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Riso amaro

E’ degli sciocchi o del demonio, senza contare il Joker. Perché, a dispetto delle sue virtù liberatorie, della risata prevale ancora un’idea negativa

9 Settembre 2019 alle 11:16

Riso amaro

Un'immagine dal trailer di Joker

In situazioni di pericolo, il Joker di Joaquin Phoenix soffre di attacchi di riso spastico e porta nel taschino della giacca un biglietto plastificato che indica la natura patologica delle sue reazioni, come i tanti che ogni giorno, almeno fino a qualche tempo fa perché non se ne vedono più in giro, te ne lasciavano sul tavolino al caffè uno similare, accompagnato da un pupazzetto, in cambio della carità. “Ho problemi psichici”, “Sono muto”, “non ho di che vivere”. Pochi ci credevano nel centro di Milano, e infatti non ci credono nemmeno i teppisti di Gotham City, tre operatori di Borsa in grisaglia che fino a quel momento stavano molestando con metodo una ragazza sulla carrozza della metropolitana; iniziano a menarlo, lui tira fuori la pistola, li stecchisce e il giorno dopo il mondo crede che stia scoppiando una rivolta contro i burattinai della finanza. Vedete il potere disruptivo della risata a dispetto di quel che ci dicono tutti i giorni sulle sue valenze terapeutiche positive. Sul filo del “e tu che hai da ridere”, e del suo naturale corollario “fatti i c. tuoi” si potrebbero ricostruire decine di quegli omicidi che i giudici rubricano nella categoria dei futili motivi e che scoppiano di solito nelle discoteche affollate, al terzo shottino, quando distinguere fra la risata liberatoria e il ghigno sardonico, magari al proprio indirizzo, diventa più difficile. Non sarà un caso se, usciti dalla visione del film di Todd Phoenix alla Mostra del Cinema di Venezia, il collega americano (no, non era Stephanie Zacharek del Time, che l’ha stroncato) ci ha detto che film così sono “inutilmente disturbanti”. Perché al netto della trama, che in realtà è molto fievole e ancora ci domandiamo che cosa sia successo al Joker, bambino adottato e abusato, negli anni fra l’internamento della madre in un ospedale psichiatrico e la loro amorosa convivenza attuale, e come faccia a non ricordarselo (questo festival è pieno di bambini adottati e di genitori disturbati a partire da “Ema” di Pablo Larraín con Mariana Di Girolamo, che a dispetto delle infinite e inutili scene di nudo nel film, sul red carpet ha sfoggiato la mise più brutta e stratificata di sempre), la risata del Joker ci dà sui nervi come, in genere, ogni scoppio di ilarità.

 

In tanti hanno scoperto la forza iconoclasta pre-cristiana del riso grazie al “Nome della rosa” di Umberto Eco

Forse non ci avete mai fatto caso, ma sul tema della “bella risata quotidiana” che dovrebbe tener lontano il medico al pari della proverbiale mela, esiste una letteratura infinitamente meno ricca di quella che ne sostiene la natura demoniaca o, in seconda battuta ma da presso, idiotica. I tanti di noi che non avevano avuto modo di leggere del relativismo gnoseologico di Democrito, “il pensatore che ride” di fronte all’eccentricità della condizione umana, che usa lo sghignazzo come monito contro la tracotanza e la presunzione come Carlo Buti negli anni del fascismo e del “ridere sempre così giocondo / ridere delle follie del mondo”, insomma il nostro Joker con qualche pistola e forbice per le mani in meno, hanno scoperto la forza iconoclasta pre-cristiana del riso grazie al “Nome della rosa” di Umberto Eco. Anche in quel caso, la tragedia si innesca perché qualche monaco che vorrebbe farsi una risata va a caccia della “Poetica” di Aristotele, anzi del fantomatico secondo libro sulla Commedia di cui speculava il patriarca Timoteo I e la cui unica copia, gimmick narrativo perfetto, sarebbe stata conservata nel monastero misterioso e opportunamente avvelenata in ogni pagina perché i confratelli che fossero riusciti a leggerlo non potessero diffonderne il contenuto sovversivo: “Il riso è un vento diabolico che deforma il viso degli uomini e li rende simili a scimmie”, tuona il monaco assassino, il “venerabile Jorge” che non vuole riconoscere come il riso sia una manifestazione solo umana e che si suiciderà mangiando le pagine dello stesso libro. A nulla varranno le osservazioni di Guglielmo da Baskerville sull’inclinazione alla burla di certi santi per fargli cambiare idea. “Cristo non rideva mai”. “Ne siete così sicuro?”. “Non c’è nulla nelle Scritture che induca a ritenerlo”. Gli studi e le stesse Scritture hanno indicato che fra gli apostoli e il loro capo non circolasse solo mestizia, ma secoli di santini trafitti da una salva di frecce e di sante che offrono al Signore i propri occhi su un vassoio hanno fatto sì che tutte le infanzie occidentali, almeno fino alla penultima, siano state appestate dall’apparentamento fra il divertimento e la colpa e dal riso come espressione di idiozia o di vacuità, in ogni caso poco consono alle fanciulle bennate. Le ragazzine troppo ilari erano tacciate di stupidità o di sguaiataggine, difetto ancora peggiore perché un uomo poteva anche voler sposare una ragazza bella e stupida, Daisy Buchanan docet, ma una sgualdrinella mai perché sarebbe stato un freno alla sua carriera e un pericoloso stimolo per gli altri uomini. In Sicilia si rischiava l’ostracismo in virtù del noto proverbio “femmina cha rridi non ci avere fidi” (speriamo di averla trascritta bene, direttore), ma anche in Veneto non si scherzava: “Dona ridanciana mesa putana”. I ragazzini invece ridevano di niente e si sapeva, ma dopotutto erano maschi, bisognava perdonare e compatire.

 

Le ragazzine troppo ilari erano tacciate di stupidità o sguaiataggine. I ragazzini invece ridevano di niente e bisognava perdonare

Anche a casa nostra era moneta corrente la massima sul riso che abbonda nella bocca degli sciocchi (non la citiamo in latino perché, abusata com’è, fa un po’ intellettualino di provincia come Diego Fusaro quando in televisione se ne riempie la bocca con le vocali apertissime del suo Piemonte, suscitando proprio il riso che vorrebbe sanzionare), e si insegnava a inscenare una risatina contenuta che oggi, quarant’anni dopo, ci siamo ritrovate senza accorgercene a riprodurre nella declinazione grafica social dell’IHIHIH, che in effetti è parecchio affettata, ma di certo più educata dello sboccatissimo AHAHAH, del crasso OHOHOH con cui si esprimono gli orchi delle favole, Babbo Natale e Pantagruel o del saputello EHEHEH che ci pare sia una costante proprio fra gli adolescenti socializzatissimi di adesso.

 

Se voleste dare un’occhiata ai manuali di educazione alla vita di società che circolavano nei primi anni del secolo scorso, trovereste una lunga serie di indicazioni sui modi di assentire e ridere educatamente alle battute dell’ospite per non mettere lui a disagio e voi nell’antipatica e controproducente posizione del burino. Nella cena di benvenuto a Donnafugata, Angelica Sedara scoppia in una risata sboccatissima al raccontino licenzioso di Tancredi, e tutta l’assemblea di casa Salina ammutolisce, orripilata all’idea di mettersi in casa quella contadina rimpannucciata e pure un poco zoccola. Dicono i racconti dietro le quinte dell’epoca che Claudia Cardinale si esercitò nella risata roca e sensuale di Angelica davanti a Luchino Visconti almeno quanto Joaquin Phoenix abbia fatto, in solitaria, per il ghigno cupo, sofferto e caricaturale del Joker: entrambe, dopotutto, raccontano la distonia dei personaggi rispetto al contesto e anticipano lo svolgimento narrativo meglio di qualunque altra battuta.

 

Non è da molto che i giornali e i manuali del benessere ritengono la risata alla stregua di una medicina omeopatica, come la indicava Kant

Nella storia dell’arte, della letteratura, nella storia tout court, quella che dovrebbe essere anticipata dalla famosa S maiuscola, ridono i pazzi, i popolani, i buffoni, gli ubriachi, le prostitute, insomma gli outcast a vario titolo che si vestono anche di conseguenza, cioè di pezze colorate e mescolate in apparenza senza gusto: il borghese veste invece di colori sobri e scuri e non ride mai, e infatti non bastò nemmeno il trattato del filosofo Henri Bergson sul riso come incontro fra intuizione e ragione, a cavallo fra l’Otto e il Novecento, a convincere la gente a ridere con la frequenza consigliata oggi. Non è da molto che i giornali e i manuali del benessere ritengono la risata alla stregua di una medicina omeopatica, come la indicava Immanuel Kant. Aristotele concedeva per l’appunto il riso solo se dosato con parsimonia, esercitato con eccessiva frequenza sarebbe risultato per l’appunto degradante, mentre il ridicolo era apparentabile a “una parte del brutto”, e nemmeno di grande valenza. Una bruttezza superficiale, priva della grandiosa dignità della tragedia e della liceità del riso tragico, quello di Mascagni e di Pagliaccio, antesignano di ogni Joker. Ricorderete la famosa battuta di Neil Simon sul tipo che ha il coltello piantato nella schiena: “Ti fa male?” “Solo quando rido”. Anche adesso, cinquecento anni dopo Thomas Hobbes e la sua valutazione della risata come autocelebrazione della propria superiorità (il “che ti ridi” che scatena l’aggressività altrui, per l’appunto, e in cui si riconosceva senza difficoltà anche Voltaire, maestro dello scherno che ogni tanto rimediava qualche bastonata), ci sono paesi dove non si può mostrare l’arcata dentale se non per digrignarla come nell’inferno dantesco.

 

Per secoli ci si è interrogati sulle conseguenze ultimative del riso, cioè sulla morte. Vedi Pietro Aretino, e pure “Mary Poppins”

Qualche anno fa, l’ex vicepremier islamico Bulent Arinc, braccio destro del premier turco Erdogan, in piena campagna elettorale condannò pubblicamente il riso come Girolamo Savonarola, anzi con toni perfino più duri e apodittici dei suoi perché tentò di limitarne la proibizione alle sole donne, usando un tono profetico (“la donna saprà quello che è peccaminoso e quello che non lo è. Non riderà in pubblico, non sarà seducente nel suo comportamento e proteggerà la sua castità”): essendo in anni di social media e non nella Firenze del tardo Quattrocento gli andò bene. Non venne messo al rogo, ma finì comunque travolto dall’hashtag #kahkaha e dalle foto e i video di migliaia di donne che si sbellicavano dalle risate. Una risata vi seppellirà, e torniamo daccapo. La versione a gola spiegata, liberatoria, rappresenta una minaccia come l’aggettivo stesso indica in quanto sovversiva, ed è pericolosa anche per chi la fa o la innesca negli altri. Per secoli, e anche senza passare per Cartesio che la considerava una faccenda di fisiologia e di idraulica (“afflusso d’aria con spinta del sangue proveniente dalla milza che esercita una pressione sui muscoli della gola, del diaframma e del petto”), ben prima che di etica (“una perdita del controllo razionale che priva l’uomo del suo contegno), i cerusici si sono interrogati sulle conseguenze ultimative del riso, cioè sulla morte. L’ammazzarsi dalle risate che i nostri figli evocano ogni cinque minuti, ritenendola una figura retorica accattivante. Pare invece che siano state meno infrequenti di quanto si creda: nell’elenco, reperibile un po’ ovunque, spiccano il decesso del pittore greco Zeusi a causa di un suo ritratto umoristico di Afrodite (un giochino autopromozionale finito male? Chissà) e quella di Pietro Aretino per un ictus dovuto a un eccesso di risa, e questo, in secoli in cui il gran bere e il gran mangiare erano segni di vitalità e non comportamenti pericolosi per la salute, doveva aver incarnato il grande spauracchio per i suoi contemporanei. Di risate si può morire, come il vecchio banchiere Dawes in quel libro per tutti, ad eccezione dei bambini, che è “Mary Poppins”, e perché non siete inglesi, dove tirare le cuoia per le troppe risate viene considerata una morte onorevole, anzi auspicabile.

 

“Vi ringrazio per aver reso gli ultimi venticinque minuti della vita di mio marito molto piacevoli”, scrisse nel 1975 alla Bbc la vedova di Alex Mitchell, morto per insufficienza cardiaca mentre guardava un episodio della serie “The Goodies”, evidentemente soddisfatta della soluzione. Lo era anche Matteo Salvini quando si scontrò per la prima volta con Matteo Renzi lo scorso 13 agosto dopo aver provocato la dissoluzione del suo governo: con i consueti “bacioni”, arrivarono anche delle inattese “risate”. Ci ha provato ancora tre giorni fa, in un messaggio al presidente della Repubblica Sergio Mattarella: “Parlava di un governo di lunga durata, con solidi principi e un programma comune. Non le viene da ridere? Non era meglio chiamare a votare 60 milioni di italiani anziché 60 mila persone su Rousseau?”. Sì, forse la votazione di quel pugno di militanti su quella piattaforma discutibile dopo le consultazioni con Matterella ce le saremmo risparmiate. Ma il governo è fatto. E adesso vediamo chi ride ultimo.

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