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Nell’11 settembre della chiesa ci finisce di mezzo pure Benedetto XVI

La colpa del predecessore di Papa Francesco? Condividere (forse) l’Opzione Benedetto di Rod Dreher

13 Settembre 2018 alle 06:15

Nell’11 settembre della chiesa ci finisce di mezzo pure Benedetto XVI

Foto LaPresse

Roma. I tanti Leonida che, non si sa bene perché, si sono schierati a difesa di Santa Marta, pronti all’estremo sacrificio proprio come fece il re spartano contro i barbari persiani, l’hanno detto subito: la teologia di Benedetto XVI è stata ridotta alla Opzione Benedetto di Rod Dreher, l’autore del libro che il New York Times – non la Gazzetta dei pii monaci tradizionalisti di Norcia – ha definito “il più importante libro di questioni religiose del decennio”. Che poi è un’opinione legittima ma discutibile, trattandosi di un libro e non di un dogma di fede. Invocare roghi e moderne iscrizioni all’Indice desta quindi sorpresa, considerando che tali richieste provengono dai più intrepidi e ferventi hooligan del misericordina-team. La colpa sarebbe del discorso che il segretario particolare del Papa emerito, mons. Georg Gänswein, ha pronunciato martedì alla Camera dei deputati, lodando la cosiddetta Opzione Benedetto che una parte dell’intellighenzia critica cattolica ha bollato come un’operazione della destra religiosa americana che punta a minare l’ospedale da campo bergogliano, il pontificato della misericordia, le aperture varie, la grande riforma della chiesa. Sentire quindi dire da Georg Gänswein che si ha l’impressione che Dreher abbia “scritto ampie parti del libro quasi in un dialogo silenzioso con il Papa emerito che tace”, pone qualche problema non di poco conto. Soprattutto se si considera l’incipit del discorso, con il paragone tra l’11 settembre del 2001 che vide l’abbattimento per mano qaidista delle Torri gemelle e la crisi (di credibilità, secondo il Wall Street Journal) nella quale è sprofondata la chiesa. Un paragone che qualcuno ha definito improprio (parlare di aerei che per fortuna non si sono “fino a ora” schiantati su San Pietro e su altre cattedrali sparse qua e là nel mondo, fa sempre il suo particolare effetto), ma efficace data la mole di reazioni ricevute. Il discorso del segretario particolare del Papa emerito sposa le tesi dreheriane e affonda il dito nella piaga degli abusi, sottolineando che la crisi della chiesa è la crisi del clero e che nessuno a Roma più di Francesco lo sa. E lo sa bene, considerato che proprio ieri ha convocato per il prossimo febbraio in Vaticano tutti i presidenti delle conferenze episcopali per discutere su come affrontare il fenomeno.

 

Il discorso di mons. Gänswein, esplicito e chiaro, non è però circoscrivibile alla questione-pedofilia, benché abbia detto che “le notizie provenienti dall’America (…) ci trasmettono un messaggio ancor più terribile di quanto avrebbe potuto essere la notizia dell’improvviso crollo di tutte le chiese della Pennsylvania, insieme alla Basilica del Santuario Nazionale dell’Immacolata Concezione a Washington” – la città che fu dell’ex cardinale Theodore McCarrick e che oggi urla shame on you, “vergognati”, al suo arcivescovo in carica, il cardinale Donald Wuerl, intento a far sapere ai suoi preti che non vede l’ora di incontrare il Papa per sollecitare il proprio pensionamento (la lettera è stata recapitata a Francesco tre anni fa). Il segretario particolare di Ratzinger va oltre, perché dice che l’unica strada per salvare non solo la chiesa “ma l’intero progetto della nostra civiltà” è salire sull’arca prima che la grande alluvione, “l’autentico diluvio universale”, non lasci scampo all’uomo. Tornare cioè sulla strada imboccata duemila anni fa, altro che ammiccamento al mondo che si vuole conquistare ma che di farsi cingere da quell’abbraccio non ha alcuna intenzione. Un cambiamento di prospettiva (e d’agenda) notevole.

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