Proteste davanti al centro di accoglienza di Torre Maura (foto LaPresse)

La “democrazia recitativa” in scena a Torre Maura

Salvatore Merlo

Ma davvero ci vogliono costringere a scegliere tra il vaniloquio solidarista del Pd e le sconcezze razzistoidi della destra?

Le stupidaggini sul pane pestato, sul gesto sacrilego, le enunciazioni di antifascismo ultrasettantenne recitate senza sforzo, l’idea di un’accoglienza che è tutta lirica, fiaccolate e cuoricini, e poi invece le oscenità xenofobe, il povero inno nazionale incanaglito dai saluti romani in tuta da ginnastica, la teppaglia dei poveri cretini col megafono. Un mondo deformato, abnorme, composto di esagerazioni caricaturali. Ci vorrebbe una inimmaginabile rivoluzione culturale, una radicale rottamazione di questo subdolo tentativo di spartirsi l’Italia tra il vaniloquio solidarista da una parte e lo sconcio turpiloquio razzistoide dall’altra. La Repubblica o la Verità, Salvini o la Boldrini… la Roma o la Lazio.

  

Il povero italiano medio forse per sua natura tenderebbe a diffidare di questi piatti ambigui che gli vengono offerti dalla politica e dai giornali, dai talk-show e dai social, sospetta si tratti di avanzi, di rifritture, di sofisticazioni alimentari che portano la salmonella. Ma si guarda intorno, vede che nessuno protesta, e allora si rassegna, si serve a caso qua e là, si riempie anche lui il vassoio.

 

Scrive Emilio Gentile nel suo ultimo libro, “Chi è fascista”, denso com’è di riferimenti straordinariamente pedagogici – a proposito: bisognerebbe leggere di più e twittare di meno – che “il pericolo reale, oggi, non è il fascismo, ma la scissione tra il metodo e l’ideale democratico, operata in una democrazia recitativa”. Ed ecco allora che l’immagine della “democrazia recitativa” prende corpo sui fatti di Torre Maura, tra gli sbuffi e le urla, i colpi al cerchio e quelli alla botte, gli scambi televisivi via via più bellicosi e cialtroneschi, le prefiche e i guappi, tutti impegnati, ogni minuto, ogni secondo della loro esistenza, sul campo elettorale (ma qualcuno che nel frattempo governa c’è?).

 

Ecco quindi la sinistra vagolante, la stessa che ha messo al bando Marco Minniti cioè l’unico che si era applicato alla complessità e non alla rappresentazione, che denuncia le periferie razziste, come se in Italia non esistesse davvero un problema con gli immigrati e con i rom, come se mercoledì ventidue cooperanti di una onlus che speculavano sul mercato dell’immigrazione non fossero stati arrestati proprio a Roma, come se i quattro sfessati che urlavano porcherie a Torre Maura fossero la sostanza vera della questione. “Come sempre botte ai poveracci e alleanze coi criminali in piena coerenza con la storia del fascismo”, ha detto Roberto Morassut, che è uno degli uomini più vicini al segretario Nicola Zingaretti.

 

La formula “fascisti” fa parte di un povero armamentario buono a fronteggiare qualsiasi evenienza, e a proposito di uso (o abuso) di antifascismo come salvagente politico resta memorabile il calamitoso Ignazio Marino a una festa dell’Unità: “I fascisti devono ritornare nelle fogne”. L’importante è non capire mai cosa succede, ma recitare per quel po’ di pubblico che non è già scappato. Come fa anche la destra, che fruga nel cassonetto verbale di CasaPound per non farsi mancare il materiale più immondo e l’olezzo xenofobo, la destra che vorrebbe (s)governare l’immigrazione a spasmi e rutti, esibizioni muscolari e divise da carnevale cileno, rumorosa e inconcludente, sempre più aiutata da un Pd che mercoledì a Torre Maura aveva l’aspetto di due consiglieri teneramente pettinati come testimoni di Geova. Ed ecco infine il M5s, il nulla cosmico di questa recita democratica. “Non giustifico chi calpesta il pane”, ha detto Luigi Di Maio, lo spaesato capo politico della spaesata Virginia Raggi, la sindaca che ha mandato sessantasei rom a Torre Maura e poi, a riprova della serietà con la quale prende le decisioni, senza nemmeno metterci piede li ha riportati tutti indietro, ma soltanto dopo aver scaricato le colpe della propria inadeguatezza sugli uffici del comune da lei amministrato. E allora tutti ci sentiamo vittime impotenti, trascinate senza scampo giù per quel caotico imbuto che sembra diventato il nostro paese. Un imbuto che pezzo per pezzo, anno per anno, probabilmente ci siamo fatto da noi.

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  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi erasmiana a Nottingham. Un tirocinio in epoca universitaria al Corriere del Mezzogiorno (redazione di Bari), ho collaborato con Radiotre, Panorama e Raiuno. Lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.