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L’orrore di un’Italia giacobina e populista

Uno schietto elemento preterroristico, di matrice rousseauiana, non è estraneo alle ambizioni sbagliate e alla folie Jean Jacques o folie à deux dei nostri attuali proconsoli Salvini e Di Maio. Un libro da leggere sui rischi della “raison du peuple”

12 Aprile 2019 alle 06:00

L’orrore di un’Italia giacobina e populista

Il dipinto della presa della Bastiglia di Jean-Pierre Houel (Foto Wikipedia)

I radical chic più infervorati per anni si sono rimproverati di aver sottovalutato “il Berlusconi che è in noi”, formula greve di moralismo colpevolizzante e grido di battaglia. Ora, completata la loro opera nel governo dei bulli, che di quel moralismo è figlio legittimo, viene da domandarsi se non abbiamo sottovalutato “il Rousseau che è in loro”, nei bulli. Stiamo spesso a scrivere e parlare delle analogie con gli anni Trenta del Novecento, cioè degli effetti di un nazionalismo che mobilita e organizza le masse in regime all’insegna del patriottismo antieuropeo e anticasta, e va bene, chissà. Ma forse dovremmo ripercorre gli anni Novanta del Settecento, quando Robespierre diede alla Rivoluzione coscienza di sé stessa, coscienza falsa o ideologica ma coscienza militante, fino alla catastrofe del Terrore e del 9 Termidoro (la data in cui fu arrestato e condotto al patibolo dopo averlo fatto provare a tutti gli altri).

 

Non è questione di riperticare qui le solite cose: la volontà generale intesa come dittatura della rete e dell’uno vale uno sul diritto e la consuetudine; la Repubblica della virtù-tù-tù come riproduzione caricaturale nella cantilena dell’onestà-tà-tà e del suo governo del cambiamento; il cinismo morale di mezzi tosti o bulli all’inseguimento del fine rigeneratore, un mondo nuovo di zecca, sortito (parola fatale) da un contratto sociale e politico, in cui, per esempio, è abolita la povertà; e altre bellurie come la moltiplicazione dei nemici interni (i rom, i radical chic) ed esterni (i tecnocrati ubriaconi di Bruxelles, Soros). Il minestrone rousseauiano, da Ginevra a Pomigliano, è fatto di questi sapori. Lo aveva capito anche prima della degenerazione e del Terrore Edmund Burke, un conservatore illuminato o per dirla in gergo “di sinistra”, un po’ come noi siamo sempre stati nell’ispirazione, radicali e conservatori. Aveva capito che i diritti dell’uomo e il giudizio razionale individuale al posto dei legami sociali di civilizzazione, della storia e della tradizione, avrebbero portato una tempesta omerica. Qui più che la voce di Omero si percepisce il vocino di Calimero, ma la rima funziona.

 

È che leggendo un bel ritratto di Robespierre, appena pubblicato da Gallimard, scritto da Marcel Gauchet, l’occhio cade su una sutura indiziaria tra giacobinismo rivoluzionario e populismo confusionario e iattante più specifica, capace di mettere insieme le lepidezze, le furbizie e le ingenuità dei contraenti gialloverdi. A un certo punto dell’anno II della République, nel culmine del suo percorso, l’avvocato di Arras liquida gli enciclopedisti dei Lumi, i Voltaire e i Diderot (“Gli intellettuali si sono disonorati alla luce della Rivoluzione”), colpevoli di essere atei ed egoisti, gente che non sarebbe stata ammessa al Convegno di Verona. Poi, alla vigilia della proclamazione del culto dell’Essere Supremo, con tanto di Rosario e comizio, l’Incorruttibile salvò Rousseau da tanta requisitoria etica, salvò la sua anima, la sua grandezza di precettore del genere umano, “pittore infiammato del fascino della virtù”. Il punto interessante della conformità a Rousseau riguarda come sempre il popolo. La “ragione del popolo” ha trionfato, dice Robespierre, proponendo sé stessa – fare attenzione – e cioè “il buonsenso senza intrigo e il genio senza istruzione”.

 

I nostri populisti, a non sapere come altro chiamarli, corrono proprio questa avventura: il buonsenso del Truce alla luce del contratto, una cosa pulita, senza intrigo e alla fine forse senza Giorgetti per cui è pronto il patibolo simbolico, e il genio senza istruzione ovvero il talento sprovvisto di competenza di Giggino, Toninelli e altri sanculotti molto concentrati e parecchio ignoranti. Si scherza, naturalmente, si analogizzano e si comparano gli Incomparabili più che gli Incorruttibili. Ma uno schietto elemento preterroristico, di matrice bellamente rousseauiana, non è estraneo alle pretese, alle ambizioni sbagliate e alla folie Jean-Jacques o folie à deux dei nostri attuali proconsoli della “raison du peuple”.

Giuliano Ferrara

Giuliano Ferrara

Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.

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Commenti all'articolo

  • lupimor@gmail.com

    lupimor

    12 Aprile 2019 - 23:11

    Caro Ferrara - Giusto, scherzare, ironizzare, mixare, contaminare, usare il paradosso. Allieva, conforta e consola. Dell'impossibilità di far scomparire quell'immenso ammasso of shit che è l'uomo. Non pensa sia questa subliminale consapevolezza che ci spinge, da sempre, a volerlo cambiare?

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  • eleonid

    12 Aprile 2019 - 07:07

    Bene Ferrara,insistere sulla parossistica interpretazione dei nostri tempi ,in analogia di quelli passati che pensavamo sepolti dalla nostra cultura ed intelligenza, non può che rinvigorire il dissenso all'attuale corso politico. Inoltre offre il pretesto agli attuali eroi di ripassare mentalmente quel periodo storico che da come si stanno comportando ne ignorano l' esistenza. O forse credono che per attuare le loro velleità politiche sia necessaria l'attuazione di quella politica giacobina?

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