Perché a cena è meglio non parlare di Brexit

Il fratello timido, le liti in famiglie e una regola di buona educazione

Paola Peduzzi

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6 Febbraio 2018 alle 06:15

In casa Johnson non si parla di Brexit

Boris Johnson (foto LaPresse)

Non mi piace la politica, non sono biondo, non sono conservatore, non ho il gene dell’autopromozione, o certamente è un gene remissivo: quando salta fuori non interessa a nessuno. Leo Johnson ha imparato a disintossicarsi dalla sua famiglia – i temibili Johnson, due politici del Regno Unito, Boris e Jo, una scrittrice e commentatrice, Rachel: quattro fratelli scientificamente educati dal padre alla competizione – e si concede dei fine settimana “Johnson-free”, per respirare lontano dai suoi parenti. Vice ha dedicato un ritratto ai “chiassosi” Johnson, ripercorrendo le loro liti di ragazzi, il dito del piede rotto di Boris (aveva tirato un calcio al tavolo da ping pong perché stava perdendo contro Rachel) e la corsa in ospedale (Leo gli aveva sparato nella pancia con una pistola ad aria compressa), mentre il padre godeva di questa competizione assoluta e la madre si ammalava di depressione, rendendo i suoi figli d’un tratto litigiosi ma unitissimi. Le liti in famiglia, tra affetto e tentativi di schiacciarsi a vicenda, sono la metafora perfetta del Partito conservatore inglese di oggi, con i dissapori sulla Brexit e i tanti dubbi sulla tenuta, la coerenza anche, del capofamiglia.

 

Manca però, in questo precipitare dei Tory nella loro storica e abissale “nastiness”, la bionditudine che caratterizza i Johnson (tranne Leo), quella capacità di colorare di ambizione e ironia anche i paesaggi meno accoglienti: ogni giorno si parla di un golpe imminente, ogni giorno c’è un nuovo capo golpista – Boris Johnson è, in questo momento, surclassato dal puntiglioso Jacob Rees-Mogg – e ogni giorno il capofamiglia, Theresa May, si trascina di sopravvivenza in sopravvivenza, senza più essere in grado di far divertire i suoi, ma senza nemmeno abbandonarli. Come spesso accade, il divorzio – con Bruxelles, che mostra un’inedita unità: mai nessun evento è stato un collante quanto la Brexit – diventa una lite tra famiglie e una lite in famiglia, non si va più d’accordo con nessuno, chi vuole questo, chi pretende altro, molti sospetti, molti tradimenti. Si sta logorando ogni sentimento, ogni affetto: i Johnson continuano a spronarsi l’un l’altro, concedendosi ogni tanto un po’ di cattiveria reciproca, ma senza esagerare.

 

Il Partito conservatore no, non si risparmia nulla, ed è uno spettacolo talmente deprimente che la rivista-bibbia Tatler è corsa ai ripari ed elencando le dodici regole per organizzare una cena perfetta, ha stabilito: non fate email di gruppo, è meglio che i commensali restino misteriosi; almeno otto inviti, bambini vietati; si cena entro le nove, oltre è da cafoni; le donne che arrivano con i tacchi non devono togliersi le scarpe; se siete vegani arrivate già mangiati, non opprimete gli altri ospiti con le vostre manie; la conversazione è importante, a seconda degli ospiti, single, maritati o depressi sentimentali, apparecchiate un tavolo rotondo o rettangolare (avrete almeno due sale da pranzo, no?). Soprattutto: “E’ consigliabile imporre una moratoria sulla Brexit”. E’ l’argomento più consunto di sempre, animarsi per una fila alla dogana è volgare: basta con questi stracci lavati in pubblico, fingere armonia è prima di tutto un atto di civiltà.

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