“Il grande Gatsby”. Ecco il secondo volume della collana “Libri proibiti”

Annalena Benini

Piccola biblioteca del pensiero cancellato. Dal 24 luglio in edicola con il Foglio il romanzo di Francis Scott Fitzgerald

Che cos’è la polizia del pensiero? Per tutto il mese di luglio, il Foglio offre ai suoi lettori una collana editoriale speciale intitolata “I libri proibiti”. Si tratta di una selezione di grandi classici del passato che la cultura del cancelletto oggi manderebbe al rogo. I volumi, in abbinamento al Foglio del weekend (a 4,50 euro + il prezzo del quotidiano), sono illustrati da Makkox e hanno le prefazioni di Annalena Benini e di Mariarosa Mancuso. Dopo “Huckleberry Finn” di Mark Twain, dal 24 luglio sarà la volta di “Il grande Gatsby”, di Francis Scott Fitzgerald.



"Voglio scrivere qualcosa di nuovo – di straordinario, di bello e semplice”, scrive Francis Scott Fitzgerald al suo agente. “Adesso sento in me una forza enorme”. E’ il 1924, Fitzgerald ha trent’anni, si trova in Europa e sta lavorando a “qualcosa di veramente mio”: “Il grande Gatsby”. E’ preoccupato per i soldi, come sempre, ma è anche esaltato dal suo lavoro. “il mio libro, credo, è il miglior romanzo americano che mai sia stato scritto”.
Quasi cent’anni dopo, Gatsby e Daisy, nati per mostrare l’illusione, la grazia e la tragedia del sogno americano, fanno parte della nostra storia. Ogni festa, piena di ragazze che vanno come falene verso la luce, aspira a essere una delle feste del Grande Gatsby. E ogni sogno, ogni speranza destinata a non realizzarsi ma a indicare il cammino, verso il passato e non verso il futuro, è la luce verde oltre la baia verso cui Gatsby tende le braccia, con fede incrollabile. Gatsby ama Daisy da sempre, anche se quell’amore era durato un mese soltanto, ma Daisy era già allora la ragazza ricca vestita di bianco, Daisy “ha una risata piena di soldi” e lui non ne era all’altezza perché era un ragazzo povero. Quando la incontra di nuovo, dopo cinque anni, e le mostra impacciato i suoi completi, le giacche da camera e le cravatte, e le camicie impilate a dozzine come mattoni, di lino, di cotone, di seta pesante e di flanella finissima, Daisy scoppia a piangere davanti a quelle camicie, singhiozzando. Gatsby è diventato ricco per lei, per la fede assoluta nel sogno di lei, che invece sa amarlo solo a intermittenza, che non coglie mai il peso della tragedia, ma anzi se la scarica velocemente dalle spalle, troppo vacua per accorgersi davvero della vita e della morte, troppo farfalla per guardare dentro il cuore di un uomo. 

Gatsby, arricchito, imbroglione, con automobili pacchiane e idee semplici, ha però un animo fiducioso e romantico, è disposto a credere alla vaghezza delle cose belle, è disposto a esercitare la speranza. Immobile sul prato con gli occhi fissi sulla luce verde del pontile di Daisy. Non c’è cinismo in lui, ma c’è la tragedia dell’esistenza: il crollo, la caduta, il fallimento. La distruzione del sogno che aveva costruito. Fitzgerald, man mano che gli anni passano, ne sarà sempre più consapevole: “Non faccio che vivere la vita che scrivo”. E capirà sempre più nettamente che è questa l’unica cosa certa: la sconfitta.

Tutto il resto: la violenza, la sopraffazione, il classismo che vengono adesso imputati a questo grande romanzo, e perfino il razzismo del marito di Daisy, Tom, accolto da Daisy con la solita noncuranza, con la  grandiosa incapacità che li accomuna di accorgersi dell’esistenza degli altri, sono il racconto preciso di quell’ingiustizia, di una feroce vacuità con gli abiti delicati e gli occhi senza desideri da esaudire.  Tom farnetica all’ora dell’aperitivo sulla superiorità della razza bianca e sul pericolo che “sarà del tutto sommersa. E’ scientificamente dimostrato”. “Tom sta diventando molto profondo”, dice Daisy con un’espressione di svagata tristezza. “Legge libri seri con dentro lunghe parole”. Ecco chi è Daisy, l’annoiata, mondana, amatissima Daisy: un’illusione ingigantita dalla fede di Gatsby. Ecco cos’è la letteratura: la capacità di mostrare senza descrivere, senza spiegare. La capacità di farci arrivare all’orecchio, mentre leggiamo, il tintinnio della voce di Daisy che dice cose che non si è sforzata di pensare. Essere umano incurante dei destini umani. Mentre Gatsby, e con lui Fitzgerald, hanno pietà per tutti loro, per tutti noi che continuiamo a remare, barche controcorrente. 

  • Annalena Benini
  • Annalena Benini, nata a Ferrara nel 1975, vive a Roma. Giornalista e scrittrice, è al Foglio dal 2001 e scrive di cultura, persone, storie. La rubrica di libri Lettere rubate esce ogni sabato, l’inserto Il Figlio esce ogni venerdì ed è anche un podcast. Ha scritto e condotto il programma tivù “Romanzo italiano” per Rai3. Il suo ultimo libro è “I racconti delle donne”. E’ sposata e ha due figli.