestasse a costruirne una assieme alla Russia, che ha una certa expertise in fatto di stazioni spaziali. Ma ogni menzione della possibile collaborazione è sparita quando si sono presentati al recente Congresso astronautico internazionale a Parigi. Forse ci hanno ripensato. “La collaborazione spaziale con Mosca non è mai stata la soluzione preferita da Pechino. Men che meno con la guerra in Ucraina di mezzo”, spiega Marco Aliberti, dell’European Space Policy Institute, uno dei massimi esperti in materia di ambizioni spaziali cinesi. 

Ne è passato di tempo da quando, a cavallo degli anni 60 e 70, quelli dell’inimicizia per la pelle tra i due giganti socialisti, circolava in Russia la battuta sugli scienziati che portano al Cremlino una buona e una cattiva notizia. Il compagno Breznev vuole sentire prima quella cattiva. “I cinesi sono andati sulla luna”. E quella buona? “Il miliardo o quasi di cinesi sono andati tutti sulla luna”. 

Dopo il primo storico passo di Neil Armstrong e Buzz Aldrin, quel caldo 20 luglio 1969 (lo ricordo bene, a Milano si colava), sembrava che ci si fosse disamorati. Il gioco in apparenza non valeva più la costosissima candela. Nixon, da gran pragmatico qual era, aveva sospeso il progetto Apollo e dimezzato i finanziamenti alla Nasa. I cosmonauti sovietici non ci arrivarono mai. Eppure erano stati i primi a farvi atterrare, già a fine anni 50, una sonda e a fotografare la faccia nascosta. Pochi giorni prima del lancio dell’Apollo 11 il loro mastodontico N1 era esploso, e così l’N2, N3 e così via. Dopo Luna 24, andata e tornata nel 1976, avevano smesso anche loro di pensarci. Solo con la perestrojka avrebbero svelato la storia dei fallimenti. Assieme ai sogni lunari già tramontava anche il sogno sovietico. I cinesi avevano altre gatte da pelare, erano in piena Rivoluzione culturale, si stavano massacrando tra di loro ai vertici per il potere e la successione a Mao. Non gli era stata nemmeno data la notizia dell’allunaggio. Stampa e media cinesi l’avevano del tutto ignorata (o censurata se si preferisce). In fatto di segreti in Cina non è cambiato molto. Continuano a sparire come per magia, senza spiegazione, ministri, generali, imprenditori, dissidenti. 


In Europa l’allunaggio americano aveva scatenato il dibattito in seno alla sinistra. Trionfo della scienza, anche se “capitalistica”, o dell’imperialismo?


Da una parte quelli che vi vedevano il trionfo della scienza, anche se si trattava di scienza “capitalistica”. Dall’altra quelli che vi vedevano un trionfo propagandistico del “neocapitalismo” e dell’imperialismo aggressivo americano (si era in piena guerra in Vietnam), un immane spreco di risorse che avrebbero potuto essere meglio spese in Terra per alleviare miseria, malattie, fame e diseguaglianze, per fare la pace anziché preparare nuove guerre. La prima posizione fu avanzata nel modo più convincente da Emilio Sereni, che allora dirigeva la rivista teorica del Pci, Critica marxista. Io allora, ancora ragazzino, lavoravo con Sereni alle Botteghe oscure. In un memorabile editoriale sull’Unità Sereni lo esaltò come un traguardo per tutta l’umanità, senza distinzioni, una riprova del ruolo della scienza come “forza direttamente produttiva”, come già Marx aveva intuito nei suoi Grundrisse, allora inediti. Ricordò che metà dell’incremento del prodotto lordo globale dipendeva ormai da investimenti in “capitale umano”, cioè nella scienza e nella ricerca. Gli rispose, dalle stesse colonne, un altro intellettuale del Pci, il fisico Marcello Cini, ironizzando pesantemente sul “miracolo dell’affratellamento universale [che] si è compiuto nel nome del nuovo dio Apollo”, denunciando la conquista della Luna come “anzitutto un colossale colpo propagandistico, il più fantastico spettacolo di circenses che sia mai stato regalato alla plebe dai tempi di Nerone”. Poi avrebbe rincarato, sarcastico: “La ricchezza dei dati raccolti da reti sempre più elaborate di satelliti rappresenta probabilmente uno spreco rispetto alle possibilità della loro interpretazione. Lasciamo stare infine la possibilità di controllo pianificato del clima, che è certamente nel regno della fantascienza”.  

Aveva ragione Sereni. Dalla sua c’erano i laburisti inglesi, e i socialdemocratici tedeschi. Tony Benn era il ministro della Tecnologia nel governo laburista di Harold Wilson. Disse: “Le nostre invenzioni sono risorse naturali, quanto il petrolio del Mare del Nord, il carbone e le altre risorse che troviamo sulla terra”. In Germania ovest Karl Steinbuch, il padre dell’informatica – era stato lui a coniare il termine – considerava il progetto Apollo un modello di pianificazione e cooperazione interdisciplinare. Lamentava che, mentre la Nasa investiva miliardi nella tecnologia dei computer, in Germania si facesse poco. In Urss si faceva meno ancora. C’è chi sostiene che fu tra le cause del crollo dell’impero sovietico. Steinbuch era bizzarramente ossessionato dall’idea che la sua Germania restasse indietro rispetto all’Italia. Nel 1969 parteggiava per la Spd di Willy Brandt, poi sarebbe passato alla Cdu e alla destra. La sinistra anticapitalista e antiamericana, quella che “voleva la luna” del sole dell’avvenire, era innamorata dell’orrore maoista. Forse anche gli altri protagonisti del dibattito di allora non direbbero le stesse cose. Cini probabilmente non direbbe più che intervenire sul clima è fantascienza. 

La cosa che più mi impressiona dei dibattiti di allora è la somiglianza alle discussioni dei giorni nostri su clima, surriscaldamento e rimedi. E non solo perché è, come quella di oltre mezzo secolo fa, molto ideologica e di lana caprina, per partito preso, ben poco scientifica. Non voglio litigare col mio amico Chicco Testa, col mio amico Giuliano Ferrara e altre autorevoli firme di questo giornale. Ma mi paiono un po’ troppo trascinati dalla foga di prendere partito, polemizzare con i fanatici dell’allarmismo, di criticare quel poco che si fa. Meno dalla necessità che si faccia qualcosa, si cerchi di capire meglio, e che chi più può dia il buon esempio, anche a quella parte maggioritaria del mondo che inquina di più. Senza contare che sarà impopolare, forse non porta voti, ma alla lunga ci conviene, anche economicamente. “Eppure abbiamo un problema”, direbbe Galileo. Lascio al lettore divertirsi a indovinare chi, dei protagonisti di quelle antiche discussioni, gli ricorda chi di quelle di oggi.

Tornando alla Luna, resta l’interrogativo: che ci vanno a fare adesso? Non sono in grado di rispondere.


La corsa degli anni 60, a prima vista inutile, tanto che si fermò, invece accrebbe le possibilità di fare qualcosa di buono sulla Terra


Senza, per dirne solo una, non avremmo l’epopea della miniaturizzazione dei computer, dei cellulari, la nuova frontiera dell’intelligenza artificiale, le accresciute possibilità di fare qualcosa di buono qui sulla Terra. Illusioni? Non mi faccio illusioni sulle sorti magnifiche e progressive della scienza, ma so che senza illusioni – un po’ di illusioni, per favore – non si combina niente. Le promesse minerarie? L’idea malsana che, se le cose si mettono davvero male, qualcuno, più fortunato, potrà trovare rifugio su altri pianeti, che traspare in molte giustificazioni delle corse private allo spazio, al momento soprattutto turistiche, da Bill Gates e Jeff Bezos a Elon Musk? Non saprei. 

Tra le teorie sul perché i grandi stati – gli imperi, o i superstati come qualcuno li chiama oggi – hanno sempre investito in grandi esplorazioni, geografiche o scientifiche, indipendentemente dal ritorno immediato in termini di profitto, di sicurezza, di conquista o di egemonia, ce n’è una che si distingue dalle altre: l’accumulazione di “capitale simbolico”. Un saggio di due studiosi americani, Paul Musgrave e Daniel H. Nexon, Defending Hierarchy from the Moon to the Indian Ocean: Symbolic Capital and Political Dominance in Early Modern China and the Cold War, pubblicato online da Cambridge University Press nel 2018, compara due esempi storici distanti ma suggestivi: la corsa allo spazio americana degli anni 60 e le massicce spedizioni navali cinesi di epoca Ming degli inizi del 1400. Entrambe le imprese costarono molto più di quanto resero. Tanto che furono abbandonate nel giro di pochi decenni. Resero però in prestigio, “capitale simbolico”. La controprova sarebbe che sia l’America di Nixon, dopo la decisione di interrompere i programmi spaziali nel 1972, sia la dinastia Ming, dopo la decisione dell’imperatore Xuande di interrompere nel 1433 i grandi viaggi navali, conobbero un momento di declino (irreversibile per la Cina Ming). 

Ci resta la poesia. La Luna l’hanno cantata tutti, in tutte le epoche e a tutte le latitudini.


La Luna della poesia Tang è più grande e bella. Il “Viaggio” di Jules Verne, le “Cosmicomiche” di Calvino, l’“Orlando” di Ariosto


“La Luna più brillante è quella che si vede da casa propria”, scrive Du Fu. “Alzo la testa, per contemplare la Luna splendente / Abbasso la testa e penso alla mia terra”, gli fa eco Li Bai. C’è sempre un intreccio stretto tra la Luna, e quel che succede in Terra, tra contemplazione e politica. Lu Xun aveva tradotto agli inizi del ‘900 in cinese (dal giapponese) il Viaggio dalla Terra alla Luna di Jules Verne. Il suo racconto “Fuga sulla luna” è una parodia del mitico arciere Hou Yi, che aveva salvato il mondo abbattendo nove dei dieci soli che lo surriscaldavano. Stufa che lui ormai porti a casa solo corvi indigesti, lei lo lascia per scappare sulla Luna. La fuggitiva è niente meno che Chang’e. Il racconto fa parte della raccolta di Antiche storie rinarrate. Un modo per raccontare di fatti dei suoi giorni, proprio come lo sono le Cosmicomiche di Calvino. Nella prima cosmicomica il vecchio Qfwfq, un personaggio che “ha più o meno l’età dell’universo”, racconta di come una volta la Luna era sempre addosso alla Terra, poi si è allontanata, portando con sé i sogni d’amore. 

Anche la Luna di Ariosto racconta di cose che non vanno in Terra. E’ una discarica di cianfrusaglie terrestri: “Le lacrime e i sospiri degli amanti, / l’inutil tempo che si perde a giuoco, / e l’ozio lungo d’uomini ignoranti, / i vani disegni che non han mai loco, / i vani desidèr sono tanti, / che la più parte ingombran di quel loco” (Orlando furioso  Canto XXXIV, 75-81). E’ lì che finisce il senno degli uomini impazziti in Terra. “Lunatico” significa la stessa cosa in molte lingue.

C’è un filo rosso che da Dante, a Galileo, attraverso Ariosto e Giordano Bruno, arriva a Leopardi, e a Calvino. E’ la “vocazione profonda” della letteratura italiana. Coniuga scienza e fantasia, fa della scienza racconto e del racconto scienza. E’ la tesi di un bel libro di Pietro Greco (era mio collega all’Unità, quando era un grande giornale, faceva la pagina della scienza): L’astro narrante. La Luna e la scienza nella letteratura italiana (Springer). Galileo era un narratore oltre che, forse prima che, uno scienziato. Calvino era stato impalato quando sostenne che Galileo era “il più grande scrittore della letteratura italiana d’ogni secolo”. Bruno finì sul rogo perché, secondo la denuncia fatta all’Inquisizione dal nobile Zuane Mocenigo, che lo ospitava a casa sua a Venezia, sosteneva che “[vi] sono infiniti mondi” quali la Terra e la Luna. E’ un po’ quel che sostiene, in termini esclusivamente scientifici, non poetici, lo studioso di formazione ed evoluzione planetaria Eric Asphaug in Quando la Terra aveva due lune. La storia dimenticata del cielo notturno (Adelphi 2021). All’estremo opposto, quelli come Marinetti, ascoltato amico di Mussolini, che urlava: “Uccidiamo il chiaro di Luna!”

Il 2023 è l’anno della Superluna, che sembra a portata di mano quando passa più vicino alla Terra, a soli 356.000 km anziché 406.000. Il 1 agosto alle 20,33, e poi di nuovo il 31 agosto e il 29 settembre. Sempre che non ce la rovinino prima.

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