Italo Calvino con Pier Paolo Pasolini

Mi tengo stretti Calvino e Pasolini, opposti maestri dello sguardo da fuori

Alfonso Berardinelli
I due grandi duellanti letterari di fine Novecento

Calvino? Un perfetto scrittore minore. Pasolini? Un grande scrittore mancato.  Sui più influenti e discussi autori della seconda metà del Novecento, la cui ombra si allunga fino a oggi in un interminabile tramonto, non si finisce più di riflettere. Ammirarli e denigrarli possono e devono essere due facce di un’unica passione.

 

Calvino è pieno di limiti: la sua strategia è stata un astuto e prudente autolimitarsi. Pasolini è pieno di difetti: tutti i suoi libri sono sfrenati e impazienti, tanto ambiziosi quanto improvvisati. Calvino è sempre presente a se stesso. E’ un abile artigiano anche quando ha poco da dire. La sua inventiva fantastica è fatta di piccole scoperte che mascherano grandi fughe. Aguzza l’ingegno per non dire quello che pensa. Il suo io si contrae per non esporsi alle discussioni. Cerca di tenersi buono e stretto il suo lettore: gli fa immaginare problematiche complesse, ma se poi non le capisce non fa niente: intanto lo fa sorridere e lo rassicura. Anche il suo racconto della guerra partigiana, “Il sentiero dei nidi di ragno”, è una fiabesca avventura più infantile che adolescente. Gli adolescenti sono più sofferenti e problematici. Calvino nasconde le sofferenze. Non si commuove e non commuove mai. Per le emozioni ha una vera fobia. Meglio essere leggeri che spaventare con l’impegno. E’ un misantropo come “Il barone rampante” che si ritira sugli alberi e come Palomar che guarda il mondo da un telescopio. Ma di fronte alle “problematiche” ponderose, preferisce fare il finto tonto o giocare con la geometria, pur di non sprecare inutilmente energie.

 

Pasolini ha un io smodato. Si mette sempre al centro della scena. Fronteggia la Storia del mondo confessando le sue angosce e le sue passioni inflessibili. Ama e accusa. Accusa chi non lo ama. Quando non ha più voglia di amare, la prima cosa che gli viene in mente è che un mondo da amare finisce: il suo mondo premoderno che forse era l’unico vero mondo reale. Pasolini prende per la gola i suoi lettori. Pretende di radiografare il loro cuore ipocrita e le loro buie viscere. Fa il Cristo e fa il Socrate. Fa sentire in colpa il suo pubblico sacrificandosi come vittima della società. Anche quando scrive male, il sottinteso è che la verità va oltre lo stile: anzi lo distrugge. Dice sempre quello che pensa e non smette mai di pensare in pubblico. L’idea di stile lo ossessiona perchè non ha pazienza per definirlo, lavorarlo, renderlo solido e durevole. La sua strategia è una spericolata e teatrale scorciatoia: “lo stile sono io”, io sono la poesia qualunque cosa scriva, sono la poesia anche se non scrivo, anche se faccio film (“cinema di poesia”), se sono intervistato, se sono fotografato, se parlo in tv, se scrivo articoli (“giornalismo di poesia”).

 

[**Video_box_2**]In una famosa polemica di metà anni Sessanta sulle trasformazioni della lingua italiana, Pasolini difese “l’espressività letteraria” contro le minacce del linguaggio tecno-burocratico. Calvino gli rispose difendendo invece la concretezza e precisione linguistica, l’efficienza comunicativa dell’italiano “al livello dell’uso parlato, della vita pratica quotidiana”. Dunque Calvino, lo scrittore fantastico, era in realtà un oculato uomo pratico interessato a tenere in rapporto “common sense” e visione scentifica del mondo. Mentre Pasolini, con il suo sperimentalismo realistico,  i suoi reportage dalle periferie e dal Terzo Mondo, voleva esprimersi, passionalmente, ideologicamente. Il suo primo dato di esperienza è una visione estetica, erotica, autobiografica del mondo.

 

Dunque Calvino un perfetto scrittore minore e Pasolini un grande scrittore mancato? Da tempo mi sono affezionato a queste formule. I due autori hanno messo in circolazione per le generazioni successive due modelli letterari opposti, due idee di letteratura e di comportamento letterario. Calvino è piaciuto agli astuti e ai prudenti, ai laboriosi borghesi del nord, agli insegnanti gioviali che hanno paura di smuovere qualcosa di temibile negli alunni, agli studiosi di strutture formali e di cruciverba, a chi vuole solo elegantemente sorridere, ai critici cortigiani in carriera presso la Einaudi. Pasolini appassiona chi vuole perdersi, chi ha l’isitinto di accusare, chi si sente accusato, chi piange sulle vittime, chi non capisce che la storia è lavoro, chi fiuta dovunque possibili lager, chi vede in ogni burocrate un nazista potenziale.

 

Calvino morto a sessantadue anni nel settembre 1985, Pasolini morto a cinquantatre anni nel novembre 1975, sono ancora fra noi. Si può scegliere fra l’uno o l’altro. Per quanto mi riguarda, per passionale prudenza, me li tengo tutti e due come opposti maestri dello “sguardo da fuori”.

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