Vivere in pelliccia

Fabiana Giacomotti

Abbandonata da tanti marchi d’alta gamma, inutile nei nostri inverni. Perché per molti ha ancora un senso: sociale e in fondo anche ecologico

Nel nuovo ruolo che la moda di alta gamma si è data di custode e promotore dell’etica e della cultura, vedi Gucci che ha costretto tutti gli invitati alla sfilata Cruise a entrare alla libreria antiquaria Cascianelli per ritirare un libro-pass negli stessi giorni in cui il vicepremier Matteo Salvini esultava per i risultati delle europee di fronte agli scaffali vuoti della libreria di casa sua, succede che anche Prada, dopo Armani, Versace e lo stesso Gucci, abbia annunciato che non userà più pelliccia naturale nelle sue collezioni. Nel frattempo il mondo che di alta gamma non è, e insieme anche molti giovani sui quali il Sessantotto non ha lasciato la benché minima traccia e che si ingozzano di fiorentine e hot dog senza provare nemmeno un vago senso di colpa, continuano a comprare pelliccia e a desiderarla. I dati di vendita non sono affatto pessimi e l’altra mattina, nel corso di una trasmissione radiofonica su Rid 96.8, il trapper Don Cash, dopo avermi tramortita a suon di allitterazioni all’impronta che Vittorio Alfieri se le sognava anzi sudava, legandosi come leggenda dice alla sedia, mi ha spiegato che nel “mondo bling”, dove il successo si misura a dischi e griglie dentali d’oro (“quelle che nei casi originali sostituivano i denti persi nelle risse in prigione, adesso è un vezzo”. Sigh), la pelliccia ha ancora molto senso; che, anzi, possiede lo stesso significato espresso dai capi impellicciati e piumati delle culture tribali: potere, ricchezza, censo.

 

Nel “mondo bling”, dice il trapper Don Cash, esprime ancora potere, ricchezza, censo. Marina Ripa di Meana regina no fur

E allora la tendenza fur free, zero pelliccia naturale? Buona per chi non abbia la forza e lo status per fare altrimenti, cioè di scegliere quello che gli va, vedi Kanye West che si fa scivolare le accuse degli animalisti sul nuovo mantello di lupo e tira dritto. Insomma, era il messaggio sottotraccia, sulla pelliccia ero io che mi facevo un sacco di paturnie insieme con quelli della mia età, non a caso gli stessi che governano le sorti della moda di fascia A: quaranta-cinquantenni up, cioè gente di mezza età cresciuta negli anni peace and love e del sogno di cancellare la fame nel mondo standosene seduta comoda a parlarne nei propri attici vista Duomo o a strafarsi in un ashram del Gujarat.

 

Nessuno delle cosiddette élite antisalviniane e della Milano che vota al contrario del paese uscirebbe in pelliccia neanche sotto tortura

I pellicciai ci chiamano la “lost generation”, la generazione perduta, come quella di Francis Scott Fitzgerald e che però era tutta impellicciata e tracannava whisky di contrabbando come se non avesse un domani e come infatti non ha avuto. Il nostro momento spartiacque, il nostro anti fur moment per dirla nel lessico modaiolo, non furono Mario Capanna e le uova marce tirate alle sciurette della Prima della Scala alla fine degli anni Sessanta; fu Marina Ripa di Meana nei primi dei Novanta nuda sui manifesti con sontuoso vello pubico personale e quella scritta realmente antiborghese: “L’unica pelliccia che non mi vergogno di indossare”. Si usciva dagli Ottanta reaganiani delle mantelle di visone di Melanie Griffith del “Falò della Vanità”: le associazioni animaliste ingaggiavano le prime battaglie su scala mondiale, coinvolgendo modelle e testimonial importanti. Marina, icona della trasgressione, moglie di un intellettuale di sinistra, ripudiava la pelliccia. Le modelle non servivano, lei era più che sufficiente.

 

 

 

Nonostante alcune campagne avessero scopi fuorvianti, si basassero su assunti errati o fossero francamente ridicole (l’ultima, a favore dei conigli d’angora, non ha avuto praticamente eco), le attività delle associazioni no fur hanno comunque raggiunto lo scopo prefisso, e cioè stigmatizzare gli utilizzatori di pelliccia. Hanno mirato per anni agli adulti delle città metropolitane, e almeno lì hanno fatto centro. Da allora, la mantella di pelliccia è segno inequivocabile di ignoranza e cafonissima prevaricazione: sono ammessi i breitschwanz purché irriconoscibili come tali, sui montoni, cioè gli agnelli rovesciati, il dibattito è aperto. Nessuno delle cosiddette élite antisalviniane e della Milano città-stato che vota al contrario del resto del paese uscirebbe in pelliccia neanche sotto tortura, mentre in provincia la giacchina di volpe argentata va ancora forte, così come, a pensarci bene, gli ermellini in magistratura: gli ultimi notabili rimasti a poter indossare un vello animale senza subire la riprovazione comune sono loro, che dall’ermellino traggono addirittura la figura retorica che li definisce. Gli ermellini, e tutti zitti o quasi, ché poi iniziano a essere sintetiche pure le loro toghe e i tocchi. Per chiunque altro non voglia farsi tacciare di insensibilità alle sorti animali, l’alternativa è il cappotto di lana oppure certe cappe che, nonostante gli sforzi estetici dei mega-brand, ricordano i tappetini di peluche rosa, azzurro e arancio con cui negli anni Settanta la piccola borghesia o i grandi amanti del kitsch usavano coprire l’asse del water.

 

Osservando quel che ha sfilato in questi ultimi mesi, c’era da domandarsi se non valga semplicemente la pena di abolire la pelliccia tout court, la sua stessa nozione, la sua idea platonica, senza neanche darsi la pena di metterla in atto in quel modo disgraziato. Le pellicce sintetiche sono infatti, oltre che brutte forti, cioè sgradevoli al tatto e inquietanti sotto le luci elettriche, del tutto inutili ancor prima che inquinanti, come a ogni defezione da parte di un grande brand dichiara puntualmente il presidente della International Fur Association, Mark Oaten, che ormai inizia a farmi davvero tenerezza. Stante il riscaldamento del globo sul quale ci confrontiamo ogni giorno, tolta la Siberia e l’Alaska le pellicce, sintetiche o no, non hanno più alcun senso quasi ovunque: per proteggerci dal freddo basta un cappottino. Il punto di questa immane faccenda di rara e plateale ipocrisia non è infatti l’età di chi indossa la pelliccia, non è nemmeno la pelliccia e neanche quanto eventualmente quella derivata dal petrolio danneggi l’ambiente e gli animali che ci vivono, compresi noi. Il punto, e se ne parlava l’altra sera alla cena organizzata da Altagamma nella galleria di Palazzo Colonna con il direttore generale Armando Branchini, è infatti il percepito e il sentimento comune del momento, di cui un marchio di moda che vende in tutto il mondo non può non tenere conto.

 

Coccodrilli e rettili si possono accoppare senza rimorsi, volpi e foche, che si moltiplicano a dismisura turbando l’ecosistema marino, no

Miuccia Prada, così come Marco Bizzarri di Gucci o Donatella Versace, sanno benissimo che la pelliccia naturale è quanto di meno inquinante ci sia; lo dice la definizione stessa: prendi una mantella di visone, sotterrala così com’è e fra sei mesi non ne sarà rimasta traccia. Sarà tornata alla grande madre terra da cui origina, ugh. Un cappotto di orsetto sintetico resterà invece nell’atmosfera molto più a lungo di chi lo sta indossando in questo momento, e questo senza contare i gas e gli scarti prodotti nella sua lavorazione che danneggiano l’ecosistema. Gli imprenditori, gli amministratori delegati, i direttori creativi, sanno tutto questo perfettamente, così come lo sanno gli animalisti, che raramente questionano per le borsette di coccodrillo (le ha abbandonate solo Chanel, dopotutto ne vendeva pochissime) o per le cinture di pitone, che tutti continuano non solo a produrre, ma di cui controllano direttamente la produzione, attraverso una serie di allevamenti aperti negli ultimi anni nel sud est asiatico, specificamente in Thailandia, e nel centro America, proprio per evitare la caccia di frodo o l’estinzione di specie protette e, nel contempo, tutelare il lavoro di centinaia di migliaia di allevatori, conciatori, artigiani; un punto sul quale i governi iniziano a essere piuttosto sensibili dopo il precedente drammatico della riduzione alla povertà e al sussidio statale delle comunità inuit della Groenlandia a cui negli anni è stato vietato di cacciare le foche, unica loro fonte di sostentamento da tempi immemorabili. Anni fa, i loro rappresentanti andarono a protestare a Bruxelles, senza cavarne niente. Gli animalisti fecero pubblica ammenda, ma era troppo tardi.

 

Quasi ovunque per proteggerci dal freddo basta un cappottino. La pelliccia naturale comunque è molto meno inquinante di una sintetica

Dunque, coccodrilli e rettili che strisciano e sono brutti e cattivi anche biblicamente si possono accoppare senza rimorsi, mentre le volpi che hanno quel bel musino e le foche dagli occhi tondi che si moltiplicano a dismisura turbando l’ecosistema marino con tutti quei chili di pesce che sbafano singolarmente al giorno no. Tutti sanno questo, ma tutti ritengono politicamente più corretto, o per meglio dire strategico, mandare in passerella brutti colli di pelliccia rosa che, in ogni caso, non cambieranno di una virgola percentuale i dati di vendita complessivi, visto che i fatturati si fanno con t shirt, gadget e sneaker in gomma vulcanizzata e/o derivati della plastica. Di pelliccia vera e propria, ormai, fra i grandi marchi vive solo Fendi, che peraltro la lavora con una perizia e una creatività tale da rendere impossibile equipararla alla cappa di visone che sognavano Doris Day e le nostre nonne, e lo fa da decenni nelle aree dell’Abruzzo e dell’alto Lazio di leggendaria manifattura conciaria e pellicciaia (se ne parla ancora nei testi del Seicento), di cui ha salvato in pratica esistenza e lavoro dopo il terremoto, aiutandoli anche a ricostruire i laboratori. E adesso, azzardatevi a dire “be”. Per gli altri, l’impatto positivo della scelta è di pura comunicazione e marketing. Il fenomeno fur free, si commentava appunto con Branchini l’altra sera e con l’amministratore delegato di Fendi, Serge Brunschwig, che deplorava giusto “la lunga incapacità del nostro settore di fare una buona contro-informazione”, assomiglia fin troppo a quello di Greta Thunberg e dell’intellettualismo terzomondista di cui è imbevuta, che incolpa dei disastri ambientali attuali e futuri l’unica parte del mondo che abbia iniziato a porvi rimedio e che al tempo stesso le permetta di andare in piazza ad accusarla. Detto francamente, non vediamo Greta a Bangalore o a piazza Tien An Men ad accusare il governo indiano di voler toccare il massimo delle emissioni nocive entro il prossimo decennio, come pare purtroppo che farà nello sforzo di strappare una massa sempre crescente di popolazione alla povertà più nera, così come è improbabile che la Cina sottoscriverà mai il programma WelFur che tutti gli allevatori europei di animali da pelliccia dovranno sottoscrivere entro il 2020 e che certificherà il benessere degli animali, cioè che siano trattati bene e ottimamente ingrassati prima di essere uccisi, che sembra un po’ la favola di Hansel e Gretel.

Come vedete, comunque la si giri non se ne esce, un po’ come quella volta che, stante la moltiplicazione incontrollata di nutrie, cioè di aggressivi toponi attorno a Milano dopo un’incursione di chissà chi per ripopolarne le campagne a capocchia, un membro della giunta chiamò il presidente dell’associazione pellicciai per chiedergli se non gli interessasse collaborare a una indispensabile battuta di caccia e, magari, comprarne la pelliccia. L’offerta venne rifiutata: gli animali allo stato brado, un po’ come i rapper che si prendono a pugni e, facendolo, si feriscono e si spaccano i denti riempiendosi di cicatrici, ai pellicciai non interessano. Non si sa come sia andata a finire. Per sicurezza, doveste mai passare per le rogge attorno alle città, magari in bici, occhio.

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