Franco Fortini in una foto d'archivio

Dittico letterario

Calvino e Fortini, due metodi opposti per pensare al di là dell'immediato

Alfonso Berardinelli

Nonostante la stretta amicizia che li legava, sembra che i due intellettuali siano vissuti su pianeti diversi e lontani. Ma in entrambi sopravviveva la capacità di distanziarsi e isolarsi, diventando testimoni accorti di una dura vicenda storica

In una rivista accademico-militante come Allegoria (sottotitolo: “Per uno studio materialistico della letteratura”), fondata e diretta da Romano Luperini, trovo un ampio studio di Davide Dalmas sulla saggistica di Franco Fortini e una breve recensione a un libro sulla saggistica di Calvino. E’ un buon segnale, perché di solito poeti e narratori sono trascurati nella loro anche eccellente produzione di saggisti. Il caso Pasolini ha rovesciato l’ordine di importanza fra il saggista e il poeta: in quanto pamphlettista “corsaro” e “luterano” ha quasi messo in ombra il poeta, valutazione, questa, che personalmente condivido. Sta di fatto che anche Calvino, in modo meno clamoroso ma significativo, ha concluso la sua attività con tre libri che tuttora, a distanza di decenni, appaiono più riusciti e interessanti di molti suoi volumi di narrativa. Le postume “Lezioni americane”, gli articoli di “Collezione di sabbia”, nonché “Palomar”, i cui capitoli sono saggi mascherati da racconti, valgono non meno che “I nostri antenati” e “Se una notte d’inverno un viaggiatore”.

 

Nella triade Fortini-Pasolini-Calvino non si sa quali siano state le coppie oppositive più cariche di tensione. Sembra che siano vissuti in tre pianeti lontani. Ma in fondo è stato proprio il più rigoroso e giudicante Fortini a essere stato in rapporti di relativa amicizia sia con Pasolini sia con Calvino, frequentato alla Einaudi. Verso la fine degli anni Settanta, sembrò per un momento che in casa Einaudi girasse un’ipotesi di nuova rivista internazionale, qualcosa di simile al Menabò di quasi vent’anni prima. Direttori avrebbero dovuto essere proprio gli inconciliabili Calvino e Fortini. Quest’ultimo aveva proposto me come redattore, e perciò ci incontrammo a Milano con Calvino a casa di Fortini. La vicinanza fisica dei due in una stessa piccola stanza aveva qualcosa di innaturale. Furono d’accordo sulla scelta dei due direttori stranieri aggiunti, Starobinski e Enzensberger, il grande critico letterario e l’imprevedibile saggista eclettico. Ma per il resto non capivo come avrei fatto a mediare fra Calvino e Fortini: il primo non faceva che tacere, il secondo non smetteva di parlare. Un paio di mesi dopo, con mio sollievo, il progetto di rivista fu accantonato, non so per quali motivi. L’ambiente Einaudi di quegli anni, con Giulio Bollati polemicamente in uscita, non piacque affatto neppure a me. Calvino e Fortini continuo a vederli inconciliabilmente accanto in quella piccola stanza. Uno troppo reticente e l’altro troppo eloquente.

 

Fortini e Calvino. Da allora in poi e fino a oggi non sono mai stato in sintonia né con i tardivi seguaci del primo (fedeli marxisti) né con i devoti del secondo (letterati in carriera). Oggi che la problematica ideologica di Fortini è in netto declino e il fascino dello “stile Calvino” sembra inadeguato ai tempi, succede anche a me di non rileggerli volentieri. Ma se lo faccio trovo sempre qualcosa di utile; se non altro la loro capacità di distanziarsi, isolarsi, pensare al di là dell’immediato. Anche giudicandosi con riserve e diffidenze di vario genere, sapevano di essere testimoni di una vicenda storica che li coinvolgeva entrambi e li metteva a dura prova. Fortini era ossessionato dalla Storia, da cui si aspettava un esito, presto o tardi, rivoluzionario. Calvino evadeva dalla Storia inseguendo la Geografia e quei microcosmi osservabili che fanno parte della nostra vita quotidiana ma che comunemente ignoriamo perché distratti da idee grandi e vuote.

 

Due moralismi opposti, quelli di Fortini e Calvino, due opposti metodi di usare l’attenzione e la consapevolezza. Fortini voleva sentirsi in prigione: cosa che gli serviva per non dimenticare mai l’esistenza di nemici storici potenti e da combattere. Calvino somigliava invece al “barone rampante” di un suo famoso racconto: starsene arrampicato su un albero gli serviva per sottrarsi a quelli che considerava falsi doveri sociali e politici. Calvino si preoccupava da narratore di non perdere i suoi molti lettori, da cui gli venivano i soli doveri a cui si sentiva di ubbidire. Anche nei suoi saggi, evasioni e avventure significano incremento di libertà mentale. I saggi di Fortini sembravano scritti come dietro a un filo spinato (lo notò Garboli), quello di una società irta di insidie, che non lascia in pace e che non permette di vivere se non in una “falsa libertà”. Calvino arrivò alla sua migliore saggistica spremendo il succo intellettuale della sua narrativa: il mondo è fatto di molti mondi e la Storia di molte storie. La libertà non è in un futuro politico, è nella capacità di vedere un mondo in un angolo di prato o nel movimento di un’onda.

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