Javier Marias (LaPresse)

1951-2022

Niente punti fermi né capoversi, frasi lunghissime. Javier Marías è stato un grande scrittore

Mariarosa Mancuso

L'intellettuale spagnolo è morto a 70 anni. Curioso e d'altri tempi, “merce fuori stagione”, diceva. Prosa di serie A e situazioni da thriller o da romanzo giallo. E quella fissazione per chi sta “dietro le quinte”

Javier Marías era un curioso scrittore. Prosa di serie A – guai ai punti fermi e ai capoversi, la prima frase lunghissima era seguita da altre interminabili e sinuose, con il ritmo del narratore che via via si ricorda dei dettagli. Situazioni che – per non dire di serie B, i suoi estimatori potrebbero svenire e non riprendersi più – sono da thriller o da romanzo giallo. 

Un cuore così bianco (il romanzo che lo ha fatto conoscere ai lettori italiani a metà degli anni Novanta, editore Donzelli prima del passaggio a Einaudi) comincia con una giovane sposa che appena tornata dal viaggio di nozze lascia i familiari che stanno pranzando. In bagno, davanti allo specchio, sbottona la camicetta per prendere meglio la mira e si spara al cuore con il fucile di papà. Del resto il titolo viene da una battuta di Lady Macbeth: al marito assassino che lei ha istigato confessa “mi vergogno di avere un cuore così bianco”. Subdola astuzia per fare l’innocentina.

Domani nella battaglia pensa a me (altro titolo rubato a Shakespeare) inizia quando Victor, di professione sceneggiatore, conosce Marta, una donna sposata che subito lo invita a casa sua. Crediamo di sapere come vanno a finire queste cose. Non per Victor, che si ritrova con l’amante di una notte morta tra le braccia. Un attacco degno di Cornell Woolrich, che iniziava i suoi gialli con una botta in testa: il poveretto riprende il cappello da terra e non riconosce le iniziali. Una scena degna di “Barton Fink” dei fratelli Coen: due amanti a letto, lui schiaccia una zanzara sulla schiena di lei, vediamo una macchia di sangue gigantesca che rivela un omicidio.

 

“Non bisogna raccontare mai niente”, scrive Marias nella prima pagina di Il tuo volto domani (il romanzo ne conta 372, la trilogia era avviata a 1.600). Numeri d’altri tempi, il primo a capirlo è stato proprio Javier Marías, che cominciava a sentirsi “merce fuori stagione”. La raccolta Tutti i racconti uscita da Einaudi ha storie “accettate” e altre “accettabili” – si intende dagli editori. Negli ultimi romanzi – lo diciamo con dolore – aveva un po’ perduto il “Marías Touch”. Restava la fissazione per chi sta “dietro le quinte”: interpreti, traduttori, sceneggiatori, ghost writer, e spie.

 

In Un cuore così bianco era affascinato dai traduttori simultanei che con una parte del cervello ascoltano una lingua e con l’altra parte ne parlano un’altra. Era altrettanto affascinato dal fatto che le orecchie non hanno niente che le protegga dalle rivelazioni che non vorremo sapere: “Non ho voluto sapere ma ho saputo”. Possiamo chiudere gli occhi, come facciamo durante i film dell’orrore. Purtroppo “le orecchie non hanno palpebre”.

Fa sempre parte del “Marías Touch” la condizione di scrittore spagnolo che a volte sembra uno scrittore inglese, lingua a lungo frequentata. Ha insegnato letteratura, ha tradotto Le avventure di Tristram Shandy, gentiluomo: da qui il gusto per le digressioni, e per le frasi tenute in sospeso, c’è sempre un dettaglio da aggiungere, con l’andamento del parlato (che ovviamente non è “preso dalla vita”, ma frutto di fatica e artificio).

Vite scritte è una magnifica raccolta di aneddoti sugli scrittori colleghi, purché defunti e non ispanici. Trattati come personaggi di romanzo: Marías cerca indizi rivelatori (meglio se sfuggiti ai biografi). Henry James odiava Flaubert, perché una volta lo aveva ricevuto in vestaglia, e con la stessa sciatteria secondo lui scriveva. Thomas Mann soffriva di stomaco, somiglia a Giovanni Pascoli raccontato da Alberto Arbasino (entrambi i cagionevoli annotavano il benché minimo malessere in diari e lettere).
 

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