Giancarlo De Carlo, l'archistar riluttante

Michele Masneri

Vita romanzesca di un ribelle tra libri, riviste, accademia e America. L’amicizia con Sereni e Vittorini (che cucinava)

Sarebbe nato giovedì scorso, cent’anni fa, Giancarlo De Carlo, archistar italiana novecentesca tra le più sexy, per estetica ed etica, viaggi, ribellioni. Era nato appunto il 12 dicembre 1919, figlio di un ingegnere navale, da cui l’interesse per edifici-bastimenti dalle linee organico-pratiche, che andarono poi a incagliarsi contro il mondo di Aldo Rossi e il filone identitario-sublime preponderante. Con la moglie Giuliana Baracco, traduttrice e redattrice, abitavano insieme ai Vittorini in un duplex milanese in cui l’autore di “Americana” volentieri cucinava – ma a differenza dello scrittore siciliano, in America De Carlo ci andrà, e pure spesso, a insegnare nei massimi campus dal Mit a Yale a Berkeley. Le vacanze, invece, non in America ma a Bocca di Magra, con Calvino, Pavese, Franco Fortini, e Vittorio Sereni che le ricorderà in versi (“Nell’anno ’51 li ricordi / la Giuliana e il Giancarlo / ballerini e acrobati com’erano / con vocazione di poveri / di cui sarà il mondo domani, salute gioventù fierezza scatto. E oggi? In una torpida mattina del ’60? O di essi e dei figli / bellissimi e terribili di cui / con intatta vocazione di poveri / ancora può essere il mondo / domani / per la decima estate non si orna / di nuovo la bocca del Magra?”).

 

La vocazione di poveri era soprattutto costruire case per i poveri – il villaggio Matteotti a Terni, su tutti, e pochissime case private, semmai l’idea – cinquant’anni fa – di sostenibilità e progetti “partecipati”, con i suddetti poveri che partecipavano alla progettazione delle case in cui poi avrebbero dovuto abitare. Tutto era nato dall’osservazione del primo casamento a Sesto San Giovanni, lui l’aveva disegnato e poi in cerca di feedback s’era messo al bar di fronte per vedere l’effetto che fa. E si accorge di aver sbagliato tutto. “Ho verificato l’inesattezza dei miei calcoli”, scriverà su Casabella. “Le logge erano colme di panni stesi e la gente era a nord, tutta sui ballatoi. Davanti a ogni porta, con sedie a sdraio e sgabelli, per partecipare da attori e spettatori al teatro di loro stessi e della strada”. Insomma, come spesso accade, quando l’architetto disegna per il popolo, il popolo si ribella. Però lui fa autocritica e introdurrà appunto il concetto di partecipazione, e gli operai di Terni decideranno insieme a lui le loro case.

 

I figli bellissimi e terribili erano invece Anna e Andrea De Carlo, lei sposerà Ludovico Einaudi, lui sarà scrittore longseller e poliedrico (musicista, pittore e fotografo), come già il padre, laurea prima in Ingegneria e poi in Architettura, e sostenitore dell’idea che l’architettura è una cosa troppo seria per lasciarla agli architetti (dunque vituperato dall’accademia e dalle riviste e in generale dal paese dell’iperspecializzazione). Fondò dunque una scuola sua, con spirito Bauhaus, con fotografi, musicisti, pittori, antropologi (l’Ilaud, International Laboratory of Architecture and Urban Design, laboratorio multidisciplinare in cui lavoravano giovani architetti di tutto il mondo). “Se qualcosa di buono è stato prodotto dall’architettura italiana, assai raramente è venuto dalla scuola”, scriverà in “La piramide rovesciata”, uno dei saggi che raccontano la disastrosa esperienza nell’accademia italiana. Lui, laureato ingegnere (con una tesi su una fabbrica di aerei da caccia), impara l’architettura soprattutto dagli amici milanesi (Franco Albini e Giuseppe Pagano). Tramite Vittorini si lega d’amicizia con Carlo Bo rettore-principe di Urbino, per cui fa il restyling dell’università e del piano regolatore. Sa soprattutto scrivere (cosa non comune tra gli architetti) e insieme alla moglie Giuliana fondano riviste, inventano collane (per Marsilio e Mondadori e il Saggiatore), anche con copertine leggendarie grazie all’amicizia col principe dei grafici Albe Steiner (è l’ecosistema milanese, bellezza).

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