Il colloquio

Il Nyt scopre l'indignazione woke per il film Vacanze di Natale. Intervista a Enrico Vanzina

Andrea Minuz

“Il quotidiano americano non capisce molto dell’Italia, si fa per dire”. Il regista replica alle critiche del New York Times, se la ride, e parla di panettone

E’ un po’ il mondo alla rovescia di Vannacci. Selvaggia Lucarelli che sbeffeggia su Instagram il reportage del New York Times sulle stragi del 7 ottobre, e il New York Times come per vendetta che si scaglia contro i cinepanettoni e Enrico Vanzina, in una lunga analisi in prima pagina, questa sì “inconsistente e fumosa” (cit.). Poi non dite che non viviamo in un’epoca magnifica. Sono quarant’anni che Enrico Vanzina tenta di spiegare che “Vacanze di Natale” non ha nulla a che fare coi “cinepanettoni, e basterebbe vedersi o rivedersi il film per essere d’accordo con lui. Ma l’equivoco è ormai leggenda. La gran rentrée in sala di “Vacanze di Natale”, primo al box office il 30 dicembre, diventa così una lunga invettiva woke di un fenomeno tutto italiano, incomprensibile e intraducibile all’estero. “Stare sul New York Times è un onore”, dice Vanzina raggiunto al telefono, un po’ sorpreso da questo clamore, “poi se un giorno scopriranno che da noi c’erano anche le cinecolombe a Pasquetta e il cinecocomero a Ferragosto, potrei finire per tre volte in prima, un record, neanche Sorrentino”. “Questa cosa del panettone è un’ossessione”, prosegue, “a dicembre era uscito un pezzo del Times contro il panettone che oscura il pudding (“fa schifo, è buono solo quando sta per scadere e ci si può fare un gigantesco pudding col burro”, e vabbè). Ora il New York Times sui cinepanettoni”.

 

Subito sintonizzato sul rimprovero Repubblica, vergognandosi a nome degli italiani. Quindi orrore per gli anni Ottanta, rispolverata d’antiberlusconismo, bunga-bunga: mio Dio quel sessismo, quell’edonismo, che volgarità. Come abbiamo fatto? Perché non vedevamo Rosi e Tornatore? (si domanda Gianni Riotta). Forse perché “Vacanze di Natale” era sintonizzato con l’Italia che cambiava come nessun film d’autore. I Vanzina hanno visto l’epoca dei cafoni che arrivava. Film berlusconiano, si dice oggi. Altra leggenda dura a morire. “Ma io nel 1983 a malapena sapevo chi fosse Berlusconi”, dice Vanzina, “casomai è il contrario, ‘Vacanze di Natale’ era un ritratto spietato di una cosa che loro prendono come manifesto, lo vedono in modo letterale”. Mettere in scena personaggi sgradevoli ma con simpatia. Una cosa che la critica faticava a capire allora. Una cosa impossibile da capire oggi. Guardare al passato con in mano matita rossa e sbianchetto poi è la grande passione dell’epoca, soprattutto americana.

 

Visti da Manhattan i cinepanettoni sono una fiera degli orrori, un’occasione troppo ghiotta, un tiro a porta vuota per Jason Horowitz, inviato a Roma del Nyt che racconta l’Italia agli americani.  “Io sono in buoni rapporti con Horowitz”, prosegue Vanzina, “ma qui la prospettiva dello sguardo provinciale sembra ribaltata. Ho cercato di spiegargli che la visione del cinema italiano negli Stati Uniti è un po’ miope, datata, sembra non sia stata aggiornata … sono rimasti alle suore con le alette a piazza Navona, la coppola, la tovaglietta a quadri, una visione del paese che non tollera aggiornamenti. Naturalmente è lecita una disanima impietosa dei cinepanettoni, come già fatto da esimi studiosi, però sono quarant’anni che spiego che la parola cinepanettone non mi riguarda, e molte delle cose che si scrivono di Vacanze di Natale non stanno in piedi. E poi il modo in cui il Nyt prende in giro la gente che si è data appuntamento a Cortina per celebrare ‘Vacanze di Natale’ è molto snob, anzi tecnicamente oggi sarebbe offensivo e razzista. E questa idea che la nostalgia per quel film e quegli anni sia quasi una colpa, ma perché?”.

 

Poco prima del pezzo del Nyt era uscito su FilmTv un elogio molto cinéphile di Luca Guadagnino, la sua visione di ‘Vacanze di Natale’, l’idea di un’estetica vanziniana. Il più “americano” dei nostri registi è un grande estimatore del film. Ma Horowitz non parla di cinema (e non è un critico). Usa al solito i cinepanettoni per tradurre la sua idea di arretratezza italiana. “Ma non è poi che il cinema americano sia messo meglio”, spiega Vanzina, “e anche io che amo il cinema americano più di ogni altra cosa, potrei dire che quel cinema è scomparso, sostituito da remake, action-movie ripetitivi, da volgarità demenziali serializzate su larga scala grazie alle piattaforme. Il cinepanettone ha inventato una serializzazione demenziale limitata all’Italia. Il cinepanettone americano, cioè filmacci, serie dozzinali, sceme, volgari, viaggia su scala globale”. “E il cinepanettone italiano oggi si è spostato tutto nella cronaca e nella politica”, dice Vanzina, “Horowitz doveva cercarlo lì, tra il pandoro di Chiara Ferragni e le sparatorie casalinghe di Capodanno”.

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