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A lezione da Nabokov, antidoto contro la banalizzazione della lettura

Riscrivere il mondo senza accontentarsi di descriverlo. Manuale di resistenza civile 

21 Ottobre 2018 alle 06:00

A lezione da Nabokov, antidoto contro la banalizzazione della lettura

Lo scrittore russo naturalizzato statunitense Vladimir Nabokov (Foto Wikipedia)

Un autore, o un singolo libro, soprattutto se proveniente da un’epoca o da una cultura diversa dalla nostra, è come un paese straniero, sottolineava Lord David Cecil nel suo breve e denso “The fine art of reading”: occorrono le stesse doti di attenzione e duttilità, lo stesso gusto per la diversità, la stessa disponibilità a esporsi a tempistiche e atmosfere mai semplicemente nostre; solo così si possono aprire – o riaprire – altre stanze e finestre dentro di noi, da esplorare in solitudine o da cui affacciarsi sul mondo. Tuttavia la stessa banalizzazione e lo stesso livellamento consumistico che hanno divorato l’esperienza del viaggio vengono spesso applicati alla lettura stessa.

 

Nel mondo dei social anche i libri sono ridotti a mete turistiche, e, si tratti di opere d’arte, di cibo, di incontri, la preghiera faustiana (“fermati, attimo, sei così bello”) si è trasformata in una cascata infinita di istanti, luoghi e citazioni tutti parimenti da ricordare ed esporre, e tutti parimenti svuotati di significato e autentica profondità. Per questo, la ripubblicazione di Adelphi del primo volume delle lezioni americane che Vladimir Nabokov – un esule e un emigrato, significativamente – dedicò per un decennio ai grandi classici della letteratura europea, costituisce molto più di un gradito e invocato ritorno. È un sollievo, una di quelle grazie di Dio per cui si può effettivamente ricorrere ai superlativi e all’entusiasmo.

 

Non si limitano a esporre alcuni requisiti fondamentali per un’autentica esperienza di lettura, che al pari d’ogni disciplina fisica e mentale richiede un addestramento specifico: tempo, pazienza, attenzione, “quella forma laica della preghiera”, secondo Benjamin. Vi respiriamo l’aria sottile che additano e siamo aiutati a sottrarci dal facile dondolio delle narrazioni che ci portano dove sappiamo benissimo recarci da soli. “Agli artisti minori è lasciato l’abbellimento del luogo comune: essi non si prendono la briga di reinventare il mondo, ma si limitano a esprimere il meglio da un ordine di cose prestabilito”.

 

Invece “Mansfield Park” di Jane Austen o “La metamorfosi” di Kafka costituiscono “una serie di sorprese uniche che i massimi artisti hanno saputo esprimere nella loro forma unica e particolare”. Flannery O’Connor notava che gli scrittori acerbi credono di potere incarnare i grandi conflitti universali, ma non sanno descrivere una discesa lungo le scale o la chiamata d’un taxi. È così anche per il lettore superficiale, che sorvola sui dettagli e li considera meno importanti di determinati dialoghi o scene palesemente drammatiche o ironiche. Invece, sottolinea Nabokov analizzando Dickens, “tutti i gatti hanno gli occhi verdi, ma notate come sono verdi questi occhi verdi grazie alla candela che sale lentamente le scale”. Solo una visualizzazione rigorosa della planimetria della casa del dottor Jekyll permette di notare che essa stessa è un paesaggio spirituale, un misto di bene e di male, esattamente come il suo proprietario.

 

Si vorrebbe citare tutto – dall’analisi della prosa di Flaubert che al pari della poesia “descrive le emozioni e gli stati d’animo ricorrendo a uno scambio di parole insignificanti”, alla differenza tra il narratore-dio in Proust, Joyce e Dickens – e al tempo stesso niente, perché queste lezioni non sono una mera raccolta di intuizioni e chiavi di lettura, ma una lunga scalata, impegnativa e magnificamente divertente, al termine della quale lettore e scrittore si incontrano “ansanti e felici”. Questa educazione all’ironia, alla sottigliezza, al gusto dell’ambiguità e del prisma immaginativo, non ha bisogno di essere attuale.

 

Tuttavia, in un’epoca dove tutti leggono e scrivono in continuazione, in un mondo che non ha mai comunicato così tanto e sembra affondare ogni momento nelle acque fangose del letteralismo, della reattività e dell’ottusità, questo inno al pensiero contro-intuivo, questo contributo a formare dei veri lettori costituisce anche – di riflesso, si capisce – un autentico manuale di resistenza civile.

Edoardo Rialti

Edoardo Rialti ha 30 anni e continuerà ad averli, perché ha un ritratto che invecchia in soffitta al posto. Insegna in Italia e Canada. Cura e traduce letteratura inglese, fantasy e fantascienza per Mondadori, Lindau, Marietti e Gargoyle. Per Cantagalli ha pubblicato "L'uomo che ride", "Un'infinita sorpresa", "La lunga sconfitta, la grande vittoria", biografie letterarie di G. K. Chesterton, C. S. Lewis, J. R. R. Tolkien che raccolgono le puntate uscite tra il 2010 e il 2013 sul Foglio. Vive in treno. Godersi sia Proust che Stephen King, Platone e George R. R. Martin, lo sport, le serie tv e il vino costituisce per lui segno di grande equilibrio mentale. Vuole scrivere un best-seller e passare la vita a twittare su una spiaggia candida. E' su twitter, appunto.

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