Sfumature di gender

Giacomo Papi

La denuncia delle discriminazioni e il rischio di rintanarsi in categorie via via più rigide e asfissianti

Non so chi firmerà gli articoli di questa pagina. Mi auguro che non saranno soltanto maschi. Spero nella presenza di Mariarosa Mancuso, Annalena Benini e Paola Peduzzi o di chiunque altro purché di sesso femminile. Dopo la sacrosanta polemica contro la presenza di soli maschi, peraltro quasi tutti ultra sessantenni, al Festival della Bellezza di Verona, sull’eros, la speranza è che in futuro i cartelloni saranno costruiti con più attenzione (a meno che l’argomento del festival non siano gli acciacchi maschili dell’età). E’ inutile dire che Michele Serra, l’unico dei partecipanti ad avere risposto e cercato di argomentare, è la persona meno maschilista che conosca, dopo Michela Murgia, che peraltro, con Serra, considero una delle più intelligenti. Mi chiedo, però, se l’invito, giustissimo, ad assicurarsi della parità di genere degli eventi a cui si partecipa debba estendersi anche alle pagine dei giornali, ai programmi editoriali, ai premi letterari. Mi chiedo, cioè, se in quanto maschio bianco cinquantenne abbia doveri da cui sarei esentato se fossi una donna nera trentenne.

 

La disparità di potere, reddito e rappresentanza tra uomini e donne è eclatante, una questione politica e di giustizia sociale intollerabile. Negli ultimi tempi, però, ho la sensazione che la denuncia delle discriminazioni si stia rintanando dentro categorie via via più asfissianti, che si stia ricominciando a dividere il mondo, tracciare linee e confini come in guerra. Basare la propria analisi e azione politica sul concetto di categoria rischia di produrre – come è sempre successo a sinistra – categorie sempre più piccole, scissioni, gruppuscoli, fino a tornare alla solitudine individuale da cui si era partiti – anche questo è sempre successo a sinistra. E’ evidente che per richiamare l’attenzione su un’ingiustizia occorra concentrare le proprie forze su quella. E può darsi che da queste battaglie nascerà un’attenzione che prima non c’era. Ma il fatto che, tatticamente e perfino strategicamente, una battaglia sia efficace non ne fa automaticamente una battaglia giusta, né vera. La domanda, mi rendo conto banale, è se i diritti delle donne, come quelli di trans, transgender, omosessuali, neri o di chiunque altro non siano, semplicemente, diritti umani e che in quanto tali andrebbero pretesi e rivendicati.

 

Dire che tutti gli uomini – questa sì, una parola da cambiare con umani – sono uguali implica già il rifiuto e la ribellione contro ogni discriminazione e autorizza la proteste se qualcuno viene escluso o vilipeso in base alle sue preferenze sessuali, alla classe sociale, al colore della pelle. La discussione sul gender innescata dall’uccisione di una ragazza in provincia di Napoli perché amava un ragazzo nato ragazza non nasce soltanto dalla sciatteria della cattiva informazione che non ha saputo come dire quell’amore e quale nome dare a una condizione per definizione in transito (che chi informa si informi è un altro diritto umano). Ha mostrato che anche all’interno del movimento femminista esistono posizioni diverse. La corrente oggi maggioritaria afferma che il genere scelto da un individuo sia nominato per primo, e che quindi Ciro Migliore sia un “uomo trans”, ma c’è anche un “femminismo essenzialista e trans-escludente” di chi, come Arci Lesbica e J.K. Rowling in un altro contesto, vuole tenere ferma una differenza biologica. Sono discussioni che non avrebbero senso se si affermasse il semplice diritto di ogni persona a essere chi sente di essere e ad amare chi sceglie di amare. E’ vero che il linguaggio crea la realtà – fino a pochi anni fa dire “ministra” sembrava assurdo –, ma è anche vero che il rischio su questa strada è quello di una deriva nominalistica.

 

Come a Bisanzio ci si accaniva sul sesso degli angeli, presto si finirà a combattere, più che per i diritti delle persone, per il potere di stabilire i nomi in cui incasellare la loro sessualità, categorie che saranno necessariamente ideologiche. Si finirà per affermare o negare diritti, cioè, agli umani in base alla categoria in cui le persone sono state inserite. La moltiplicazione dei termini con cui oggi si cerca, per esempio, di definire la sessualità, che è fluida da sempre, rischia di moltiplicare gli stereotipi, invece che abolirli, perché le categorie sono gli strumenti attraverso cui gli stereotipi si consolidano. Più che un passo verso la liberazione e la dignità di ognuno, mi fa pensare al fatto che ad Haiti nel Settecento il razzismo e l’oppressione si basavano proprio sulla classificazione ufficiale di sessantaquattro sfumature diverse nel colore della pelle.

 

Perfino l’idea che i diritti delle donne siano semplicemente diritti umani fa parte della storia del pensiero femminista, o almeno l’ha lambito. E’, per esempio, la posizione di Natalia Ginzburg: “Io credo che gli uomini e le donne devono lottare insieme; gli uomini devono essere con le donne contro l’oppressione. Quando si sta insieme fra donne contro gli uomini è perché si ha un complesso di inferiorità. Bisogna andare al di là di questo, perché siamo tutti uguali. E’ la stessa cosa anche per gli Ebrei”. E’ la cultura patriarcale ad avere fondato da sempre il proprio potere sulla rigidità delle funzioni e delle categorie in cui comprimere l’infinita varietà umana. Sostituire a quella rigidità una rigidità di segno opposto significa combatterlo riproducendolo.

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