Francesco prepara l'erede, ma la successione è tutt'altro che blindata

Nessun gruppo, a oggi, è una falange compatta, riunita attorno a un nome. Ogni calcolo o previsione sono del tutto prematuri

Matteo Matzuzzi

Tra i non elettori perché ultraottantenni c’è mons. Agostino Marchetto, definito dal Papa “il più grande ermeneuta del Concilio Vaticano II”. Piccolo particolare che i lettori del Foglio conoscono da anni: mons. Marchetto è uno strenuo oppositore dell’interpretazione del Concilio come una “rottura” nella storia della Chiesa, fatta propria e declamata dalla Scuola di Bologna del fu professor Giuseppe Alberigo

Il prossimo 30 settembre, pochi giorni prima dell’apertura del Sinodo, il Papa creerà 21 nuovi cardinali, di cui 18 elettori. Il primo dato che risalta è numerico: per quella data, gli elettori saranno 137, diciassette in più del tetto fissato da Paolo VI. Il che significa, innanzitutto, che se si tenesse un Conclave a breve, il quorum dei due terzi risulterebbe fissato a 92 voti. Un’enormità, soprattutto per un Collegio dove i porporati si conoscono poco e non di rado hanno una limitata conoscenza delle “questioni romane” relative al governo della Chiesa universale.

   

La lista annunciata da Francesco – sarà il nono concistoro – non si discosta dalle precedenti: l’orientamento dei prescelti è chiaro e riflette la linea pastorale del pontificato corrente. Scontate le porpore ai tre curiali Prevost (prefetto per i Vescovi), Gugerotti (Chiese orientali) e Fernández (Dottrina della fede), in quest’ordine che non è casuale: ricalca grosso modo quello del primo concistoro bergogliano, quando il primo della lista fu il segretario di stato, quindi il segretario generale del Sinodo dei vescovi, terzo il titolare del fu Sant’Uffizio. Il resto è la riproposizione dello schema perseguito in questo decennio: sorprese e pochi nomi rappresentativi di sedi “tradizionalmente cardinalizie”. Francesco, in questo, è rigoroso nell’adempiere alla norma: il cardinalato va alla persona, non alla diocesi. Se poi la persona è affine al modo di pensare e di agire del Pontefice, meglio ancora. Si spiega così, ad esempio, la creazione cardinalizia di mons. José Cobo Cano, arcivescovo di Madrid nominato un mese fa e che solo sabato scorso ha preso possesso della cattedra. Ha 57 anni e il suo predecessore, il cardinale Osoro Sierra, è ancora elettore: non c’era, insomma, fretta. Ma mons. Cano è stata una nomina fortemente voluta dal Papa, che si è imposto anche sui pur fidati consiglieri in loco, che avevano in mente altri nomi.

  

Trionfa l’Argentina, che oltre a mons. Fernández avrà in Conclave anche il gesuita Angel Sixto Rossi, arcivescovo di Córdoba e attivissimo in campo sociale, e il novantaseienne Luis Dri, confessore al Santuario della Madonna di Pompei di Buenos Aires. Ennesimo messaggio, poi, alla Conferenza episcopale americana: la maggioranza dei vescovi statunitensi continua a mantenere una posizione distante dall’agenda di Francesco che, quindi, porta nel Collegio le personalità che più rappresentano la sua linea. Stavolta nessun vescovo diocesano, ma direttamente il nunzio apostolico, mons. Christophe Pierre, prima “antenna” di Santa Marta in terra americana. E l’altro nunzio a essere preconizzato cardinale è quello in Italia, mons. Emil Paul Tscherrig, chiamato anche qui a dare nuova linfa alla Chiesa italiana che poco o nulla ha interiorizzato delle direttive papali risalenti al Convegno ecclesiale di Firenze, nel 2015. Di italiani titolari di diocesi, in questo concistoro, neanche uno, nonostante nei conciliaboli di palazzo fossero dati per certi o quasi l’arcivescovo di Napoli, Domenico Battaglia, e quello di Torino, Roberto Repole. Italiano è invece il patriarca latino di Gerusalemme, Pierbattista Pizzaballa, già custode di Terra santa, che sarà cardinale e che di certo non sarà un parvenu nel futuro Conclave. Il resto sono gesti di attenzione al mondo, le porpore in Sud Sudan, Sudafrica e Tanzania; in Malaysia. Sarà cardinale il vescovo di Hong Kong, il gesuita Stephen Chow, fermo nel rivendicare la libertà dei cristiani ma al contempo determinato a cercare un canale vero di dialogo con Pechino (è apprezzato, e non poco, anche dal cardinale Joseph Zen). Assente a sorpresa l’Australia, che dopo la morte di George Pell non ha più rappresentanti nel Collegio.

  

Gli osservatori vedono nella lista annunciata domenica una sorta di blindatura del Collegio nell’ottica della successione a Francesco, quasi s’intravedesse la volontà di fornire ai cardinali già una maggioranza predeterminata. Sulla carta, è possibile. Nella realtà, meno. Nessun gruppo, a oggi, è una falange  compatta, riunita attorno a un nome. Anzi, l’effetto delle nomine “a sorpresa” di Francesco è proprio quello di aver agitato le acque, non appoggiando la stola sulla mozzetta di un possibile pupillo.

   

Ci sono i cardinali noti al grande pubblico e ai vescovi del globo, ma per essere eletti servono più di novanta voti – a meno di non voler replicare gli infiniti conclavi settecenteschi – e gli elettori non votano in base alle figurine. Di certo è che il Collegio, oggi, pare più condizionabile dallo Spirito del tempo, formato da eminenze che parlano della necessità di “aggiornare”, “adeguare”, “cambiare” per non limitarsi a riproporre schemi del passato e il solito “si è sempre fatto così”. Passare dai princìpi a scrivere un nome su carta, è tutt’altro discorso: più complicato. Tra i non elettori perché ultraottantenni c’è mons. Agostino Marchetto, definito dal Papa “il più grande ermeneuta del Concilio Vaticano II”. Piccolo particolare che i lettori del Foglio conoscono da anni: mons. Marchetto è uno strenuo oppositore dell’interpretazione del Concilio come una “rottura” nella storia della Chiesa, fatta propria e declamata dalla Scuola di Bologna del fu professor Giuseppe Alberigo.

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  • Matteo Matzuzzi
  • Friulsardo, è nato nel 1986. Laureato in politica internazionale e diplomazia a Padova con tesi su turchi e americani, è stato arbitro di calcio. Al Foglio dal 2011, si occupa di Chiesa, Papi, religioni e libri. Scrittore prediletto: Joseph Roth (ma va bene qualunque cosa relativa alla finis Austriae). È caporedattore dal 2020.