Dopo la Groenlandia, Hong Kong

Redazione

Il vizietto di Trump di risolvere tutte le questioni con una transazione

Vorrei comprare la Groenlandia, avrebbe detto il presidente americano Donald Trump ai suoi collaboratori, secondo una ricostruzione pubblicata ieri dal Wall Street Journal. E messa così sembra l’ennesima sparata di un uomo d’affari che ha sempre ottenuto ciò che voleva, semplicemente comprandola. Ecco, più o meno è così. Sappiamo che il metodo del business Trump lo applica a qualsiasi problema, a qualsiasi negoziazione, e se l’è portato alla Casa Bianca senza interpretare la scienza politica o la diplomazia. Dunque le cose stanno così: l’Artico è diventato già da qualche anno uno dei luoghi cruciali della geopolitica mondiale. Solo che lì l’America è in affanno, mentre Cina e Russia e riscaldamento globale hanno già aperto nuove vie attraverso il Grande nord, un’alternativa al canale di Suez per giunta in un’area ricca di gas e risorse naturali. Nel frattempo, la Cina è sempre più influente sulla Groenlandia, e dunque fare un’offerta alla Danimarca per acquistare l’isola più estesa del globo sarebbe un’idea geniale. Se solo fosse praticabile.

  

Dopo giorni di silenzio e di distaccatissimi “spero che nessuno si faccia male”, giovedì scorso Trump ha creato un delirio diplomatico, questa volta a mezzo Twitter. Ha scritto di conoscere bene il presidente cinese Xi Jinping “che è un grande leader che ha molto rispetto per i suoi cittadini. Ho zero dubbi che se il presidente volesse risolvere il problema di Hong Kong velocemente e umanamente, potrebbe farlo. Incontro di persona?”. E le cancellerie di tutta l’Asia si sono domandate: vorrà incontrare Xi Jinping e parlare di Hong Kong? Sul serio? Quattro ore dopo il @Potus ha dovuto rettificare, dicendo che il “meeting” non riguardava lui, ma che Xi dovrebbe incontrare i manifestanti di Hong Kong. Che avete capito. Suggerire di usare l’arma del dialogo per fermare l’escalation è sacrosanto, ma suggerirlo a un regime autoritario è l’ennesima occasione mancata, o disastro diplomatico. A questo punto perché non comprare Hong Kong?

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