Serve un secondo referendum sulla Brexit. Lo chiedono i millennial (laburisti)

Nel giorno in cui il negoziatore capo Ue Barnier dà l'ultimatum a Londra, Lord Adonis lancia, insieme ai ragazzi della rete Ofoc, la campagna per chiedere un secondo voto sull'uscita dall'Unione

9 Febbraio 2018 alle 16:36

Serve un secondo referendum sulla Brexit. Lo chiedono i millennial (laburisti)

La maglietta indossata da uno dei ragazzi della rete Ofoc. Il riferimento è alle giovani generazioni che non vogliono vivere in un Regno Unito fuori dall'Unione europea

Londra. Il secondo referendum sulla Brexit ci vuole, e non lo dice Lord Adonis, lo dicono i fatti. “Tra cinque anni saremo un paese a maggioranza remain”, spiega Femi Oluwoli, uno dei ragazzi seduti accanto al pari laburista per il lancio della campagna per un secondo voto sull’uscita dalla Ue. Centro di Londra, folta schiera di giornalisti stranieri, panel giovanissimo a cui Adonis cede volentieri la parola. Loro appartengono alla rete Our Future Our Choice, organizzazione dall’acronimo da leggere ad alta voce, OFOC Brexit, un po’ imprecazione, un po’ grido di battaglia per la riappropriazione di un futuro scelto dagli anziani. Perché tra cinque anni tanti Brexiters non ci saranno più per ragioni naturali e il futuro nella Ue ha vinto sia tra i 18-24enni che tra i 25-34enni.

 


Femi Oluwoli (Foto Cristina Marconi)


 

“È incredibile che non ci sia una voce coerente in politica a rappresentarci”, aggiunge Laura Spirit, ventenne di Cambridge, e infatti il loro primo obiettivo è quello di prendere da parte Jezza, ossia Jeremy Corbyn, e convincerlo che è ora di fare campagna per rovesciare questa Brexit che fa male ai più deboli, come la famiglia di Calum Millbank, venticinquenne che racconta come sia “tutta una cortina di fumo che fa perdere di vista i problemi veri, reali”, quelli che fanno morire la gente di fame, di violenza, di una sanità spolpata e in agonia. 

 


Lord Andrew Adonis 


 

I fatti a cui fa riferimento Lord Adonis non sono quelli del ricambio generazionale, ma quelli di un’agenda politica che impone che tutta la nebbia nella quale ha faticosamente retto Theresa May in questi mesi si dissolva ad un certo punto. “Tra ottobre e gennaio prossimi la premier deve presentare un disegno di legge sull’uscita dalla Ue ed è lì che ci sarà la crisi parlamentare, ma a quel punto la campagna per il referendum avrà un grande potere per venire fuori da una situazione che è nata come faida interna ai Tories”, osserva Adonis. La cronologia degli eventi dopo il referendum parla di un crescendo, c’è poco da fare: le elezioni con un risultato senza precedenti, debolezza enorme di Theresa May, crisi politica continua e sottotraccia che “a un certo punto si cristallizzerà”. Il consenso per un ritorno alle urne – ma non per le politiche, troppo complesse da indire, troppo legate al fatto che i Tories non voteranno mai per mandare Corbyn a Downing Street – a quel punto sarà alto e il secondo referendum con un quesito secco – meglio la proposta di legge della May o il remain? – si potrà tenere tra marzo 2019 e l’estate se mai ci fosse un’estensione dei termini dell’articolo 50 per concedere ai britannici di esprimere il loro parere democratico, tema a cui la Ue e’ storicamente sensibile. Anche se proprio oggi il negoziatore capo Ue Michel Barnier davanti al carnevale di richieste britanniche ha dato un ultimatum a Londra: “È importante dire la verità. Se il Regno Unito decide di lasciare mercato unico e unione doganale una frontiera con l’Irlanda del nord è inevitabile”.

 

Dopotutto la questione irlandese è il tallone d'Achille dell'ambiguità costruttiva alla quale si sta affidando la May nel tentativo di non portare mai al pettine gli innumerevoli nodi della Brexit. “Il Dup (gli unionisti dell’Ulster sul cui supporto la May conta per governare, ndr) non voterà mai un accordo che destabilizzi l’isola mettendo una frontiera fisica”, prosegue il Lord, che sottolinea come la sua campagna non sia legata a George Soros, finanziere al centro dell’attenzione in questi giorni dopo che il Telegraph ha parlato del suo coinvolgimento anti-Brexit in un articolo accusato di antisemitismo. “Siamo molto felici di parlare con tutti quelli che hanno un interesse”, spiega Adonis, fierissimo di essere al centro delle accuse di Nigel Farage, “figura più tossica della politica britannica”, precisando: “Non sarò mai nel business di chi divide la gente”. Per lui “il secondo referendum deve tenersi sui termini della Brexit, e non sui desiderata sulla Brexit, e siccome siamo una nazione di bottegai, quando vedremo il prezzo di quello che ci vogliono vendere diremo di no”.

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