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Vanzina d'Italia

L’arte dell’inadeguatezza: il cinema mima la realtà che mima il cinema, perciò il confine tra comicità e indulgenza si fa labile

10 Luglio 2018 alle 15:45

Ripubblichiamo un articolo di Marina Valensise dedicato ai fratelli Vanzina del 6 novembre 2010.

 

Il tavolo è enorme, ovale, invaso dal sole e sommerso di carte. Nello studio dei fratelli Vanzina, al quarto piano di un appartamento ai Parioli, è al centro di una stanza tappezzata di libri. Occupa quello che un tempo era il salotto, un grande rettangolo affacciato su un balcone che continua a sinistra nella sala da pranzo e, a destra, in quello che era lo studio del padre Stefano, in arte Steno: giornalista, vignettista, disegnatore, sceneggiatore, regista e autore di alcune fra le pietre miliari della commedia all’italiana, come “Un giorno in pretura”, “Un americano a Roma”, “I due colonnelli”. I figli, Enrico capelli lunghi e grigi con la riga in mezzo, e Carlo capelli folti e scuri un po’ più corti, sceneggiatore il primo, che pur essendo il maggiore sembra il più piccolo, e regista il secondo, che pare il più introverso, siedono di prima mattina ai lati del tavolo, uno di fronte all’altro, in assetto da ping pong. Ma subito si capisce che la partita tra di loro non ha niente di drammatico. Tra i due non corre sangue: nessuna rivalsa né istinto fratricida. Regna piuttosto la serenità dell’intesa, consolidata dalungo sodalizio. “Difficile entrarci dentro per un terzo”, avverte Enrico. “Ci capiamo al volo: siamo troppo diversi e troppo complementari per nutrire rivalità. Quando vediamo una cosa, o discutiamo una scena, scattano gli stessi meccanismi, gli stessi non detti, come succede a chi fa parte della stessa tribù”, spiega Carlo. Carlo e Enrico, i due dioscuri del cinema italiano, parlano a turno senza sovrapporsi. Quando finisce l’uno, attacca l’altro, riprendendo il filo in perfetta comunione di intenti. Sono così sincronizzati che sembrano recitare, tanta è la precisione delle battute, la fluidità del ritmo. E infatti i due confessano che uno dei segreti del loro successo sta nel “dirsi le battute”, nel testarne la resa leggendosele ad alta voce. E ora che Enrico ha pubblicato un libro di memorie (“Una famiglia italiana”, Mondadori, 158 pagine, 18 euro) è Carlo a firmarne la prefazione per ricordare come quel “piccolo romanzo di formazione” sia anche il suo, e i luoghi, i personaggi e le avventure descritte dal fratello siano il loro patrimonio comune. I due ricordano la pedagogia non conformista dei genitori, che sognavano di farne dei cosmopoliti e li vollero mandare al liceo francese perché imparassero le lingue; d’estate se li portavano in viaggio per le capitali d’Europa, dividendosi con loro tra musei, shopping e ristoranti. Non volevano che i figli si dessero al cinema. Troppa precarietà, troppe incertezze. La madre sognava per il primogenito la diplomazia. “Maria Teresa – riassunse icasticamente l’amico Ugo Pirro, grande sceneggiatore – voleva che il figlio diventasse ambasciatore, invece lui finì a Manziana a girare i film con Lando Buzzanca”.

 

I Vanzina, in effetti, sono molto spiritosi, autoironici e graffianti, con una vena surreale. Romanissimamente abituati a prendere in giro se stessi, per avere licenza di farlo con gli altri. Uniti da vocazione irresistibile (difficile rinunciare al cinema per chi è cresciuto sulle ginocchia di Mario Camerini, è stato svezzato da Sandro Continenza, ha fatto merenda con Age e Scarpelli, ha imparato l’abc dello script da Piero De Bernardi e Leo Benvenuti, e ha frequentato il salotto di Suso Cecchi d’Amico, insieme con Flaiano, Visconti, De Concini, Paolo Panelli, Bice Valori e i mostri sacri della cultura italiana), oggi sentono di essere “due piccoli totem”, dice Carlo quasi incredulo. Sono gli artefici dei film dei Vanzina, dei cinepanettoni e dei cinecocomeri che escono ogni sei mesi sbancando il botteghino (l’ultimo “Ti presento un amico”, con Raoul Bova, in questi giorni) tanto la formula è appetita dai tipi umani che i due mettono in scena, con inedite variazioni su uno schema fisso. “Nella commedia all’italiana, come in tutto il teatro comico, la storia è sempre quella: c’è il cornuto, la miseria, la paura della morte. Su questo poi bisogna innestare i tipi umani che l’attualizzino”, spiega Enrico. “La cosa più difficile è il soggetto – continua Carlo – e per questo fondamentale è il cazzeggio”, spiega serissimo, rivelando il segreto di De Bernardi e Benvenuti, gli sceneggiatori di Pietro Germi e Mario Monicelli che non scrivevano mai, ma passavano ore a cazzeggiare, parlando di tutto e di niente. “Il cazzeggio è essenziale, perché da un episodio in apparenza futile possono uscire fuori due o tre idee meravigliose per sviluppare una storia”, confessa Carlo. Nasce così quasi dal niente, da quel niente apparente che invece è tutto – perché è un concentrato di fiuto, attenzione, sensibilità, e immaginazione – il cinema dei fratelli Vanzina, specchio dell’italiano medio nella sua variegata umanità, riflesso fedele e spesso tragico, esilarante e grottesco, ma senza mai contraffazione del nostro amato carattere nazionale. “L’essenza della commedia all’italiana consiste nel trattare in modo lieve un argomento drammatico.

 

E in fondo, il nostro cinema ruota sempre su personaggi inadeguati alla situazione, dai ‘Soliti ignoti’ a ‘Brancaleone’, si tratta sempre di tipi inadeguati all’impresa, che sia l’organizzazione di una rapina o di una crociata”, commenta Carlo sornione. “E’ che noi siamo italiani, mica americani che fanno tutto sul serio – segue a ruota Enrico – In fondo, non facciamo altro che riprendere la tradizione precedente, dove c’è sempre qualcuno che usa la vacanza come vacanza di identità”. E viene in mente il conte Max di Alberto Sordi, giornalaio di via Veneto che finisce a Cortina dove cerca di conquistare una baronessa. “E’ il remake del ‘Signor Max’ con Vittorio De Sica, girato vent’anni prima da Mario Camerini”, ricorda Enrico che col regista settantenne ogni domenica andava alle corse di cavallo alle Capannelle. Ma è soprattuto il modello di “Vacanze di Natale”, primo grande successo dei Vanzina, girato sempre a Cortina, ma in chiave autobiografica, come confessa Enrico nel suo libro. “L’italiano vede il lato comico della vita – chiosa Carlo – E’ pigro, indolente, vigliacco, debole, alla fine, però, se punto sull’orgoglio può diventare un eroe malgré lui”. Succede, per esempio, a Totò nei “Due colonnelli” (film di Steno del 1962), quando si rifiuta di ottemperare all’ordine di sparare contro un villaggio inerme, ordine dato dell’ufficiale tedesco che dice di avere carta bianca. “E ci si pulisca il culo”, risponde Totò. E’ così che da trent’anni, riaggiornando modelli e stereotipi consacrati, i Vanzina mettono in scena il becerume italiano con le sue schiere di inadeguati: arrapati e coatti, sbruffoni e arricchiti, poveracci dimentichi di ogni stile e borghesi declassati, macellai attrippati e evasori totali, cinematografari usurai, professionisti corrotti, disposti a fare carte false per spianare la strada ai pargoli incapaci, troie procaci vogliose di uscire dall’anonimato, e mogli asfissianti che si vendicano dei tradimenti a grappolo umiliando i mariti. E’ il bestiario ameno e tragico dei loro film.

 

Eppure appena uno sollecita i Vanzina sulla capacità predittiva, quella strana capacità di anticipare la realtà che alcuni loro film sembrano avere, i fratelli si schermiscono. “E’ vero che un anno e mezzo fa in un nostro film compariva una villa di Berlusconi a Antigua. E’ che l’ultima versione porcina dell’acrostico SPQR figura in un film sull’antica Roma che girammo negli anni Novanta. E che ‘Selvaggi’, film del 1995 con Greggio, Fassari, Solfrizzi, Leo Gullotta, la Scattini, su un gruppo di turisti che precipitano dall’aereo sulle Bermuda, sembra l’Italia di oggi…”. E volendo trovare un finale da film per Berlusconi, tutti e due immaginano che un bel giorno molli tutto per Antigua… “Ti immagini? Repubblica non venderebbe più una copia, Santoro chiuderebbe ‘Anno Zero’ e finirebbe a Salerno, Nanni Moretti tornerebbe a girare film autocentrici”. Ma da romani smagati ridimensionano: “Il cinema, disse una volta Duccio Trombadori, racconta un anno e mezzo prima quello poi si vede in tv – incalza Carlo – Se ambienti la commedia nell’oggi, la fantasia supera sempre la realtà. E’ sempre successo così, pensiamo a Germi, a Comencini, a Risi”. Enrico aggiunge l’aneddoto: “Come fate a inventarvi i personaggi? Chiesero un giorno a Ennio De Concini e Alberto Lattuada. Vede io sono milanese, rispose Lattuada, la mattina mi sveglio presto, vado al mercato e capto tutto quello che c’è da captare. Io invece sono romano, disse De Concini, la mattina m’alzo tardi, vado al mercato e tutto quello che c’era da captare l’ha già captato Lattuada…”. Ridiamo. Enrico è un battutaro, capace di mimare perfettamente certe inflessioni di Campobasso, trascrivendole in modo incisivo (tipo: “Ho difetti molto gravi, gravi solo ‘un bochetto’”; nel libro troverete un vasto campionario). Carlo invece è più introverso, ma ha l’occhio vigile di uno al quale nulla sfugge. Entrambi accettano però la responsabilità che grava sull’arte, quando la linea di demarcazione tra l’ostentazione del grottesco, il castigat ridendo mores, e la legittimazione di comportamenti aberranti, diventa sottilissima. “I critici ce lo rimproverano. Spesso si aspettano da noi molto di più di un film comico e basta”, dice Enrico”.

 

A volte, il confine tra comicità e indulgenza si confonde”, ammette Carlo. “Noi per esempio abbiamo criticato gli yuppies, volevamo prenderli in giro. Invece siamo passati per i cantori degli anni Ottanta…”. La confusione ha cause tecniche, però. Nascerebbe, infatti, dalla mancanza di distacco tipica degli attori di oggi. “Scola, Monicelli, Risi avevano attori del calibro di Sordi, Tognazzi, Gassman, Manfredi, con dosi di cattiveria tali da far trapelare il distacco”, spiega Enrico. “Noi invece abbiamo avuto la grande sfortuna di non avere attori altrettanto forti. Negli ultimi anni i Verdone, i Troisi, i Nuti, i Benigni, si sono messi a fare i registi di se stessi – continua Carlo – Così, è cambiato l’approccio. Un tempo gli attori come Sordi, potevano fare di tutto, oggi non sanno nemmeno doppiare le loro battute. E i bravi son diventati un po’ autoreferenziali; mettondo al centro il loro personaggio, dimenticando i caratteristi, le spalle come Tina Pica o Mario Carotenuto, che oggi non esistono più”. Il fatto è che il cinema imita la realtà e la realtà a sua volta imita il cinema. E’ questo il circuito infernale che complica le cose, abolendo il confine tra comicità e indulgenza.

 

Alberto Sordi, per esempio, che per i Vanzina resta in assoluto l’unico, vero, grande attore comico italiano, secondo solo a Totò che (raccontava Steno) gli sputava sul collo per distrarlo quando si accorse delle sue straordinarie doti, “era talmente forte che guardava gli italiani, li portava sullo schermo, e alla fine, gli italiani copiavano Sordi che copiava gli italiani”, dice Enrico. Il suo libro lo conferma con un episodio esilarante, e indicativo assai della labilità tra arte e vita da lui vissuto durante una vacanza di Pasqua a Parigi con Sordi e Giovanna Ralli. Passano davanti al Meurice, in rue de Rivoli. “Questo è l’albergo più elegante di Parigi…”, dice Sordi. “Sì è meraviglioso… Io ci sono stata”, commenta la Ralli. “Tu?”, la fissa Sordi sorpreso. “Sì io”, insiste lei. Tra i due scoppia una litigata feroce. Sordi non si dava pace che Giovanna potesse aver soggiornato in quell’albergo prestigioso. La Ralli se la prese a morte. Perché lei non poteva frequentare il bel mondo? “No”, urlò Alberto, che in lei vedeva solo la verduraia romana. E la lite tra i due andò avanti, fino a toccare il culmine quando Sordi sentenziò: “E vabbè, ce sarai stata co’ uno che pagava”, e si beccò un ceffone dalla Ralli. “Erano le vacanze della gente del cinema che mima il cinema anche nel tempo libero”, commenta Enrico.

 

E Carlo correda la dimostrazione con altri sketch. Sordi che si presenta con una mano fasciata al Petruzzelli di Bari, fra mille comparse che l’applaudono in delirio sul set di “Polvere di Stelle”, regia di Dino Risi, e quando Carlo, assistente alla regia, gli domanda: “Che è successo? Sei caduto?”, Sordi risponde: “Macché”, e sciogliendosi la benda: “Non è niente. Ma che devo dà la mano a tutti ‘sti zozzi?”. Poi c’è una sera a Roma che Sordi, in macchina con Carlo, accompagna a casa Monica Vitti all’epoca fidanzata con Carlo De Palma, direttore della fotografia di Antonioni. Aspettano che i due raggiungano la porta e quando i due arrivano al cancello: “Adesso andate a scopà, zozzi, mostri brutti, mentre noi se n’annamo a letto cor pigiamino”, dice Sordi. E poi una sera New York nel 1972 con la Mangano e De Laurentiis. Sordi si presenta con loro al Continental Bath, locale gay dove un italiano che balla mezzo nudo in un gruppetto lo riconosce e lo saluta ad alta voce. Era il 1972. “Vie’ ‘n po’ qua” gli risponde Sordi. “Che stai a fa?”. “So’ venuto co n’amico mio”, dice il ragazzo. “Te riporto a casa da tu’ madre”. E c’è sempre Sordi a cena da Suni Agnelli, intervistato da Andy Wahrol. “Lei che ha recitato tanti personaggi, come fa a cambiare ruolo?”. “Questo me chiede Andy?”, dice Sordi a Carlo Vanzina che traduce. “Na vorta me metto er cappello, n’artra vorta mo ’o levo”, risponde Albertone, per dire l’abisso che separa l’Actor Studio e Cinecittà. E infine c’è Sordi, che in un eccesso di cattiveria, e stavolta è Enrico a riferirlo, invitato una sera a casa dai Vanzina con Renato Pozzetto al colmo della popolarità, lo distrugge con una sola domanda: “Ma tu chi sei? Cochi o Renato?” Eppure, crudeltà e cattiveria a parte, i due Vanzina ci tengono ad accreditarsi come tipi angelici. Fedeli, riservati, responsabili, attenti agli altri, e sensibili alle loro sofferenze. Enrico, per esempio, difende il diritto di mimare la realtà, di servirsi di figure reali, dei loro drammi, delle loro debolezze, ma cita sempre l’autobiografia di Neil Simon che diceva: “Non vorrei trovarmi di fronte a un amico e sentirmi chiedere: “Ma cosa hai fatto di me?”. E tutti e due passano per mariti amorevoli, legatissimi alle rispettive mogli Federica e Lisa, e per padri e zii tenerissimi, abitati dalla grazia pacata della buona educazione. Casa loro, infatti, dove vissero i primi vent’anni e ora hanno il loro studio, doveva essere un’oasi felice, se appena entri trasmette ancora il calore di un tempo. Basta guardarsi intorno per scoprire le foto della madre, rotonda ed elegantissima, che veglia su di loro come una presenza votiva.

 

Chi ha letto Enrico sa che quella mamma amatissima era la figlia di un umile ferroviere che i nipotini andavano a trovare all’Aventino percorrendo a piedi quindici chilometri. Come premio, ricevevano certe squisite pesche al vino. “La giallona” era la nostra madeleine scrive Enrico, citando Proust, non come un romano incolto e strafiero di ostentare l’incultura, ma come uno che sa quanto contino nella vita le buone letture. “La cultura è tutto quello che resta quando hai dimenticato tutto il resto”, chiosa Carlo ripensando alla lezione ricevuta dal padre, che aveva letto tutto quello che si doveva leggere, come racconta nel suo “diario futile” pubblicato nel 1993 da Sellerio (“Sotto le stelle del ’44”, ) e ogni volta che lavorava a un film, metteva in moto il repertorio di immagini tratte da Checov o da Jane Austen, da Balzac e Dostoevskij, da Raymond Chandler o Dashiell Hammett. Steno, il padre, era un tipo molto più minuto e mingherlino della madre. Doveva essere un uomo dolce, remissivo, forse anche un po’ sornione. Enrico nel libro lo descrive come un gentleman molto anglofilo, impeccabile nei suoi completi di tweed con la pence che cadeva perfetta sui pantaloni. Era cresciuto alla scuola dell’umorista Achille Campanile e del frondeur Leo Longanesi, che fu scrittore, giornalista, editore, caricaturista e lo lanciò durante il fascismo, si mise in fuga a piedi con lui e Mario Soldati alla volta di Napoli dopo la caduta del fascismo, e tenne nel Dopoguerra sulle ginocchia i due baby Vanzina: “Passare una serata con Leo era un dono di Dio”, scrive oggi Enrico. “Sbeffeggiava i grandi, i medi e i piccoli borghesi di allora, incapaci secondo lui di essere veri borghesi”.

 

E poi c’era Ennio Flaiano, altro grande amico del padre, genio malinconico e spietato, che presenziava ai tavolini di via Veneto, circondato dalla falange del Mondo, Ercole Patti, Vitaliano Brancati, Sandro De Feo per ritrascrivere i vizi e difetti degli italiani, quando le starlette si innamoravano di pittori, musicisti, scrittori. “Non come oggi che vanno a letto solo coi politici e i dirigenti Rai”, sottolinea Enrico. Anche Steno, del resto, era figlio d’arte. Era nato nel 1915 da un giornalista del Corriere che aveva fatto fortuna in Argentina; su un piroscafo che lo riportava in Europa s’era invaghito di un’aristocratica lombarda e un po’ bislacca, e se l’era sposata. Il loro matrimonio non durò. Infatti, rimasto orfano del padre a soli quindici anni, Steno conobbe per qualche tempo la vita grama del declassato, dividendo con la madre pensioncine improbabili e camere ammobiliate, fra nobili decaduti e militari in disarmo. Fu così che ebbe accesso al laboratorio delle miserie italiane, del vorrei ma non posso, della mistica dell’apparire desideroso di convertirsi in sostanza, di cui fece il cuore pulsante di molti suoi film, per poi trasmetterlo ai figli. L’apprendistato si protrasse finché la madre, che aveva il vizio del gioco, non s’arrese all’insolvenza, decidendo di affidare il pargolo alla sorella sposata, professoressa di matematica, la quale offrì al nipote un focolare stabile e lo iscrisse al Mamiani.

 

Enrico, che sembra nutrire una decisa insofferenza nei confronti della sciatta indolenza in cui oggi la borghesia lascia poltrire i suoi figli, racconta di come anche Steno da ragazzo (e non solo i di lui bambini) percorresse ogni giorno dieci chilometri, per andare e venire da scuola, traversando la città da via Savoia sino a viale delle Milizie. “Questo particolare spiega, senza giri di parole, la tenacia di una generazione di ragazzi borghesi italiani i quali vedevano nello studio la redenzione dalle difficoltà economiche delle loro famiglie. Oggi, i giovani borghesi vanno incontro al futuro stravaccati sui loro scooter o sulle loro macchinette. Qualcosa è cambiato nei valori della borghesia”, commenta Enrico. E il libro gronda di gozzaniana nostalgia per i bei tempi andati, per l’eleganza tradita, per le persone perbene e umili, forti e sicure di sé, da non confondersi coi perbenisti bigotti o coi complicatori, patologia a sé studiata da Steno. Non è la prima volta che Vanzina dice il rimpianto per il passato, per il mondo incantanto della sua infanzia, quando i bambini, si mettevano in posa obbedienti per farsi ritrarre dalla Petri, la fotografa con studio in via della Croce che ha immortalato varie generazioni della Roma bene, allungandone le ciglia con piccoli tocchi di inchiostro china. Il suo però non è il rincoglionimento di un sessantenne rassegnato all’amarezza. Lo ritroviamo identico anche nelle “Finte bionde”, prezioso e introvabile pamphlet (Mondadori 1986) in cui fotografa con venticinque anni di anticipo l’adulterazione dell’universo femminile. Fenomeno irreversibile da quando il mondo vagheggiato da Irene Brin cominciò a vacillare quella sera al Teatro dell’Opera in cui la moglie di un ricco costruttore confessò a una conoscente di essere bionda tinta, “e alzando il braccio mostrò fiera i peli scuri sotto le ascelle e precisò: Io di mio so’ così”.

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