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Il senso di Trump per la Groenlandia fra mito, paranoia e arte del deal

Dalla boutade alla crisi diplomatica. Perché questo caso è un punto di sintesi di tutte le ubbie e i tic trumpiani

21 Agosto 2019 alle 19:25

Il senso di Trump per la Groenlandia fra mito, paranoia e arte del deal

foto LaPresse

Roma. Il motivo per cui Donald Trump ha inopinatamente cancellato la visita in Danimarca era già scritto in una massima di The Art of the Deal, il più importante libro mai pubblicato dopo la Bibbia, come da definizione del suo pseudo-autore: “Devi sapere quando alzarti dal tavolo”. Quando il primo ministro della Danimarca, Mette Frederiksen, ha messo in chiaro che l’acquisto della Groenlandia era una fantasia che esisteva solo nella testa di Trump, lui si è alzato dal tavolo, motteggiando la leader con un ringraziamento per aver fatto risparmiare al presidente le spese e il disturbo di un viaggio ufficiale. Si è smentito, Trump, che quando è uscita la bizzarra idea dell’“affare immobiliare di larga scala”, un acquisto da oltre due milioni di chilometri quadrati, ha detto che la visita prevista per i primi di settembre non c’entrava nulla, era una missione di protocollo fra grandi alleati e la questione della Groenlandia non era nemmeno in agenda, ma il problema della coerenza non si è mai affacciato sotto il ciuffo del presidente. Ha voluto piuttosto onorare la regola aurea del fight back, il contrattacco a ogni costo, anche questa enunciata nella sua Bibbia apocrifa. Quando Frederiksen ha dichiarato “spero che non dica sul serio” lui se l’è presa e ha fatto saltare la visita, infischiandosene come al solito del sonoro segnale politico inviato a un solido alleato della Nato, paese che ha contribuito generosamente alla missione in Afghanistan e, in misura minore, a quella in Iraq, tanto per dire. Mai sottovalutare la logica del risentimento quando si tratta di un presidente che ha deciso di mettersi sulla strada della Casa Bianca quando una sera il suo predecessore e l’establishment riunito in una delle cene rituali che ora lui diserta – alzarsi dal tavolo, anche qui – si è fatto pubblicamente beffe di lui. Ridono di me? Vediamo se rideranno ancora quando si giocherà a parti invertite, diceva sornione.

 

Il caso della Groenlandia, iniziato come chiacchiera interna trapelata fino al Wall Street Journal da uno dei molti strappi di questa Casa Bianca a maglie larghe, è un punto di sintesi di tutte le ubbie e i tic trumpiani. C’è la foga del palazzinaro che crede di aver scovato l’affare del secolo, e magari vagheggia di farne un giorno un paradiso del golf, quando il climate change in cui non crede avrà fatto il suo corso. Ma si intravede anche l’ambizione del leader di stampo ottocentesco che misura il suo successo in termini di espansione territoriale, e soffre la competizione con l’amico Vladimir Putin che consolida il suo dominio a suon di annessioni e allargamenti della comunità nazionale. Trump ha sullo sfondo mentale – uno sfondo ampio e in larga parte non mappato, hic sunt leones – l’acquisto della Louisiana e quello, più recente, dell’Alaska, affare straordinariamente redditizio in termini politici, energetici, strategici e militari ma che allora, correva l’anno 1867, non era visto da tutti come un grande deal. Chiamavano il territorio il “Seward’s icebox”, il cubo di ghiaccio di Seward, dal nome del segretario di stato che per conto del presidente Johnson negoziò con lo zar che voleva sbarazzarsi di un’area indifendibile per la Russia. Finì con l’epica leggendaria della Gold Rush del Klondike, e proprio dalle parti dei pionieri che mettevano le mani sul destino manifesto dell’America si muoveva Friedrich Drumpf, il nonno con il cognome da poco anglicizzato, che confortava i cercatori d’oro fornendo alcol e bordelli a basso costo.

 

La fantasia di Trump è affollata da miti nostalgici che promettono gloria imperitura a chi ha il coraggio di afferrarli, non solo di inseguirli. Tagliare la tasse è da repubblicani, bloccare i flussi migratori è da nazional-populisti, bloccare l’accesso ai Israele alle parlamentari sgradite eccita gli spettatori di Fox News, fare la guerra commerciale alla Cina stuzzica gli istinti autarchici degli antiglobalisti, ma comprarsi la Groenlandia è da libri di storia. In nome di questo complesso psico-paranoico si può trasformare una boutade in un grave errore diplomatico.

Mattia Ferraresi

Mattia Ferraresi

Nato nella terra di Virgilio e cresciuto in quella di Tassoni, ora vive nel quartiere di Tony Manero. E’ il corrispondente dagli Stati Uniti. Ama, con il necessario distacco penitenziale, il Lambrusco e l’Inter. Ha scritto alcuni libri su cose americane e non, l’ultimo è “La Febbre di Trump” (Marsilio). Sposato con Monica, ha due figli, Giacomo e Agostino.

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Commenti all'articolo

  • branzanti

    21 Agosto 2019 - 23:28

    Un paranoico allucinato e ignorante!

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