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Tadao Ando: “Non sto a sentire nessuno, non capire le lingue è un vantaggio”

L’architetto ex pugile in mostra agli Armani Silos. “Una mela verde per Milano. Come simbolo di energia”

8 Aprile 2019 alle 17:29

Tadao Ando: “Non sto a sentire nessuno, non capire le lingue è un vantaggio”

Tadao Ando (foto LaPresse)

Ricordavamo Tadao Ando molto simile a Giorgio Armani nel rigore ossessivo, nell’attenzione spasmodica allo stile proprio e dei dipendenti (gli uffici del genio nipponico sono addirittura progettati in modo da permettergli una visuale completa delle attività di tutti), nell’austerità, nell’autodidattismo (ex pugile il progettista, medico mancato lo stilista). Ci sembrava logico che avessero lavorato assieme nel 2000 per il Teatro Armani. L’uomo, anzi i due uomini che ci siamo trovati davanti questa mattina all’ultimo piano dei Silos di via Bergognone per un incontro in anteprima sulla grande mostra antologica che aprirà domani e chiuderà a luglio, “Tadao Ando: the challenge”, organizzata a un anno di distanza da quella del Centre Pompidou di Parigi e che espone progetti (alcuni fatti a mano dall’artista direttamente sul muro), maquettes, video e una bella mela verde di cartapesta in omaggio “all’energia di Milano. Toccatela che vi porterà fortuna”, sono due bei signori a cui l’age certain, cioè certa e attorno o decisamente oltre gli ottanta, hanno conferito la rilassatezza di chi non ha niente da dimostrare e dunque può rilassarsi e anche un po’ infischiarsene. Armani si siede in prima fila da spettatore e applaude (“oggi non ho niente da dire”); l’altro dice le cose scorrettissime che tutti noi vorremmo poter esprimere con la sua stessa aria divertita, se e quando arriverà il nostro momento. Ve ne citiamo cinque, legati ad altrettanti progetti.

 

1 – “I francesi: parlano e io non li ascolto. Per mia fortuna non conosco le lingue”. Il nuovo Centre de la Fondation Pinault nell’edificio di origine settecentesca ma già ampliato nella Belle Epoque, cioè in versione pompier, da Henri Blondel come sede della Bourse de Commerce. Aprirà nel 2020, sarà il secondo intervento del progettista per François Pinault dopo la Punta della Dogana a Venezia e, in accordo con ministeri ed enti preposti, prevede la creazione di un cilindro centrale di cemento alto nove metri e dal diametro di trenta che consentirà la creazione di auditorium interrato e foyer senza toccare le parti originali. I francesi ne hanno già scritto molto, e non sempre con entusiasmo. Tadao Ando sereno, anzi zen: “I francesi parlano, parlano, parlano. Ma io non capisco le lingue straniere. E non li sto a sentire”. E come ha fatto con Armani? Ando Tadao furbissimo: “Ascolto il suo cuore”.

 

2 –“ La Chiesa: mi ha dato anche un premio in denaro. Fin troppo”. La Chiesa della Luce realizzata nel 1989 nel quartiere di Ibaraki ad Osaka , capolavoro assoluto realizzato con pochi denari attorno al simbolo della croce che, come taglio di luce, illumina la navata centrale: “Non avrei voluto mettere i vetri nello spazio aperto della croce, ma i fedeli si sono lamentati. Un giorno o l’altro li tolgo”. Il Vaticano? “Mi hanno dato addirittura un premio in denaro per la mia opera (il montepremi del Premio quadriennale Internazionale Fondazione Frate Sole, istituito nel 1996 e vinto successivamente anche da Alvaro Siza e Richard Meier, è pari a 30mila euro): grazie, ma (fin troppo).

 

3 – “I giapponesi non capiscono granché di pittura”. Che meraviglia l’isola di Naoshima con il Benesse House Museum, diciamo noi, che la definiamo perfino “tappa obbligata per i globetrotter dell’arte contemporanea”, sperando di poterci immergere a nostra volta nel museo scavato nella terra e illuminato solo da luce naturale che ospita al meglio una strapitosa collezione di Claude Monet. Tadao Ando fa spallucce: “I giapponesi non capiscono niente di pittura. Arrivano davanti agli impressionisti e girano le spalle. Ma se dici loro quanto valgono, tornano subito indietro a guardare meglio".

 

4 – “Piaccio ai cinesi perché sono un sopravvissuto”. A Tadao Ando hanno tolto cinque organi rilevanti, fra cui pancreas e cistifellea. Se ne compiace: “Dover mangiare meno e meglio mi da un sacco di tempo per studiare e riflettere. E mi ha anche procurato nuove commesse: i cinesi (che notoriamente non amano i giapponesi, ndr) hanno iniziato a chiamarmi. Dicono che se con tutto quello che mi hanno levato sono ancora così in buona salute porto sicuramente fortuna”.

 

5 – “Dicono che i luoghi di lavoro sono progettati per darci energia. E poi sono tutti stanchi e prostrati”. Scegliere progetto (altrui) a piacere.

Fabiana Giacomotti

Fabiana Giacomotti

Milanese, ha vissuto un po' qui un po' là, parecchio a Londra. Era partita con l'idea che la letteratura francese sarebbe stata la sua vita, tanto da mantenersi agli studi come annunciatrice tv per non darla vinta al padre che voleva in casa almeno un altro medico e lei era l'ultima speranza. Ancora adesso non ha capito come sia diventata giornalista di economia e poi di costume e moda. Fra gli Anni Ottanta e i primi Novanta ha lavorato per Espansione, il Giornale, ItaliaOggi, quindi è stata inviato speciale per il Mondo, IoDonna, Capital, per il primo decennio Duemila in successione vicedirettore di Amica, direttore di Luna e, in contemporanea, del quotidiano MfFashion. Ama alla follia la carta stampata e collabora a Il Foglio dal 2007. Nel frattempo ha progettato ("direzioni mai più grazie") un paio di altre riviste, collabora con l'Istituto dell'Enciclopedia Italiana, ha scritto libri, guide popolari tradotte all'estero, saggi ponderosi ma anche no (l'ultimo, "La moda è un mestiere da duri. Gli anni Duemila del lusso italiano visti dietro le quinte", Rizzoli, raccoglie una selezione di articoli scritti per l'inserto del Foglio del sabato con un nuovo saggio introduttivo). Ha curato mostre di moda e costume per istituzioni varie e "tutte interessanti" come i Musei Civici di Venezia, la Rai, Palazzo Morando a Milano. Dal 2005 è tornata in università come docente del corso di Scienze della Moda e del Costume alla Sapienza di Roma dove, come poteva farselo mancare, ha progettato una testata online e un sistema informativo dedicato agli studenti. Ha una figlia trentenne, Federica, account pubblicitario, di cui va tremendamente orgogliosa e che si ostina a chiamare "bellapopina", facendola imbufalire.

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