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Ecco "Milkman", la violenza vera prima dell’indignazione unica del #metoo

Il libro di Anna Burns vince il Man Booker Prize. Da Belfast il racconto sulla degenerazione delle relazioni di potere. "Nessuno di noi aveva mai letto niente del genere prima"

18 Ottobre 2018 alle 10:11

Ecco "Milkman", storia della violenza vera, prima del #metoo

Anna Burns (foto LaPresse)

Roma. La violenza, ai tempi della violenza vera, suona così: vivi in Irlanda del nord negli anni Settanta e hai diciotto anni, vuoi solo leggere i tuoi romanzi dell’Ottocento perché il Novecento ti fa schifo. E come darti torto visto che intorno a te vedi solo squallore e odio, un quarantunenne sposato ti si avvicina e decide che sei sua, dal momento in cui ti si avvicina la gente chiacchiera, c’è un’atmosfera di guerra ma il moralismo resta quello della provincia. Tu sei una preda ma sei anche una ragazzina, tutti hanno sofferto troppo per perdere tempo a capirti. ‘Milkman’ di Anna Burns aveva tutte le caratteristiche per piacere a una giuria diligente e attenta ai mali dei nostri tempi – femminismo, abusi, non ultimo il tema dell’Irlanda, santabarbara geopolitica fino all’altroieri e ora, nelle menti fantasiose di alcuni Brexiteers, isoletta felice da ritagliare a piacimento – ma la ragione per la quale alla fine ha vinto il Man Booker Prize e 50mila sterline per “ripagare un po’ di debiti”, è che si tratta di un libro bellissimo e che la scrittura non somiglia a niente di già letto.

 

Asciutta e fluida, i membri della commissione l’hanno giudicata "incredibilmente originale", e pazienza che i librai piangano perché metà ottobre vuol dire già Natale, copertine luccicanti da mettere sotto l’albero o trame palpitanti come le fiction storiche di quel demonio di Hilary Mantel: si passerà Santo Stefano a leggere una storia ruvida su qualcosa di passato che però, ci spiega la Burns con la sua voce da bambina e la faccia di una JK Rowling senza gli anni da miliardaria, appartiene a tutti i tempi e a tutti i luoghi, a Belfast come ad Aleppo. Dell’intelligentsia dublinese promiscua della giovane Sally Rooney non c’è traccia, qui si racconta di sorelle ubriache in tuta e forse-fidanzati burini, padri che ti lasciano in eredità confessioni spaventose e una comunità che reagisce alla violenza con il sospetto, come già ben descritto da Fernando Aranburu in Patria, inaugurando spirali infernali da episodi minimi.

 

I personaggi non hanno nome, lei è Sorella-di-mezzo e lui Milkman, il Lattaio, anche se non consegna latte, non ha niente a che fare con il latte. E funziona bene, il latte è un’immagine vischiosa, opaca e ancestrale come l’atmosfera del libro, che ha un incipit fulminante: "Il giorno in cui Qualcuno McQualcuno puntò una pistola sul mio seno e mi chiamò gatta e minacciò di spararmi fu lo stesso giorno in cui il Lattaio morì". La protagonista Middle Sister non sa se "intuito e ripugnanza" contino tra le ragioni per le quali una ragazza può decidere che una situazione non è accettabile, ma come fare in un posto in cui "certe donne non venivano tollerate se si pensava che non fossero deferenti verso gli uomini, non riconoscessero la superiorità dei maschi, si spingessero fino a contraddire gli uomini; fondamentalmente, la donna smarrita, la specie insolente e troppo sicura di sé?". Come fare in una società che vede violenza ovunque e in cui un uomo che maneggia la violenza come il Lattaio gode del rispetto di tutti? "Nessuno di noi aveva mai letto niente del genere prima", ha spiegato Kwame Antony Appiah, filosofo e presidente della giuria del Booker, consigliando agli scettici di andare avanti nella lettura e godersi il paesaggio anche quando le salite sembrano infinite senza l’appiglio di troppe suddivisioni in capitoli.

 

"Pensate al #MeToo", suggerisce, come se ogni violenza dovesse andare a convergere nel grande fiume dell’Indignazione Unica, anche per un libro di più di seicento pagine probabilmente scritto ben prima che iniziasse lo scandalo e anche se le ansie classificatrici chiaramente si adattano male a una scrittura tutta rivolta a catturare sfumature. Alla Burns, nata in un’enclave cattolica a nord di Belfast e ormai al terzo romanzo, interessano le relazioni di potere, che non sono solo quelle tra il lattaio e la sua giovane preda, ma anche quelle che stritolano le persone in una cultura del sospetto e del pettegolezzo, lasciandole sole e capaci di reagire solo con altra violenza. La rosa finale del Man Booker Prize era incentrata su lavori “rappresentativi degli anni bui in cui viviamo”: c’era l’ambiente e c’era l’Alzheimer, c’era l’incesto e c’era la tecnologia. Negli ultimi tre anni avevano vinto gli americani e per un premio nato per l’editoria inglese e il Commonwealth la cosa iniziava a pesare in questi anni di languide nostalgie britannocentriche. Anna Burns, prima donna dopo il premio 2013 a Eleanor Catton e alle sue Luminaries e prima nordirlandese premiata, riporta il Booker a casa nelle mani di una britannica. A condizione che i lettori, rinfrescandosi la memoria con Milkman, si ricordino di premurarsi che il Regno resti unito.

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Commenti all'articolo

  • luigi.desa

    18 Ottobre 2018 - 20:08

    Un libro che lascia i quattro poli,Nord-Sud-est-ovest al loro eterno posto.

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