La politica del futuro è il cibo

Annalisa Chirico

L’Italia alle prese con l’Europa che vuole mettere il bollino rosso alla dieta mediterranea. Rischi e vantaggi del Green Deal dell’alimentazione. Parlano Ivano Vacondio (Federalimentare) e Ettore Prandini (Coldiretti)

La nuova minaccia per il made in Italy alimentare si chiama Nutriscore. “L’Italia resta contraria a un approccio semplicistico di etichettatura nutrizionale”, ha dichiarato il ministro dell’Agricoltura Teresa Bellanova. Per promuovere stili alimentari sani, qualcuno a Bruxelles vorrebbe marchiare con il bollino rosso l’olio extravergine d’oliva o il parmigiano reggiano, simboli della dieta mediterranea. “Si vogliono colpire le nostre eccellenze, per questo abbiamo chiesto al governo di intervenire”, dichiara al Foglio il presidente di Federalimentare Ivano Vacondio, numero uno di Molini industriali. “Le nostre priorità, in questa fase, sono il sostegno al settore horeca e la battaglia contro l’etichettatura dei profili nutrizionali. Il cibo italiano è il nostro orgoglio, ce lo invidiano nel mondo intero, non possiamo consentire la marchiatura della nostra eccellenza che servirebbero soltanto ad avvantaggiare i competitor stranieri. Negli ultimi dieci anni l’export alimentare è aumentato del 90 per cento, perché all’estero le persone apprezzano mangiare italiano, il cibo è diventato come la moda, sinonimo di italianità, non a caso il turismo enogastronomico, prima del Covid, andava a gonfie vele”. Eppure, durante i mesi di confinamento la spesa alimentare ha tenuto. “Per noi il mercato nazionale è un tasto dolente: dal 2008 abbiamo perso dieci punti di fatturato, e continuiamo a perdere a causa della contrazione dei consumi e della bassa marginalità. Il consumatore estero invece acquista italiano non per fame ma per status, è un cliente con capacità di spesa. Nonostante i dazi, siamo riusciti ad aumentare le vendite sul mercato statunitense fino a marzo, poi è arrivato il Covid. Sul fronte interno invece la crisi economica ha acuito il calo della domanda”.

 

Lei è ottimista sul futuro. “Se sosteniamo l’horeca riusciremo a riprenderci dal 2021. L’Europa destina una montagna di risorse all’Italia: dobbiamo investire anche nell’industria alimentare, la seconda manifattura del paese con un fatturato annuo di 140 miliardi, 38 dei quali provengono dall’export. Questa battaglia noi vogliamo farla insieme al comparto agricolo che copre il 75 per cento del nostro fabbisogno. Destinare risorse all’alimentare è strategico perché produce ricchezza, non contributi a pioggia”.


“L’Europa non può dichiarare guerra alle nostre eccellenze enogastronomiche o demonizzare la produzione di carne in quanto tale”


 

Sull’Europa madre e matrigna ragiona pure il presidente nazionale di Coldiretti Ettore Prandini. Si parte dal Nutriscore. “Noi vogliamo ascoltare ogni indicazione europea, l’Italia è il paese più sostenibile d’Europa, ma l’Europa non può dichiarare guerra alle nostre eccellenze enogastronomiche o demonizzare la produzione di carne in quanto tale. E’ una pretesa inaccettabile. I bollini rossi contro olio e formaggio sono un attacco feroce al nostro made in Italy. Il Green deal contiene spunti importanti: noi, per esempio, abbiamo presentato un piano strategico per la zootecnia, rivolto a salvaguardare il benessere degli animali, e un piano per i bacini irrigui, al fine anche di incentivare la produzione di energia rinnovabile e trasportare l’acqua dove non arriva. Con Snam e con il Consorzio italiano biogas abbiamo siglato un protocollo d’intesa per creare la prima filiera per il biometano agricolo ‘dalla stalla alla strada’, con lo scopo di immettere nella rete 8 miliardi di metri cubi di gas verde entro il 2030. Noi vogliamo raggiungere gli standard più elevati in tema di sostenibilità purché qualche burocrate non pensi di imporci modelli irrealistici o irrealizzabili”.

 

Intanto si discute di come impiegare i 209 miliardi di Next Generation Eu. “Già soltanto gli 82 a fondo perduto sono una cifra enorme, che può cambiare il volto del paese, a patto di saperli impiegare scongiurando ciò che è accaduto in passato: soldi assegnati all’Italia e rimasti inutilizzati. Per prima cosa, serve una massiccia semplificazione: i tempi e i modi con cui è stato realizzato il nuovo ponte di Genova devono diventare la norma. Per la quota in prestiti, invece, ricordiamoci che stiamo ipotecando il futuro delle nuove generazioni: se dobbiamo indebitarci, facciamolo per realizzare investimenti utili ed efficienti, evitiamo gli sprechi”.


“L’Italia resta contraria a un approccio semplicistico di etichettatura nutrizionale”, ha detto il ministro Teresa Bellanova


 

Priorità? “Bisogna mettere mano alle infrastrutture, dal trasporto merci su ferrovia, in alta velocità, collegato al porto per far diventare il mare la vera autostrada del futuro; serve poi un sistema cargo moderno”. Forse anche l’agricoltura italiana deve modernizzarsi: voi siete spesso accusati di una visione assistenziale, e i fondi Pac, nel prossimo bilancio pluriennale, vengono ridotti. “Solo i nostri avversari ci dipingono come tali. Sono il primo a sostenere che anche il comparto agroalimentare deve riorganizzarsi: se non lo faremo, se ne avvantaggeranno i nostri competitor, a partire da spagnoli, francesi e tedeschi”.

 

Il settore agricolo ha avuto una resilienza maggiore di altri durante il lockdown. “I segmenti in sofferenza sono molteplici: il vitivinicolo è crollato, l’ortofrutticolo a giugno ha registrato -19 per cento rispetto all’anno scorso, i consumi sono in calo anche nel settore carni e lattiero-caseario”. I tagli alla Pac sono un guaio? “Nel secondo pilastro, quello relativo al sostegno per lo sviluppo rurale, abbiamo subìto una decurtazione notevole: i 15 miliardi inizialmente ipotizzati sono diventati 7,5. Per il nostro paese ciò comporta una perdita netta di cento milioni l’anno. Ci auguriamo che il governo attui forme di compensazione attraverso il cofinanziamento. L’agricoltura non si regge solo su aiuti e sussidi ma è chiaro che in questa fase va aiutata. Il comparto agri europeo, in principio, assorbiva il 70 per cento del bilancio comunitario, oggi si attesta intorno al 36 per cento. Ridurre ulteriormente le risorse sarebbe folle. Peraltro, il nostro settore è l’unico che può attingere esclusivamente alle risorse comunitarie, a differenza degli altri che invece hanno accesso anche al budget nazionale”.


La carenza di manodopera. “Abbiamo chiesto la reintroduzione dei voucher ma dobbiamo scontrarci con i sindacati” (Prandini)


 

La riforma della nuova Pac entrerà in vigore non prima del gennaio 2023. “Dopo un duro braccio di ferro tra Parlamento e Commissione europea si è deciso di prolungare le regole attuali, perciò adesso siamo in un periodo transitorio ma abbiamo bisogno comunque di poter accedere ai diversi programmi operativi perché i piani aziendali non si cambiano ogni sei mesi”. Intanto siete alle prese con la carenza di manodopera. “Abbiamo chiesto al governo la reintroduzione dei voucher ma dobbiamo scontrarci con la miopia dei sindacati. Come mostrano i numeri, le regolarizzazioni sono servite a ben poco nel nostro settore. Adesso poi c’è la recrudescenza del virus in paesi come la Romania da cui proviene un terzo dei lavoratori stagionali impegnati nelle nostre campagne. Nei mesi di chiusura Regno Unito e Germania hanno siglato con il governo di Bucarest accordi di collaborazione per creare dei corridoi, noi no. Adesso dobbiamo puntare alla manodopera nazionale”.


“Il consumatore estero acquista italiano non per fame ma per status, è un cliente con capacità di spesa” (Vacondio) 


 

Gli italiani hanno voglia di lavorare la terra? “Quando si potevano utilizzare i voucher, l’offerta di lavoro italiana non mancava. Il vantaggio era che, senza gli oneri di un’assunzione, avevi accesso a una forma di lavoro agile, che funzionava. Speriamo ci ripensino”.