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Bonisoli l’italiota

Il ministro della Cultura e i direttori di museo che parlano italiano. Un segno di incompetenza e debolezza politica

21 Settembre 2018 alle 06:11

Bonisoli l’italiota

Foto LaPresse

Milano. Il primo ottobre alla National Gallery di Londra si inaugurerà una delle mostre più importanti dell’anno a livello mondiale, “Mantegna and Bellini”, Rinascimento italiano. Forse il ministro per i Beni e le attività culturali del governo del cambiamento, anziché rilasciare interviste sgangherate in cui auspica direttori di museo “che sappiano parlare bene l’italiano”, dovrebbe chiedersi come mai una mostra così prestigiosa, con prestiti eccellenti provenienti anche dall’Italia, sia stata organizzata da un’istituzione pubblica straniera. E perché il Mibac, o qualche grande museo italiano, da tempo non siano in grado di produrre eventi culturali di pari livello. Oggi al Musée Jacquemart-André di Parigi, nato come magnifico hôtel particulier di collezionisti ma ora pubblico, s’inaugura una mostra eccellente (e curata da una storica dell’arte italiana, Francesca Cappelletti), “Caravage à Rome”, per la quale è arrivata in gran segreto dalla Svizzera l’ambitissima “Maddalena in estasi”, che secondo gli informati sarebbe segretamente proprietà di collezionisti milanesi. Forse, un ministro della Cultura dovrebbe chiedersi perché queste cose avvengano a Parigi, e non nel territorio sotto la sua sovranità.

  

Alberto Bonisoli è un ministro tecnico approdato al Collegio Romano con il curriculum di “manager culturale” e in quota Cinque stelle, ramo Casaleggio Associati. Ieri ha spiegato alla Stampa alcune sue idee. Dalle quali si capisce perché piacesse così tanto, ai Cinque stelle. Idee di grande bruttezza, per giunta confuse. A partire da quella che fa il titolo: “C’è bisogno innanzitutto di persone che sappiano parlare bene l’italiano e capire il territorio. Non voglio logiche di campanile ma nemmeno un direttore di museo di serie B solo perché viene da fuori”. Le polemiche sulla riforma Franceschini che permise la nomina di direttori (anche) stranieri a capo dei grandi musei nazionali sono lunghe e pasticciate. Qualche attenzione giuridica-procedurale in più avrebbe messo al riparo una sacrosanta e utile riforma da ricorsi al Tar e campanilismi occupazionali. Separare meglio le competenze tra direzioni museali e Sovrintendenze dei beni culturali avrebbe evitato ingorghi, e sgonfiato il revanchismo di conservatori e burocrati. Questo detto, davvero Bonisoli non ha mai ascoltato l’italiano fluente di James Bradburne, il direttore anglo-canadese di Brera che in poco più di due anni ha trasformato gli allestimenti e rivitalizzato la Pinacoteca? O il bell’accento germanico di Eike Schmidt, direttore degli Uffizi, appena segnalato tra i dieci migliori direttori di musei al mondo da una rivista internazionale? O l’italiano-italiano (è cresciuta in Italia) della tedesca Cecilie Hollberg delle Gallerie dell’accademia di Firenze? O quello di Peter Assmann, il direttore austriaco che ha raddoppiato i visitatori del Palazzo ducale di Mantova?

  

Uno scivolone concettuale così grave, e di così cattivo gusto provinciale, non è concepibile per un ministro della Cultura, nemmeno in quota Cinque stelle. Ma il punto vero e più serio è un altro: è un’affermazione che contraddice il curriculum e l’attività precedente del “manager” Bonisoli, ex direttore accademico della Naba, la milanese Nuova accademia di belle arti, istituto privato riconosciuto dal Miur – da tempo in solide mani straniere – che dispensa, e a carissimo prezzo d’iscrizione, corsi universitari nei settori della moda, delle arti e del design. Con insegnamenti in inglese, fregiandosi del brand dell’internazionalizzazione. Questo manager vuole direttori autoctoni? Il manager di un istituto d’istruzione privato, per quanto più orientato al business che al culto delle Muse, che usa l’inglese come lingua universale, il manager che ha sempre lavorato nel demi-monde delle accademie private accreditate dal controllo pubblico, uno come Bonisoli insomma, perché mai scivola sui direttori che devono parlare italiano? Forse per un mal riuscito inchino al sovranismo-poveraccismo dei suoi referenti di governo. Più probabilmente per assoluta non padronanza della materia. Come si evince anche da altre sue affermazioni. Ad esempio, sulla disputa tra valorizzazione e conservazione: “La tutela è anche una delle mie priorità e deve avere la preminenza rispetto alla valorizzazione”. Chiuderemo gli Uffizi affinché non prendano colpi d’aria? “Se c’è da progettare un bene, si deve dare ascolto alle Soprintendenze”, dice anche. Da milanese, dovrebbe conoscere la brutta storia del restauro di Palazzo Citterio, da anni in attesa di diventare un nuovo sito espositivo di Brera. I restauri sono andati follemente a rilento, ma soprattutto sono stati sottratti a qualsivoglia indirizzo della direzione di Brera (lo straniero Bradburne) per affidare ogni scelta alla Soprintendenza. Peccato che ne sia uscito un assurdo restauro pretenziosamente conservativo, completamente inadatto a ospitare una collezione d’arte del Novecento.

   

Bonisoli non sa di che parla, ma si capisce benissimo a chi presta orecchio. All’ala degli storici dell’arte e dei soprintendenti che hanno osteggiato Franceschini, anche per motivi di bottega, ma soprattutto per opposizione ideologica a una gestione più dinamica e razionale dei beni culturali e che ora bordeggiano i Cinque stelle. Segno di debolezza culturale e di scarsa autonomia, per un ministro che quando Ivrea fu nominata dall’Unesco “Città industriale del XX Secolo” dedicò “un pensiero speciale a Gianroberto Casaleggio, che iniziò a lavorare proprio alla Olivetti”. Che dice “bisogna mettere fine a una cultura troppo diffusa nell’amministrazione pubblica, quella di scaricare la responsabilità su altri”, ma sul crollo della chiesa di San Giuseppe a Roma non sa che responsabilità assumersi. Che ha detto di abolire le domeniche gratis nei musei, salvo poi dover ripiegare su un grottesco liberi tutti. Il manager che proviene dal privato ma che sull’Art bonus, la buona idea mezzo abortita di Franceschini per premiare il mecenatismo, dice che “non è tra le priorità”. Un governo che parla italiota.

Maurizio Crippa

Maurizio Crippa

Maurizio Crippa, vicedirettore, è nato a Milano un 27 febbraio di rondini e primavera. Era il 1961. E’ cresciuto a Monza, la sua Heimat, ma da più di vent’anni è un orgoglioso milanese metropolitano. Ha fatto il liceo classico e si è laureato in Storia del cinema, il suo primo amore. Poi ci sono gli amori di una vita: l’Inter, la montagna, Jannacci e Neil Young. Lavora nella redazione di Milano e si occupa un po’ di tutto: di politica, quando può di cultura, quando vuole di chiesa. E’ felice di avere due grandi Papi, Francesco e Benedetto. Non ha scritto libri (“perché scrivere brutti libri nuovi quando ci sono ancora tanti libri vecchi belli da leggere?”, gli ha insegnato Sandro Fusina). Insegue da tempo il sogno di saper usare i social media, ma poi grazie a Dio si ravvede.

E’ responsabile della pagina settimanale del Foglio GranMilano, scrive ogni giorno Contro Mastro Ciliegia sulla prima pagina. Ha una moglie, Emilia, e due figli, Giovanni e Francesco, che non sono più bambini

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Commenti all'articolo

  • Silvius

    21 Settembre 2018 - 23:11

    Beh, certo che lo sguardo sprizza acume...

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