Quell'onda laicista che ha raggiunto la Polonia

Matteo Matzuzzi

Il collante nazionale è sempre stato rappresentato dalla religione. Ora il film “Kler” è l’apice di una crisi che attraversa la chiesa polacca

Roma. “Il nostro patrimonio nella lotta a nazismo, comunismo, diritti lgbt e islamismo: Wyszinski, Wojtyla, Popieluszko, Kolbe”, si legge sui cartelloni pubblicitari fatti affiggere nelle città polacche dal settimanale conservatore Gazeta Polska. Enormi manifesti – esistono anche le versioni ridotte, in formato locandina – che danno l’idea di essere il disperato tentativo di arrestare l’onda laicista che si è abbattuta anche sul bastione più cattolico d’Europa, la Polonia dove l’85 per cento della popolazione si professa convintamente fedele a Roma e Radio Maryja resta la radio più ascoltata non appena ci si lascia alle spalle i viali trafficati delle grandi città. Il beato Jerzy Popieluszko e san Massimiliano Kolbe, volti di preti martiri messi lì come monito perentorio a una popolazione che lentamente, soprattutto nelle sue generazioni più giovani, inizia a farsi circuire dalle comodità che reca con sé la secolarizzazione.

 

Il film del momento, “Kler”, con le code ai cinema dei centri più grandi e laici, è come il tappo tolto d’improvviso a un vaso di Pandora. Racconta di preti abusatori quasi fosse una sorta di Spotlight sulla Vistola, di sacramenti venduti a caro prezzo, di sacerdoti più dediti alla vódka che alla lettura del breviario. Il governo ha tentato di bloccarne la diffusione agitando il consueto spauracchio, quello cioè della minaccia esterna che da oriente o da occidente attenta implacabile ai valori fondanti della patria e che sempre ha avuto una forte presa sulle coscienze nazionali. Residuo della storia, si dirà. Non a caso, i vertici istituzionali del paese definiscono “Kler” un “attentato”, un’operazione “anticlericale e antipolacca”. Pawel Soloch, responsabile dell’Ufficio presidenziale per la sicurezza nazionale, ha paragonato il film alla propaganda nazista sugli ebrei. La reazione è evidente e nasconde la paura d’essere assimilati al resto d’una Europa della quale Varsavia non si è mai considerata totalmente parte, se non a intermittenza e a seconda delle convenienze. 

 

E’ il terrore di finire annichiliti, sconfitti in casa propria da un avversario determinato il cui arrivo è ineluttabile: il confronto con tutto ciò che il moderno porta con sé. Il collante nazionale in Polonia è sempre stato rappresentato dalla chiesa, anche quando il territorio fu smembrato a ripetizione dalle potenze confinanti. Il cattolicesimo teneva unite le città e le campagne, divenendo poi nel secondo Novecento l’anima della resistenza all’ideologia comunista. Un monolite che ebbe il momento d’oro nel pontificato di Giovanni Paolo II, durato un quarto di secolo.

 

Oggi anche su quel terreno s’intravedono le prime crepe, con i vescovi locali che non marciano più come un sol uomo. America magazine, la rivista dei gesuiti liberal della East coast statunitense, ricorda che “per anni la chiesa polacca è stata combattuta sull’opportunità di seguire la posizione anti migranti del governo o la linea perseguita da Papa Francesco”. Alla fine, si legge sul settimanale americano, ha prevalso la linea più dura, quella che al primo posto metteva la Polonia “slava e cattolica”, enfatizzando i valori nazionali e organizzando grandi manifestazioni di popolo a difesa degli stessi. La risposta della chiesa polacca alla questione migratoria “è di aiutare i rifugiati nei paesi dove sono in corso crisi umanitarie”, diceva il vescovo Krzysztof Zadarko. A riprova di ciò, si annoverano i ventimila cittadini che hanno donato 2 milioni di zloty (più o meno mezzo milione di euro) a quasi novemila famiglie siriane ogni mese nell’ambito del programma “Family to Family” della Caritas. Aiutarli sì (e la generosità non manca) ma a casa loro. Un fronte compatto che però ultimamente ha visto palesarsi qualche voce controcorrente, e andare controcorrente su temi come questi in Polonia significa mettersi contro il governo conservatore che ha sempre in Radio Maryja il pulpito privilegiato: “Non accettare i rifugiati significa ‘dimettersi’ dall’essere cristiani”, ha detto il vescovo Tadeusz Pieronek. Il livello è doppio: se i cardinali, che sono i più esposti, ripetono le linee-guida del Papa, alla base il clero stenta a far propria l’agenda romana, al punto che le organizzazioni non governative impegnate nell’assistenza dei migranti sottolineano come sia più semplice lavorare con le parrocchie tedesche e austriache anziché con quelle polacche. Un clero che si trova in difficoltà, impegnato a fare i conti con le rivelazioni di “Kler” e i processi in tribunale di preti dalla doppia vita, propaggine estrema dell’onda lunga americana. Anche qui, nonostante i manifesti e l’arroccamento a difesa del fortino tradizionale, le ferite si fanno sentire e il bastione non appare più sicuro come lo era fino a pochi anni fa.

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  • Matteo Matzuzzi
  • Friulsardo, è nato nel 1986. Laureato in politica internazionale e diplomazia a Padova con tesi su turchi e americani, è stato arbitro di calcio. Al Foglio dal 2011, si occupa di Chiesa, Papi, religioni e libri. Scrittore prediletto: Joseph Roth (ma va bene qualunque cosa relativa alla finis Austriae). È caporedattore dal 2020.