I demoni di Harold Bloom

Mattia Ferraresi

Vita, morte e tormenti del padre del canone occidentale, che credeva in Dio perché l’ateismo non è divertente ed è stato accusato di molestie dalla “figlia di Dracula”

Harold Bloom ha tenuto la sua ultima lezione a Yale giovedì scorso, e lunedì è morto in un ospedale di New Haven. Il critico americano aveva 89 anni, ed era malato da così tanto tempo che pochi, fra i viventi, lo ricordano senza acciacchi e tormenti di salute, condizione che non ha rallentato la sua immensa produzione scrittoria. Ha pubblicato due libri nel 2017, due nel 2018 e due quest’anno. Presto la Yale University Press darà alle stampe un volume postumo. Le precarie condizioni non hanno nemmeno rallentato la sua vorace attività di lettura. La leggenda vuole che, grazie a una memoria prodigiosa, fosse in grado di leggere e assorbire quattrocento pagine in un’ora. Il suo amico Richard Bernstein ha detto che vederlo leggere era “spaventoso”. Il lungo susseguirsi di malattie non ha placato il suo desiderio di insegnare, attività per la quale nutriva una passione smodata e che ha esercitato fino all’ultimo come professore emerito di Yale. Negli ultimi anni, i giornalisti che lo chiamavano nella sua casa di New Haven in cerca di un’intervista venivano gentilmente respinti dalla moglie, Jeanne, che diceva: “Non può rispondere, sta molto male”. Ma in sottofondo si sentiva la voce di Bloom: “Dai, passamelo”. Con il timbro reso cavernoso dalla malattia, diceva che in effetti stava molto male, poi stava al telefono per ore a parlare di letteratura.

 

Ai giornalisti che lo chiamavano diceva sempre che stava male, ma poi stava per ore al telefono a parlare di letteratura

Bloom era il gigante indiscusso della critica letteraria americana, e anche i suoi (molti) detrattori accademici non potevano evitare di misurarsi con le sue teorie, culminate con la concezione del “canone occidentale”, che postulava la superiorità della tradizione letteraria occidentale incarnata da 26 autori che avevano definito il genere, da Dante a Walt Whitman passando per Dickens e Tolstoj fino a Proust e Beckett. Nell’appendice della sua poderosa summa, uscita nel 1994, figurano 850 nomi di autori che rientrano nel canone e che, a suo giudizio, resisteranno all’urto del tempo. Di Shakespeare diceva semplicemente che era “Dio”, termine che questo ebreo cresciuto in una famiglia ortodossa e imbevuto di cultura Yiddish non usava mai alla leggera. Intendeva dire che i personaggi usciti dalla penna del Bardo erano reali quanto persone vere, e avevano influenzato profondamente il modo in cui gli occidentali concepivano l’umano, tesi che ha articolato in un saggio del 1998.

 

La costruzione del canone occidentale era iniziata con un’opera di demolizione del New Criticism, scuola critica rappresentata, fra gli altri, da William Wimsatt, che era stato professore di Bloom a Yale e al quale questo ha dedicato, nei primi anni Settanta, The Anxiety of Influence, la prima fre le sue opere maggiori. Ha rotto con il dipartimento di inglese della sua università nel 1977 per divergenze critiche insanabili, venendo assunto come professore senza inquadramento in una facoltà, praticamente “un dipartimento a se stante”, come lo ha definito il New York Times.

 

Dietro alle complicate “guerre del canone” che negli anni Novanta hanno animato i critici c’era in fondo un disaccordo sulla natura e lo scopo della letteratura: se questa si muovesse nel campo dell’estetica e del sublime – termini che Bloom, difensore del romanticismo, amava – oppure se fosse in fondo un’ancella delle scienze sociali, una sovrastruttura. Bloom ha sfruttato ogni forma saggistica e si è avvalso di qualunque tribuna polemica per evitare che i “resentnik”, come li chiamava lui, prendessero il sopravvento nelle facoltà umanistiche americane, ma era una battaglia gravata all’origine da un invincibile senso di sconfitta. In questo era in linea con le considerazioni sulla chiusura della mente americana formulate dal suo omonimo filosofo, Allen Bloom. Aveva il pregio e la civetteria di collocarsi dalla parte sbagliata della storia, scrollando le spalle di fronte al moltiplicarsi di metodi innovativi per affrontare e ripensare il testo letterario. Quando gli hanno esposto le tesi di Franco Moretti, uno dei padri delle digital humanities, che nel suo laboratorio di Stanford affrontava la letteratura con strumenti quantitativi, lui l’ha definita “un’assurdità”: “Sono interessato alla lettura”.

 

Ma Bloom era l’esatto opposto di un critico minoritario, per pochi. Ha scritto oltre venti libri di critica, tradotti in quaranta lingue, compensati con anticipi favolosi e benedetti da un successo commerciale che nessun altro collega avrebbe mai osato sperare, circostanza che lo ha reso un caso raro di intellettuale che si è mosso con agio nella torre d’avorio dell’accademia, fra le vetrine delle librerie e nelle classifiche di Amazon. L’unica pausa che si è preso dalla produzione saggistica è stata per scrivere un romanzo, The Flight to Lucifer, sequel dell’opera fantasy A Voyage to Arcturus di David Lindsey, che aveva amato da giovane e che era stata centrale nella creazione dell’immaginario di C.S. Lewis e J.R.R. Tolkien. Una sera lo ha riletto e si è pentito di averlo scritto. Ha pagato l’editore per non pubblicare una seconda ristampa, e se avesse potuto avrebbe ritirato tutte le copie in circolazione.

 

Bloom era nato nel 1930, nel Bronx, quinto figlio di una famiglia di emigrati ebrei della working class. Le tre sorelle e il fratello maggiore sono morti prima di lui. Il padre, un operaio del settore tessile, veniva da Odessa, la madre, casalinga, da Brest Litovsk, nell’odierna Bielorussia. In casa si parlava Yiddish, ma erano osservanti, quindi ha imparato l’ebraico antico studiando le scritture. Si è diplomato con pessimi voti ma ottimi punteggi nei test standardizzati in una scuola pubblica del quartiere e si è poi laureato in lettere classiche all’università Cornell. Il suo maestro M.H. Abrams lo ha convinto a fare domanda altrove per il dottorato perché “qui non avevamo più nulla da insegnargli”, e così è finito a Yale, proprio negli anni in cui un altro brillante studente dell’università del Connecticut, William Buckley, aveva scatenato un gran dibattito sul conformismo accademico e l’avversione alla mentalità religiosa con il suo libro God and Man at Yale.

 

La questione religiosa era centrale per questo “ebreo gnostico” che ha spiegato la religione americana ai puritani

Un altro punto infiammato dell’anima di Bloom era proprio la questione religiosa. La moglie una volta ha detto che lei e il marito si consideravano atei, dichiarazione che lui ha poi corretto: “No, non sono ateo. Non è divertente essere atei”. In varie circostanze si è definito un “ebreo gnostico”, specificando: “Uso il termine gnostico in un senso molto ampio. Non sono nient’altro che ebreo, sono un prodotto della cultura Yiddish. Ma non riesco a capire uno Yaveh, o un Dio, onnipotente e onniscente che abbia potuto permettere i campi di concentramento nazisti e la schizofrenia”. Era interessato alla gnosi, alla cabala, all’ermetismo, alla dimensione del divino in quanto fatto d’interesse psicanalitico, nei vari suoi libri a tema religioso ha affrontato la figura di Gesù come personaggio letterario e si è interrogato sull’intento dogmatico – a suo dire inesistente – dell’autore dei primi cinque libri della Bibbia. Ha tracciato una separazione netta fra la tradizione ebraica e quella cristiana, definendo l’espressione “giudaico-cristiano”, usata soprattutto in relazione alle radici dell’occidente, un’invenzione per scopi politici. In The American Religion, uno dei suoi libri più acuti e meno venduti, ha riletto l’esperienza religiosa americana alla luce dei caratteri psicologici dei suoi abitanti, concludendo che la gnosi, non il cristianesimo, è il centro del senso del divino per il Nuovo mondo. I Testimoni di Geova erano l’unica eccezione non-gnostica in un panorama altrimenti dominato dai personal Jesus della pastorale americana.

 

Bloom si è mosso fra i giganti della storia della letteratura, ma il suo percorso è stato segnato anche dall’amore per autori “minori”. Fra questi è degno di nota il poeta Hart Crane, che secondo Bloom aveva doni poetici paragonabili a quelli di Milton e Whitman, e li avrebbe espressi a beneficio del mondo nei decenni a venire se non si fosse suicidato a trentadue anni. Il primo libro che Bloom abbia mai posseduto è una raccolta del poeta cresciuto in Ohio e diventato poi cantore orfico della New York degli anni Venti. Ha implorato sua sorella maggiore di dargliene una copia, dopo che aveva esaurito i rinnovi del prestito nella biblioteca del Bronx dove per la prima volta è stato folgorato dall’autore. L’ha ricevuto in regalo per il suo dodicesimo compleanno, nel 1942. Forse è stato anche il genio religioso di Crane a evocare qualcosa in Bloom, un sottotesto fatto di implorazioni al ponte di Brooklyn di “slanciarsi verso le nostre bassezze”, di torri spezzate che conducono verso altezze trascendenti, di immagini mariane e sotterranei della metropolitana che portano alla Quattordicesima strada, forse un riferimento alla quattordicesima stazione della Via Crucis, la deposizione nel sepolcro. L’incontro con Crane è stato il primo “innamoramento violento” per la poesia, un momento in cui l’intimo “viene mosso dal potere poetico prima ancora di poter comprendere le parole”. A lungo, come critico, Bloom ha resistito alla lettura prevalente, fondata ma parziale, che presentava Crane esclusivamente come araldo dell’omosessualità e attivista lgbt ante litteram.

 

In epoca pre MeToo Bloom è stato investito, ma non travolto, dalle accuse di molestie avanzate da Naomi Wolf, che era stata sua allieva negli anni Ottanta. L’autrice e attivista ha scritto sul New York Magazine che il professore le aveva messo una mano sulla “parte interiore della coscia” e che il gesto era parte di un atteggiamento prevaricatore e abusivo che il critico riservava a diverse delle studentesse che lo seguivano, avvinte dalla sua competenza e dal suo carisma. La denuncia di Wolf era anche rivolta a Yale, istituzione a suo dire colpevole di aver protetto lui e altri molestatori, creando un clima di omertà e copertura simile a quello di una loggia massonica. Il mondo letterario si è diviso tra accusatori e difensori di Bloom, e in quell’occasione Camille Paglia, un’altra delle allieve di Bloom, si è distinta per un commento sferzante: “Per tutta la vita Naomi Wolf ha sbattuto gli occhi e agitato le tette, ha trasformato in una professione il corteggiamento dell’attenzione dei maschi flirtando e offrendo il suo allure sessuale”. Da parte sua, Bloom, ha sempre negato ogni circostanza sconveniente: “Mi rifiuto perfino di pronunciare il nome di questa persona. La chiama la figlia di Dracula, perché suo padre era uno studioso di Dracula. Non sono mai stato nella mia vita in una stanza con la figlia di Dracula. Quando si è presentata senza invito a casa mia, il mio figlio minore l’ha cacciata”. E’ stato un evento in qualche modo profetico, un segno dell’avanzamento di una cultura delle rivendicazioni e della giustizia sociale che Bloom ha sempre avversato, quella che avrebbe trasformato i dipartimenti di letteratura inglese in “cultural studies”, luoghi dediti più all’etica che all’estetica.

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  • Mattia Ferraresi
  • Nato nella terra di Virgilio e cresciuto in quella di Tassoni, ora vive nel quartiere di Tony Manero. E’ il corrispondente dagli Stati Uniti. Ama, con il necessario distacco penitenziale, il Lambrusco e l’Inter. Ha scritto alcuni libri su cose americane e non, l’ultimo è “La Febbre di Trump” (Marsilio). Sposato con Monica, ha due figli, Giacomo e Agostino.