Foto di Christo Drummkopf (Flickr)

La lezione di Twain

Mariarosa Mancuso

Per non maltrattare i lettori, gli editori dovrebbero ricordare agli scrittori che i vizi sono una virtù, non un tabù

Chiunque si azzarderà a cercare un senso in questa narrazione sarà perseguito a termini di legge; chiunque si azzarderà a trovarvi una morale verrà esiliato”. E’ Mark Twain, in uno dei suoi migliori travestimenti, da critico di se medesimo. Gli perdoniamo perfino lo scivolone che chiude il trittico: “Chiunque si azzarderà a scovarvi una trama sarà giustiziato”. Vale – al massimo – per “Le avventure di Tom Sawyer” e per quelle di Huckleberry Finn, dove per la prima volta i ragazzini parlano come parlavano i ragazzini cresciuti sulle rive del Mississippi, prima della guerra di Secessione.

 

La brillantezza della finzione – non è stenografia, né registrazione – rende i due giovanotti sgraditi alle università americane (noi ce la caviamo cambiando le traduzioni per eliminare la parola con la enne, su cui cadde perfino il correttissimo Viggo Mortensen parlando di “Green Book”). E non è vero che la trama – nel senso di “cose che succedono” – manca. Solo non è paragonabile a un romanzo di Jane Austen, scrittrice che Mark Twain odiava, senza riuscire mai a scrivere qualcosa contro “Orgoglio e pregiudizio”. Non c’entra il pudore, e neppure il timore di sbagliarsi clamorosamente: entrambi sono sentimenti sconosciuti agli scrittori che devono dire male di un altro scrittore.

 

Non avete idea, per esempio, delle scuse e dei lamenti a cui fanno ricorso quando il libro di un rivale (leggi: l’universo mondo) ha successo. La casa editrice non ci crede, l’ufficio stampa non se ne occupa, in libreria non viene esposto bene, esce nella stagione sbagliata, c’è un Camilleri (o un Carofiglio, o un Manzini, o un Malvaldi) che sballa le classifiche. Fin qui, sono presentabili in società. Le non presentabili riguardano amicizie, amori, dispetti, corna, cordate, “sono scomodo”. Mai nessuno che dia una rilettura all’ultimo romanzo, uscito a poca distanza dal precedente, e si convinca che non era proprio necessario, non è per niente interessante, e le pagine si potrebbero ridurre della metà. Vale anche per le case editrici: se si lanciano sul mercato libri come piattelli, il lettore che per definizione è miope nonché pigro – i librai e gli editor hanno il vizio di trattare male i clienti, peggio delle commesse viste in “Pretty Woman” – mancherà molti bersagli.

 

“E’ tanto che voglio scrivere qualcosa contro Jane Austen” – ripete Mark Twain, deciso a sbagliare ma con un certo stile. “Solo che ogni volta che comincio a leggere ‘Orgoglio e pregiudizio’ mi viene voglia di disseppellirla e di spaccarle il cranio con la sua stessa tibia”. Una violenza degna di Tarantino, spassosa come la puntura di adrenalina in “Pulp Fiction”.

 

Mark Twain andava a sigari, trecento al mese nei mesi invernali, quindici al giorno quando era in vacanza, e lavorava comunque le sue cinque ore, non sopportando interruzioni. Era la sua droga, pensava invece che l’alcol rallentasse gli ingranaggi preposti alla scrittura: due bicchieri di champagne sciolgono la lingua, non la penna. 

 

Aveva cominciato con il fumo a otto anni, e smesso un paio di volte. Senza guadagnarci in salute, giura, ma con un grave problema nei tempi di consegna per il libro semi-autobiografico che si chiamerà “Roughing it”, titolo italiano “In cerca di guai”. Questo Mark Twain in effetti una trama non ce l’ha, è una scorribanda nel West tra mormoni e cercatori d’argento. Immaginiamo il fumo dei sigari, uno sbuffo dopo l’altro come una locomotiva a vapore. E poi pensiamo ai tempi nostri. Quando gli scrittori – pur bravi come Jonathan Franzen – hanno come unico vizio conosciuto il birdwatching.

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