Libri proibiti. Piccola biblioteca fogliante del pensiero cancellato

Annalena Benini

Da sabato 10 luglio con Il Foglio una selezione di grandi classici del passato che la sofistica cultura perbenista manderebbe al rogo. Iniziamo con “Huckleberry Finn”

Che cos’è la polizia del pensiero? Per tutto il mese di luglio, a partire da domani, il Foglio offrirà ai suoi lettori una collana editoriale speciale intitolata “I libri proibiti”. Si tratta di una selezione di grandi classici del passato che la cultura  del cancelletto oggi manderebbe al rogo. I volumi, in abbinamento al Foglio del weekend (a 4,50 euro + il prezzo del quotidiano), sono illustrati da Makkox e avranno le prefazioni di Annalena Benini e di Mariarosa Mancuso. Si comincia domani con “Huckleberry Finn” di Mark Twain.



Coloro che cercheranno di trovare uno scopo in questa narrazione saranno processati; coloro che cercheranno di trovarvi una morale saranno banditi; coloro che cercheranno di trovarvi una trama saranno fucilati”. Se cerchiamo la poetica di Mark Twain, eccola. E’ l’avvertenza sulla prima pagina del romanzo, pubblicato per a Londra nel 1884, e solo l’anno successivo in America, otto anni dopo Le avventure di Tom Sawyer. Storie di ragazzini in cerca di libertà e divertimento. Secondo Ernest Hemingway, Le avventure di Huckleberry Finn “è il miglior libro che abbiamo mai avuto. Non c’era niente prima; non c’è stato niente di altrettanto buono dopo”. Tutti gli strumenti narrativi arrivano da lì, tutte le avventure, la spudoratezza, tutta la vita della provincia americana, tutto il senso dell’umorismo si trova lì. Huck ha dodici anni quando decide di scappare dalle insistenti attenzioni educative della vedova perbene che lo ha preso in custodia e che cerca di insegnargli a diventare un bravo ragazzo e a non mettere i piedi sul tavolo, a lavarsi con acqua e sapone, ad andare a scuola e a messa. Huck si annoia troppo, si sente come morto, vuole scappare. “Era ben duro vivere sempre in casa, considerando quanto fossero squallidamente metodiche e corrette le abitudini della vedova; così, non appena non ne potei più, me la svignai”. Ricordo benissimo la sensazione che provai, da bambina, la prima volta che lessi questa frase sul libro che era stato di mio padre: non appena non ne potei più, me la svignai. Che liberazione, che felicità: svignarsela. Mentre le sorelle March di Piccole donne compivano i loro doveri di brave ragazze e figlie devote, Huckleberry Finn se la svignava con una zattera sul Mississippi. E metteva in ridicolo tutte le convinzioni del mondo degli adulti, le buone maniere, l’ipocrisia e la finta generosità. Con grande realismo e senso dell’opportunità. “Se ci si deve comportare male, tanto vale farlo per bene e fino in fondo”. Huck incontra lo schiavo Jim, in fuga perché ha scoperto che verrà venduto a un mercante che lo porterà in una piantagione di cotone del profondo Sud, allontanandolo dalla sua famiglia.

Naturalmente Jim è nero, e la parola che viene usata per descriverlo è quella del Diciannovesimo secolo: “negro”. Ricercato, accusato perfino dell’omicidio di Huck (che Huck ha inscenato per scappare), Jim non può che diventare il migliore amico di questo bambino che rifiuta gli adulti fintamente civilizzati e che è stato quasi ammazzato dal padre alcolizzato con un’accetta. Tra i peccati che spedivano dritti all’inferno, secondo la comunità cristiana di cui Huck non aveva nessun desiderio di far parte, dare aiuto a uno schiavo fuggitivo era forse il primo della lista. Questa è una magnifica storia di ribellione e di amicizia, e di notti stellate passate a raccontarsi il mondo intero e a osservare la follia della società. Se si deve andare all’inferno, tanto vale divertirsi.

“Penso che a Jim la sua famiglia gli manca proprio come ai bianchi. Sembra impossibile eppure penso che è davvero così.” Lo scandalo dello sguardo libero di questo ragazzino ha costruito la grande libertà della letteratura americana, che adesso non può svignarsela. Del resto Jim è l’unico adulto rispettabile di tutto il romanzo, e “se avessi saputo che faticaccia era scrivere un libro, non ci avrei neppure provato”

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  • Annalena Benini
  • Annalena Benini, nata a Ferrara nel 1975, vive a Roma. Giornalista e scrittrice, è al Foglio dal 2001 e scrive di cultura, persone, storie. La rubrica di libri Lettere rubate esce ogni sabato, l’inserto Il Figlio esce ogni venerdì ed è anche un podcast. Ha scritto e condotto il programma tivù “Romanzo italiano” per Rai3. Il suo ultimo libro è “I racconti delle donne”. E’ sposata e ha due figli.