Va di moda l'orgasmo

Fabiana Giacomotti

Un’elettricità creativa sta consegnando nuovi impulsi all’arte e al fashion. La potenza del climax sulle passerelle di Milano

Orgasmique”, fa scrivere il direttore creativo di Gucci Alessandro Michele su una serie di etichette che applica all’orlo dei pantaloni dei modelli della sua collezione per la prossima estate. Collezione per la prima volta essenziale e svestita quel tanto che basta a essere sensuale e aggressiva senza perdere in eleganza, come nella lezione di Tom Ford di cui ricorrono in scena anche i frustini, portati però in funzione atipica e nonchalante sul braccio abbandonato, come un accessorio qualunque e forse meno divertente delle cartucciere da rossetto fissate al polpaccio. E mentre quelli sfilano nel Gucci Hub di viale Mecenate trasformato in un garage al passo doppio consentito dal tapis roulant su cui è montata la passerella – proprio come facciamo noi alla Stazione Centrale quando rischiamo di perdere il treno e teniamo la corsia di sinistra sperando che gli altri abbiano chiaro che va lasciata libera per i ritardatari e gli ansiosi – ci viene in mente che nell’ultimo secolo, obnubilati dalle presunte libertà sessuali, ci siamo persi una buona metà dell’universo lessicale nascosto nella parola “orgasmo”. L’ansia da prestazione, l’eccitazione, l’aspettativa entusiasta, la frenesia o, come dicono gli inglesi che vi hanno costruito attorno molta della loro letteratura contemporanea, il “frenzy”, che è l’elettricità creativa, la creatura del dottor Frankenstein, la spinta alla vita, il motore dell’esistenza, il dito indice di Dio e di Adamo che stanno per sfiorarsi, colti nell’attimo prima che il primo infonda la vita nel secondo in una scintilla senziente.

L’orgasmo come inquietudine, come l’impazienza che diventa azione. Nuova creatività, nuova spinta al fare e all’agire

 

 

L’orgasmo come inquietudine, come l’impazienza che diventa azione e che si incarna in nuova materia, nuova creatività, nuova spinta al fare e all’agire. In sintesi pop, “Run baby run”, come scrive la collega del Tg1 nei suoi post da un capo all’altro dell’Europa, naturalmente orgogliosa di poterlo fare e com’è giusto che sia in anni in cui lo “stare” equivale all’irrilevanza sociale. La vita “sit”, seduta, non ci assomiglia più; la respingiamo al punto di aver creato una serie di figure retoriche per avvolgerla nel massimo disprezzo: i “perdenti”, i “couch potatoes” o “patate da divano”, gli “sdraiati”. Su quest’ultima generazione forse pigra o forse disillusa a cui appartiene la sua discendenza, Michele Serra ha costruito qualche anno fa un best seller che continuerebbe a identificare un genere, non fosse che gli adolescenti sdraiati di ieri sono diventati gli attivisti arrabbiati di oggi, i volonterosi emuli di Greta Thunberg che, sollevandosi dall’impronta lasciata un minuto fa sul cuscino, entrano in un punto della catena di fast fashion H&M a Torino e improvvisano un flash mob fingendosi morti sotto le scale mobili e applicando manate sporche di tintura rossa nelle vetrine, che poi, da bravi figli, ripuliscono.


La forza e la potenza dell’orgasmo. L’indimenticabile direttore Sandro Mayer che sostituiva per pudore quella parola con “gioia”


Nessuno è anorgasmico, in epoca di Fridays for climate e di scomposizioni variabili del Pd. Al contempo abbiamo sessualizzato, banalizzato, concentrato nel climax sessuale ogni espressione della nostra vita, al punto che quando leggiamo certi testi d’antan e pur decisamente anodini in cui i bambini “sono in orgasmo per la gita del giorno successivo”, ci guardiamo attorno imbarazzati come se stessimo sbirciando un testo per pedofili e rischiassimo di essere beccati dalla polizia postale. Ricordando benissimo quella frase che tanto ci aveva colpito tempo fa, e che peraltro cita anche la Treccani per identificare i significati alternativi di questa ricchissima reazione fisiologica che trova radice nell’orgao greco, nell’essere pieno di ardore (dunque non solo nella voglia di fare sesso), prima di scrivere questo articolo abbiamo fatto la controprova, inserendo le parole “orgasmo”, “gita”, “bambini” su Google e abbiamo atteso la risposta dell’oracolo un po’ come Donatella Versace la settimana scorsa quando cercava il jungle dress di Jennifer Lopez. Ne è uscito il titolo di un articolo del Giornale, datato 2014, drammatico nel contenuto e pruriginoso nella forma: “Bosnia, a 13 anni in gita scolastica, tornano incinte in sette”. L’articolo non spiegava se le ragazzine fossero di religione cattolica o islamica, ma è certo che se scuola e famiglia avessero superato i pregiudizi sul tema, ed esplorato confini e valori del sostantivo, non si sarebbe verificata la notizia su cui scrivere l’articolo dolentissimo e piccante. Viviamo vite orgasmiche e, come Federico Fellini insegna in “Roma”, non c’è niente che lo rappresenti meglio di una sfilata con il suo inizio, il suo crescendo d’ansia e di eccitazione, con le adepte al culto dello stilista in deliquio in prima fila (sempre meno, per la verità, ma qualcuna ha ancora in bocca l’aggettivo principe del genere: “divino”) e con l’uscita finale dello stilista in un trionfo di luci a prendere gli applausi. Se mai si potesse usare il sostantivo per questa tornata di fashion week milanese, i momenti orgasmici potrebbero essere identificati, nell’ordine, nel tour d’honneur di Jennifer Lopez che ha chiuso appunto la sfilata di Versace; nell’apparizione di Sophia Loren sul palcoscenico del Teatro alla Scala per la terza edizione di Green Carpet Fashion, in abito nero lungo e sceso sulle spalle come l’avrebbe voluto una gran dama del secondo Ottocento, e ormai così pacificata e sicura di sé da rallegrarsi di essere approdata per la prima volta in vita sua senza mai essere passata dalla platea, una battuta che lei stessa non avrebbe pronunciato quarant’anni fa. Il terzo climax modaiolo dovrebbe invece e inevitabilmente darsi nella collezione di Alessandro Michele, che era un gran banco di prova per Gucci ma soprattutto per lui, perché il mercato si aspettava un cambio rispetto allo styling ricchissimo e multiforme degli ultimi anni e voleva vedere la moda bella, interessante ed essenziale come in effetti ha visto (e no, non ci interessa sposare la nuova polemica attorno ai modelli delle prime uscite che lo stilista ha calato in simboliche camicie di forza perché altrimenti, casi familiari a parte che quasi ognuno ha e che non ci sembrano sufficienti per vantare primazie, non dovremmo più onorare Houdini che le usava per i suoi numeri e nemmeno il più grande teorico teatrale del Ventesimo secolo, Antonin Artaud, che prima di finirci dentro per davvero ne fece oggetto di spettacolo).


Abbiamo sessualizzato, banalizzato, concentrato nel climax sessuale ogni espressione della nostra vita. Le sfilate, per esempio


Tutti e tre gli episodi, non a caso, si sono risolti in un tripudio o in una standing ovation, che è la risposta naturale a “quel particolare stato di eccitazione” a cui si accompagna l’orgasmo, sessuale o no. L’adrenalina a mille, l’euforia. Ci passa davanti JLo a falcate, tonica a cinquant’anni come poche sono a trenta, e ci ritroviamo a scattare in piedi prima ancora di sapere perché, nell’automatismo neuromeccanico “dell’eccitazione parossistica” e sbagliando pure a quel punto lo scatto col cellulare, già tornato in modalità selfie perché non ci si aspettava certo una cosa simile. Assistiamo alla presentazione della prima collaborazione fra due geni della moda come Dries Van Noten e un redivivo Christian Lacroix alle collezioni di Parigi e ci scorre un brivido lungo la schiena, perché un fiammingo e un provenzale insieme non possono che dar vita a una meraviglia da desiderare subito, da possedere lì sulla passerella, a dispetto di tutto quanto ci vanno raccontando in questi mesi sul riciclo e sull’azione responsabile del non acquisto. Vogliamo quei pantaloni rosa fucsia a volant senza una ragione, senza niente. Orgasmicamente, fra urla di giubilo, come nella più vieta delle commedie sullo shopping femminile che, fate caso alle sceneggiature, sono pressoché indistinguibili dai porno soft.

 

Racchiudere la nozione dell’orgasmo nella sola accezione sessuale è una vera cretinata; ci si perde una quantità di significative opportunità lessicali che altri, nei secoli, hanno invece usato a piene mani e con grandiosi risultati. Pensate al sarto che ospita Lucia Mondella dopo la liberazione da parte dell’Innominato e che riceve, all’improvviso, la visita del cardinale Federigo Borromeo. Come descrivere meglio la voglia del povero artigiano di figurare “in un’occasione di tale importanza” se non con un bell’orgasmo? “Messo in orgasmo dalla presenza d’un tale interrogatore… studiava ansiosamente qualche bella risposta. Raggrinzò la fronte, torse gli occhi in traverso, strinse le labbra, tese a tutta forza l’arco dell’intelletto, cercò, frugò, sentì di dentro un cozzo d’idee monche e di mezze parole”. Nessuno ha mai descritto meglio di Alessandro Manzoni un coitus interruptus dell’eloquio, sebbene spetti a Luigi Pirandello il podio sull’uso reiterato del concetto. Pensiamo alla marsina stretta dell’omonimo racconto. Come risolveva la seccatura del tight di gioventù Spencer Tracy “Padre della Sposa”? Rassegnandosi ad acquistarne un altro. Che cosa fa invece il professor Gori pirandelliano, che deve affittare l’abito da sera e che deve farlo davanti agli occhi della serva? Si irrita: “Già il solo pensiero che una cosa di così poco conto potesse mettere in orgasmo un animo come il suo, alieno da tutte le frivolezze e oppresso da tante gravi cure intellettuali, bastava a irritarlo”. Lo vediamo proprio, il professore, mentre sente montare dentro di sé la frenesia di doversi rimpannucciare a prestito, come non sarebbe accaduto se l’orgasmo fosse stato sostituito con l’irrequietezza, che ha sempre un che di cinetico, da scolaro iperattivo, oppure con l’“affanno”, che evoca la tristezza, il peso. L’orgasmo è una reazione attiva, nervosa, leggera. Positiva comunque perché porta all’azione, mentre l’affanno può rallentarla fino alla paralisi. L’orgasmo prevede la reazione attiva. L’affanno lo schiacciamento. Pensate al commendator Zegretti di “Sua maestà” che vede sfuggire un’occasione e ne fa motivo di orgasmo. Al “fu” Mattia Pascal, squassato da un’“omerica” amarissima risata, “che nell’orgasmo violento” gli “sconvolge le viscere”. Di orgasmo si gode, ma si può anche soffrire. Dove finisce l’orgasmo, e dove inizia il dolore della sua assenza? “Non vita, ma sopravvivenza / forse più lieta della vita / come d’un popolo di animali / nel cui arcano orgasmo / non ci sia altra passione”, scrive nella splendida “Me ne vado, ti lascio nella sera” Pier Paolo Pasolini, un nome che al Foglio serve generalmente a identificare la vague radicalmente corretta, ma che in questo caso esprime in toni intimamente condivisibili la forza ultima, la potenza generatrice sorda, muta e cieca, dunque arcana, dell’orgasmo.

I momenti orgasmici di questa fashion week: Jennifer Lopez, Sophia Loren, e la sfilata Gucci di Alessandro Michele

 

Una potenza che nasce dal fango, come il Golem, come la creatura di Mary Shelley che dalla terra fangosa torna a ricomporsi e come gli amanti di Ted Hughes, il marito forse scellerato di Sylvia Plath: “Come due divinità di fango / sdraiandosi nello sporco / ma con cura infinita / portano l’un l’altro a perfezione”. La compiutezza dell’orgasmo, quello sessuale in questo caso, come simbologia sciamanica e alchemica. Energia di fusione fra due corpi nell’unità di un processo di reincarnazione che segue l’interramento, come nelle nozze mistiche del Re e della Regina dell’athanor, il forno (singolo, sì singolo) che porta nel calore alla composizione alchemica e al valore dell’orgasmo stesso come della più grande forza magica della natura. Lo sapeva, con timore, anche Giordano Bruno, che nel suo “De vinculis in genere” consegnava all’eros la chiave di volta del sapere magico, il daemon magnus in grado di realizzare tutti i legami e di consolidare qualunque azione, mentre Marsilio Ficino vi aveva scorto il grande motore dell’universo. Una forza talmente potente che, dovendo descriverla nella sua quotidianità, dovendo ricondurla alla sua immediatezza incontrollabile eppure quanto ricercata, l’indimenticato direttore di rotocalchi e riviste popolari Sandro Mayer aveva identificato un’espressione semplice e illuminante. “Gioia”. La prima volta che la leggemmo, molti anni fa, forse in uno dei primi numeri di Dipiù, ma poteva anche essere Gente, ci fece sorridere. Le lettrici gli scrivevano di non riuscire a raggiungere l’orgasmo con il marito, e lui sostituiva nella pubblicazione l’espressione correttissima, ma a suo dire troppo ardita per il suo lettorato famigliare con quel termine in apparenza leggero, laterale. Lo faceva per rispetto del pudore delle classi meno acculturate, e ogni volta che ci capitava sott’occhio sbuffavamo di sufficienza. Adesso, molti anni dopo, abbiamo capito che sugli effetti di quella forza generatrice, sessuale o meno che sia, aveva ragione lui.

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