Un Natale a cinque stelle

Michele Masneri e Andrea Minuz

Fantasie sul cinepanettone del cambiamento, il primo dell’èra Salvini-Di Maio, il primo su Netflix

Compriamo su Amazon, andiamo in vacanza con Airbnb, mangiamo con Foodora e da quest’anno il cinepanettone lo vedremo su Netflix. Dopo il Festival di Venezia, la piattaforma di streaming si prende anche il film di Natale, l’unico fin qui scritto, pensato, prodotto in funzione delle festività natalizie e di una serata al cinema. Si intitola “Natale a cinque stelle”, omaggio alla memoria di Carlo Vanzina, scritto da Enrico, girato da Marco Risi. È il cinepanettone dell’era Salvini-Di Maio, il cinepanettone del cambiamento. Un tempo specchio del berlusconismo, secondo la vulgata cara ai nostri critici, il genere più italiano del cinema italiano si farà forse specchio del populismo; testimonial storici come Jerry Calà si sono già riposizionati in chiave anticasta, contro le banche, le élite, Bruxelles, con endorsement di Luigi Di Maio a seguire; perché in mancanza del Grande Romanzo Italiano, forse solo il cinepanettone può raccontare un paese che sconfigge la povertà, festeggia il debito dal balcone e mette sempre il cuore davanti allo spread…

 

Michele Masneri: Intanto l’Italia del cambiamento cede la sovranità cinepanettonica. L’Italia cala le braghe, direbbe Salvini. Perchè questo “Natale a cinque stelle” è frutto in realtà della più torbida produzione globalista. Non tragga in inganno l’avvincente plot autarchico (si sta avvicinando il Natale. Una delegazione politica italiana, con in testa il nostro premier, è in visita ufficiale in Ungheria. Il premier vuol passare qualche ora con una giovane deputata dell’opposizione. Ma ci scappa il morto nella suite). La trama viene da un play originale inglese del 1990, si chiamava “Out of order”, una classica commedia degli equivoci, che hanno continuamente rifatto a teatro. La storia è sempre quella: una notte tempestosa in un hotel di Londra con un ministro che sta per passare la serata con una segretaria dell’opposizione. L’hanno poi tradotto e riadattato in Francia e Ungheria, Cina e Russia. Oltretutto girato a Budapest. Dice che lo distribuiranno in 190 paesi. Ma che ci capiranno del cinepanettone in Uzbekistan?

 

Omaggio alla memoria di Carlo Vanzina, è stato scritto da Enrico e girato da Marco Risi. Plot autarchico, produzione globalista

Andrea Minuz: Lo può vedere anche Dibba in Guatemala, anche se col cinepanettone era già difficile arrivare a Chiasso, ma che importa? Lo vedremo a casa, la domenica pomeriggio, coi negozi chiusi, sulla “Netflix italiana” che vuole creare di Di Maio (“una piattaforma di streaming per far conoscere il nostro stile di vita e far ripartire la nostra industria culturale”), anche se ce ne sono già cinque (un po’ come il tunnel del Brennero di Toninelli, ma al contrario). Se andiamo in default c’è sempre la “mezz’ora di internet gratis al giorno”; lo vediamo a puntate, un cinepanettone sovranista di mezz’ora, gratuito, gentilmente offerto dal governo del popolo.

 

MM: Lo chiameremo “Pan di Stelle”. Si può immaginare una trama alternativa: una famiglia Torpigna arriva a Cortina con la sua social card, ma può pagarsi solo pochi consumi morali, si imbatte invece nella famiglia Soros che beve esclusivamente acqua Ferragni a casse, portate su dalle colf Asuncion e Concepcion. “Una mafia giudìa che mette spavento!”, cit.

 

AM: Però Torpigna ormai è galassia Pigneto, street-art, yoga partecipato, rigenerazione creativa, modello di accoglienza; lì al massimo si può fare “Natale a Berlino”. Ma in giro ci sono personaggi e facce incredibili per il nuovo cinepanettone: Toninelli, Paola Taverna, il premier Conte che sfodera il santino di Padre Pio, Mario Giordano che urla nei talk-show, sembrano tutti scritti da Neri Parenti. Il vecchio cinepanettone lavorava sullo lo schema Roma-Milano, la lotta di classe tra borghesia e borgatari, ormai è solo popolo contro élite, ma anche il popolo ha i suoi problemi: presa dall’euforia del Natale e dal primo reddito di cittadinanza la famiglia borgatara si compra il tv color ultrapiatto a 52 pollici da Trony, se ne va a Cortina e qui arriva la polizia di Belluno che li arresta immediatamente. Tutti dentro. La giustizia a orologeria li condanna a sei anni da scontare ai lavori socialmente utili: otto ore al giorno di retweet e like ai post di Salvini, Di Maio e Carlo Sibilia.

 

MM: Che poi il progenitore del cinepanettone era già infarcito di riferimenti pentastellati. Siamo in “Vacanze d’inverno” di Camillo Mastrocinque (1959), con Vittorio De Sica che fa il portiere d’albergo a Cortina e Alberto Sordi è invece Alberto Moretti, ragioniere che ha appena pagato l’ultima rata della sua Seicento e dopo venti ore al volante finalmente raggiunge la splendida cornice della perla delle Dolomiti insieme alla figlia. Il viaggio l’hanno vinto con un concorso della Rai. Sordi-Moretti, non abituato ai lussi cortinesi, alla fine per pagarsi gli extra lascerà la Seicento al portiere De Sica.

Dice che questo del 2018 è proprio “politico”. E chissà che recensioni. Del resto se non c’è la stroncaturanon è vero cinepanettone 

 

AM: Sordi anche qui completamente matto, schizzato, un po’ come nel “Vedovo”; come lì un personaggio già infarcito di grillismo. Il ragionier Moretti se le prende coi politici, coi ministeri, con la Rai che non ha previsto tutti gli extra perché, si capisce, lui non vuole tirare fuori una lira; vive al di sopra delle proprie possibilità materiali e intellettuali, mette in guarda la figlia dai costumi e dai consumi immorali di Cortina, finirà ubriaco e indebitato a elemosinare i soldi per tornare a casa.

 

MM: Erano filmetti fatti così, un po’ vacanza un po’ lavoro. “Approfittavano della disponibilità di De Sica e Sordi, artisti che avevano un assoluto bisogno di lavorare sempre. De Sica perché giocava. Sordi perché si annoiava”, scrive Rodolfo Sonego nell’impareggiabile “Il cervello di Alberto Sordi”. Però, come direbbero gli scrittori del Pigneto, film seminali. Ci sono anche già le battute contro l’Ue. Che qui si chiama ancora Cee, c’erano stati i Trattati di Roma due anni prima... Nel primo “Vacanze di Natale” Moretti diventa Marchetti, il giovane Claudio Amendola capostipite dei “Torpigna”. Il personaggio di Sordi passa invece in quello del Dogui, soprattutto nei tic, quello della mancia. “Sei tu che non sai viaggiare, dai”, dice alla frustrata Stefania Sandrelli. “La regola numero uno quando arrivi in albergo è presentarsi con il personale. Tu ti spari via un trecentomila e sei nel burro per tutta la vacanza”.

 

AM: Alla fine arriverà Sordi in persona: “Vacanze di Natale ‘91”, Sonego tra gli sceneggiatori, dunque partono i “reprise”: Boldi e De Sica si chiamano entrambi “Lambertoni”, come nel “Vedovo”, Sordi fa il cameriere a St. Moritz ed è padre di Ornella Muti (come in “Vacanze d’inverno”, dove accompagna la figlia a Cortina); è il cinepanettone a un passo da Tangentopoli; non siamo ancora dalle parti di Boldi che scende sulla pista da sci a cavallo di una tazza del cesso, ma certo anche questo è tra i più surreali di sempre: Ezio Greggio è un artista gotico-concettuale, Andrea Roncato e Nino Frassica insieme in una improbabile coppia gay e poi epifanie di ragazze nude sulla neve, Boldi che pippa il sale nei ristoranti ma soprattutto una tristissima telefonata di Sordi col presidente della Repubblica (all’epoca Cossiga) per dargli la ricetta delle lumache allo champagne; una scena di un’amarezza che a rivederla oggi sprigiona tutta l’eco da “fin du monde” del crollo imminente della Prima Repubblica. Con questo nuovo cinepanettone girato a Budapest, l’analogia con gli anni Trenta troverà nuovi cantori, visto che il genere prediletto dagli italiani sotto il fascismo era la “commedia all’ungherese”, piena di arciduchi, cicisbei, militari, contessine svenevoli che dicevano, “via, fuggiamo via, andiamo a Budapest!”

Trama alternativa: la famiglia Torpigna che può pagarsi solo pochi consumi morali trova la famiglia Soros che beve solo acqua Ferragni

 

MM: Ma qui si sarà piuttosto nella maschia Ungheria contemporanea del compagno Orbán, faro di Salvini e di tutte le “democrazie illiberali”. La tentazione della lettura metaforico-politica del resto è sempre stata forte: il primo “Vacanze” è del 1983, primo governo Craxi. Su Repubblica Curzio Maltese scrisse nel 2011 che il crollo di incassi del cinepanettone di Natale era il primo e più clamoroso segno della fine dell’epoca berlusconiana: “Il cinepanettone sta al ventennio berlusconiano come i telefoni bianchi stanno al ventennio fascista; le anomalie, politica e cinematografica, hanno viaggiato in parallelo dall’inizio degli anni Novanta fino a ieri, per crollare di schianto insieme”.

 

AM: Ma davvero sarà caduto per colpa dei cinepanettoni, che si stanno riorganizzando, come Forza Italia e Pd?

 

MM: Interrogativi inquietanti. Però questo cinepanettone 2018 dice che è proprio “politico”. Enrico Vanzina: “La grande novità è che questo film di Natale affronta per la prima volta un tema politico. Lo fa con assoluta leggerezza, senza moralismi, ma con pungente ironia. Per anni si è detto che la politica italiana assomigliava ai film dei Vanzina. Stavolta però, la politica entra in maniera prepotente proprio in un film dei Vanzina”.

 

AM: Anche perché la politica italiana non assomiglia più a un film dei Vanzina (magari), ma a una versione sudamericana di “Black Mirror”.

 

MM: Andiamo a vederlo? Anzi no, lo vediamo insieme in tv? Ordinando qualcosa al negozietto etnico sotto casa? Quindi entro le 21. Come nel mio Sordi preferito, “First Aid”, nei “Nuovi mostri”, quando l’aristocratico Giovan Maria Catalan-Belmonte si aggira sulla sua Rolls per trasportare in ospedale un pedone investito, ma tutti gli ospedali lo rimbalzano, compreso un pronto soccorso che non soccorre più dopo le 23. “Ha sentito caro? La prossima volta deve farsi investire verso le nove, le dieci al massimo”.

 

In “Vacanze d’inverno”, del 1959, c’è un Sordi schizzato, un po’ come nel “Vedovo”: un personaggio già infarcito di grillismo

AM: Ma poi, cos’è veramente cinepanettone? C’è stata una moltiplicazione negli ultimi anni.

 

MM: Se ci si riferisce a un film un po’ grossier che esce a Natale, ne son spuntati decine. L’anno scorso c’erano: tre cinepanettoni ufficiali, di marca, tipo Tre Marie; “Natale a Londra – Dio salvi la regina” di Volfango de Biasi, con Lillo e Greg; “Poveri ma ricchi” di Fausto Brizzi, con Christian De Sica ed Enrico Brignano; “Fuga da Reuma Park” di Aldo, Giovanni e Giacomo e Morgan Bertacca. Poi c’è stato il cosiddetto “cinepandoro” (vabbè) di Massimo Boldi, intitolato “Un Natale al sud”. E poi altre versioni spurie, tipo quei panettoni gourmet con lo zenzero che fanno arricciare il naso ai puristi. “Non c’è più religione” di Luca Miniero, con Claudio Bisio e Alessandro Gassmann. E poi “Mister Felicità” di e con Alessandro Siani. E poi la verticale di cinepanettoni: “Supervacanze di Natale”, un film di montaggio di tutti i “Vacanze di Natale”.

 

AM: Il greatest-hits di Ruffini era un’anticipazione dell’operazione Netflix, perché già si guardava a quelli che i cinepanettoni li hanno visti solo a pezzi, su YouTube e che i film, se li vedono, li vedono solo in streaming. 

 

MM: Mettiamo ordine. Alan O’Leary, autore di una imprescindibile “Fenomenologia del cinepanettone” (Rubbettino) stabilisce che “il termine cinepanettone può con buona approssimazione riferirsi ai film diretti da Neri Parenti e prodotti dalla Filmauro a partire dal 2000”. Poi c’è stata la crisi, da metà degli anni 2004-2005 c’è stata la liberalizzazione del cinepanettone.

 

AM: Ora avremo quello in sala e quello su Netflix. Al cinema uscirà “Amici come prima”, con Boldi che torna alla Filmauro, fa pace con De Sica e ricompone la coppia più filologicamente cinepanettonica; a casa, su Netflix, vedremo “Natale a cinque stelle”, omaggio alla memoria di Carlo Vanzina, scritto da Enrico, girato da Marco Risi (li abbiamo sentiti entrambi per fare due chiacchiere, riprendere anche il discorso su Dino Risi – come si vede, si torna sempre qui – ma Netflix severissima li ha messi in embargo e per non far scoppiare la wikileaks dei cinepanettoni aspetteremo l’uscita); ci saranno le solite polemiche degli esercenti, la difesa del “modello cinematografico tradizionale”, perché è sempre un’operazione della coppia Netflix-Lucky Red, quello del caso Cucchi (inteso come film); potremmo organizzare delle proiezioni illegali sulla terrazza del “Miramonti” a Cortina.

 

MM: Chissà che recensioni avrà poi, questo cinepanettone da divano. Del resto se non c’è la stroncatura non è vero cinepanettone. “Ultimi aneliti del frammentario balbettio comico del cinema italiano”, è il giudizio su “Vacanze d’inverno” di tal Oreste Biancoli, 1959. “Son di quei film che ti fanno sentire vecchi e tristi, incapaci malgrado la più matta voglia, di partecipare al grasso ridere felice che s’ode tra poltrona e poltrona” (Claudio G. Fava). Oggi però sarà più facile rispondere. Non vi piace il cinepanettone? La prossima volta vi candidate e lo girate voi.

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