Da Cuba alla Cina e (forse) a Pyongyang. Geopolitica papale

Matteo Matzuzzi

La Santa Sede è tornata protagonista sullo scacchiere mondiale. Con tanti successi e qualche giro a vuoto

Roma. Tre anni fa, mentre Raúl Castro e Barack Obama apparivano in tv ringraziando entrambi il Papa per il ruolo decisivo svolto nel propiziare il disgelo tra Cuba e gli Stati Uniti, il cardinale Dominique Mamberti diceva che “grazie a Papa Francesco, il peso della diplomazia pontificia nel contesto internazionale è in crescita. Ma come lo stesso Pontefice ci ha ricordato più volte, rappresentare la chiesa cattolica agli occhi del mondo è un compito molto delicato, che richiede pazienza e perseveranza”. Sembravano parole profetiche, soprattutto considerando quanto sarebbe accaduto trentasei mesi più tardi, con l’accordo siglato tra la Santa Sede e la Cina in relazione alle nomine episcopali. Un’intesa provvisoria, che però segna comunque una svolta rispetto ai muri eretti fino al giorno prima. Il mappamondo di Francesco si allarga sempre di più, anno dopo anno. Non è tanto una questione di viaggi apostolici in paesi esotici, ma è la linea per così dire “geopolitica” del pontificato a essere degna di sottolineatura. Perché Jorge Mario Bergoglio, descritto all’indomani del Conclave del 2013 come una sorta di “eremita” è in realtà un Papa pienamente politico. Il che vuole essere un complimento: dopotutto la politica, diceva Paolo VI, è “la forma più alta della carità”. Un Papa che in diplomazia ha successo, forse anche perché preso alla fine del mondo ed estraneo a consolidate logiche romane che in passato hanno creato insormontabili ostacoli all’azione della Santa Sede. Francesco in cinque anni di pontificato è stato omaggiato e riverito da Castro e Obama tornati amici, a Cuba si è abbracciato con Kirill, patriarca di Mosca che come si vede ora nello scontro con Costantinopoli non è solito dispensare abbracci e mostrarsi cedevole su quelli che ritiene essere davvero princìpi non negoziabili. Ha portato in Vaticano Shimon Peres e Abu Mazen, ha dato un colpo alla muraglia cinese che di concedere qualcosa al vicario di Cristo in terra non aveva la minima intenzione. Ora attende con tranquillità l’invito ufficiale a recarsi a Pyongyang, capitale del regno del terrore ateo e comunista che destina alla morte in campi di concentramento chi crede in qualcosa che non sia la semidivinità del leader al comando. L’Asia è il chiodo fisso di Francesco, e non solo perché da giovane immaginava la propria vita come missionario in Giappone – Pedro Arrupe, preposito generale gesuita, non era dello stesso parere – ma anche perché sa bene che è lì che la chiesa deve lavorare di più. La fede cresce a oriente, ma non ai ritmi che si vedono in Africa e che nonostante tutto si mantengono stabili anche nella complessa realtà latinoamericana. “Già negli anni Trenta si diceva che l’Asia rappresentava la sfida, poi le cose non sono andate avanti per il meglio”, diceva tempo fa al Foglio lo storico Andrea Riccardi. E dire Asia, oggi, significa dire Cina. Sì, si può mettere piede in Myanmar e in Bangladesh, ci si possono concedere i bagni di folla tra gli entusiasti cattolici filippini e ammirare l’orante contegno dei “nuovi” cattolici sudcoreani. Ma senza Pechino, potenzialmente secondo le statistiche il paese più cristiano al mondo, la prospettiva resta limitata. E per portare a casa la stretta di mano con Pechino si è disposti anche a scendere a compromessi dolorosi, inaccettabili per una parte non irrilevante (neppure numericamente) di fedeli cattolici. Il cardinale Joseph Zen, da sempre contrario a ogni intesa con il regime, non è di certo isolato. 

 

Se è vero che la maggior parte dei cattolici cinesi, patriottici o clandestini, vede nel fragile accordo uno spiraglio positivo, è altrettanto vero che decenni di martirio sono lì a testimoniare la sofferenza di una chiesa intera. Dolorosi perché lasceranno indietro qualcuno, inevitabilmente: l’inusuale comunicato stampa diffuso la scorsa settimana con cui il Vaticano faceva sapere al mondo che non è allo studio alcun viaggio del Papa a Taiwan è emblematico nel voler recapitare un messaggio alla Cina, tranquillizzandola. Un revival della stagione casaroliana, dice qualche vecchio frequentatore dei Sacri Palazzi: tutto pur di portare a casa qualcosa, anche se minimo. Poi si vedrà. D’altronde è da quella scuola che proviene l’attuale segretario di stato, Pietro Parolin, che di dossier asiatici in Vaticano è il più grande conoscitore. L’intesa col Vietnam avviata sotto Giovanni Paolo II è merito suo, così come gli anni di negoziati con i maggiorenti cinesi. Un filo conduttore unico: il realismo politico. Per qualcuno è definizione pari quasi a una bestemmia, per altri significa nient’altro che lavorare immersi nella realtà di questo mondo, con i piedi ben piantati a terra. Opinioni divergenti e probabilmente inconciliabili, ciascuna delle quali ha i suoi pro e i suoi contra.

 

Paradossalmente, il terreno sul quale la diplomazia del Papa sudamericano ha fatto più fatica ad attecchire è proprio l’America meridionale, il contesto che meglio conosce. Due casi su tutti: la Colombia e soprattutto il Venezuela. Nonostante gli sforzi della Santa Sede e di Francesco in persona, due anni fa il popolo colombiano bocciò sorprendentemente – nessun sondaggio l’aveva pronosticato – l’accordo di pace con le Farc, che comunque non interruppe il percorso di riconciliazione nazionale. Ma è sul dossier venezuelano che la pazienza vaticana è stata messa più a dura prova. Tirato a destra e sinistra, il Pontefice ha sempre preferito rimanere spettatore interessato della contesa tra i sostenitori del governo chavista di Nicolás Maduro e le frastagliate opposizioni. Entrambi i gruppi da sempre hanno cercato di giocare la carta dell’intervento papale per assestare il colpo definitivo all’avversario. La Santa Sede si è detta disponibile a fare la sua parte, ma solo nell’ambito di un’intesa sui ruoli e sullo spazio d’azione. Soprattutto, il Vaticano è disponibile a “facilitare” un’intesa, non a “mediare”. Sono concetti ben distinti che rimarcano la volontà di non impelagarsi nella guerriglia venezuelana. Un po’ come accade con il Nicaragua di Daniel Ortega, le cui squadracce bastonano preti e vescovi all’interno delle chiese. Situazioni complesse, dove la prima linea è lasciata ai pastori locali.

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  • Matteo Matzuzzi
  • Friulsardo, è nato nel 1986. Laureato in politica internazionale e diplomazia a Padova con tesi su turchi e americani, è stato arbitro di calcio. Al Foglio dal 2011, si occupa di Chiesa, Papi, religioni e libri. Scrittore prediletto: Joseph Roth (ma va bene qualunque cosa relativa alla finis Austriae). È caporedattore dal 2020.