Perché l'arresto di Battisti non fa di ieri una giornata storica

Massimo Bordin

Risulta difficile comprendere le affermazioni dei due ministri, quello in borghese e quello mascherato. C'è un'altra data da tenere a mente per evitare che la memoria si annebbi: ventisei anni fa fu arrestato Totò Riina 

Il caso vuole che per una bizzarra quasi coincidenza di date, oggi sia l’anniversario dell’arresto di Totò Riina, avvenuto il 15 gennaio del 1993. È passato un quarto di secolo, la memoria può annebbiarsi, eppure ieri risultava difficile comprendere le affermazioni dei due ministri, quello in borghese e quello mascherato, precipitatisi a Ciampino per rimarcare come “storica” la data di ieri. Cesare Battisti era un membro di secondo piano di un gruppo terrorista di poche decine di persone che si sciolse nel giro di tre anni, non prima di aver ucciso cinque persone, a causa della dissociazione del suo fondatore, un tizio di Verona. Insomma non è la caratura criminale di Battisti a rendere storica la giornata, né il pericolo da lui rappresentato attualmente. Certo i tempi della sua latitanza sono stati molto lunghi ma neanche questo è un dato così straordinario. Un paio di anni fa, sempre dal Brasile venne estradato un camorrista di rango, Pasquale Scotti, dopo una latitanza lunga grosso modo quanto quella di Battisti. Nessun ministro o oppositore parlò di giornata storica, al massimo qualche cronista giudiziario napoletano. La caratteristica della latitanza di Battisti, più che la durata, è il suo svolgimento sotto gli occhi di tutti fra la rive gauche e Copacabana. L’obbiettivo della evidente strumentalizzazione governativa non è lui ma i suoi amici , “la sinistra”, quella di Mitterand e poi di Lula. Il cambio del regime brasiliano ha reso possibile tutto ciò. Prima che comparisse Bolsonaro, Battisti non era al centro dei pensieri del governo. Ora si può leggere qualsiasi cosa. Perfino un paragone fra un cancro e l’Internazionale socialista di Pietro Nenni e Willy Brandt.

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