Estate con Mariarosa Mancuso

Chiacchiere letterarie

Mariarosa Mancuso

Per fortuna Nabokov non ha conosciuto l’epoca dello scrittore da festival, vagante come un chierico

Parlando di chiacchiere letterarie – son chiacchiere anche se scritte, conta il tono, Carlo Fruttero sosteneva che bisogna trattare i romanzi e gli scrittori come ospiti appena andati via da casa nostra dopo una festa. Quello era smagliante; quell’altro racconta sempre la stessa storia, pure noiosa, e si è impastato nel finale; ma quella chi si crede, solo perché usa parole ricercate? Il tutto corredato da un pettegolo taglia-e-cuci.

 

 

Parlando di chiacchiere letterarie, dicevamo, il più feroce nemico dei critici sommozzatori – vanno giù, ancora più giù e tornano su con l’anello delle patatine scambiato per un diamante – si chiama Vladimir Nabokov. Prima di “Lolita” (il romanzo che lo rese ricco, famoso e odiato dalle femministe) insegnava alla Cornell University. Mestiere che non gli piaceva, perché a differenza di tutti noi conosceva le debolezze sue: “Penso come un genio, scrivo come un autore brillante, parlo come un bambino”. Quindi si scriveva le lezioni. La tortura – per lui, che faceva anche le interviste nascosto dietro a un muro di libri, si vergognava a leggere le risposte – durò una ventina d’anni. Per fortuna non ha conosciuto l’epoca dello scrittore da festival, vagante come i chierici da una cittadina di mare a una pro loco di mezza montagna.

 

 

Vladimir Nabokov non aveva una grande opinione dell’accademia e degli accademici, infilzati come farfalle da collezione nel romanzo “Pnin”. Protagonista un professore che non sa leggere gli orari dei treni, tiene un corso intitolato “Evoluzione del senso”, spera di diventare un giorno universalmente famoso per via dell’audace conclusione, raggiunta dopo anni di studi: “L’evoluzione del senso è, in un certo senso, l’evoluzione del non senso”.

 

Le lezioni stanno su un’altra galassia. Quella del divertimento. Agli ultimi corsi era presente anche la futura moglie di John Updike, e in cuor nostro pensiamo che abbia deciso di frequentare da vicino la letteratura dopo aver sentito Vladimir Nabokov che diceva (dopo esserselo scritto): “Leggendo, dovremmo prestare attenzione ai particolari, e coccolarli”. Per essere più chiaro – e più di superficie – fa i disegni: il manicotto di Anna Karenina, l’appartamento di Gregor Samsa, ora scarafaggio in “La metamorfosi” di Kafka. Provvisoriamente scarafaggio, ai suoi occhi di cacciatore di farfalle – bermuda, calzettoni e reticella – non lo era affatto, e volendo fare le pulci fino in fondo: perché non usa le ali per girarsi?

 

Di “Madame Bovary” a Nabokov interessano gli strati – intesi come strati di un brutto cappello, poi di un abito, poi di una torta di nozze con laghetti di marmellata e minuscoli Cupidi su altalene di marmellata (quando andrà male, una bara a tre strati pure lei). C’è qualcosa di più frivolo rispetto ai critici che parlano di critica dell’ottusa società borghese? Senza dimenticare gli idioti convinti che “Madame Bovary” sia una femminista dei tempi andati che cerca soli di essere libera, non una sciacquetta che legge mediocri romanzi d’amore e cade tra le braccia del primo – sì, anche del secondo e pure del terzo – giovanotto che cerca di ribaltarla sul sedile posteriore di una carrozza?

 

Oggi rischierebbe di essere passato a fil di spada, uno che dice: “Sono eterosessuale nella vita ma rigidamente omosessuale in letteratura”. Non tollerava neppure l’esistenza delle traduttrici, quanto alle scrittrici sopportava soltanto Jane Austen. Per le letture psicoanalitiche, politiche, sociali, basta una parola (la mirabile definizione è in “Ada”): “Spagnola, con due O e una J pendente nel mezzo”.

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