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Un messaggio dal carcere del governo del popolo

L’sms del ministro Tria a Renato Brunetta mostra la difficoltà di un tecnico rispetto alle scelte politiche degli azionisti di maggioranza del governo. E alla bolla immaginaria in cui vivono

8 Dicembre 2018 alle 06:00

Un messaggio dal carcere del governo del popolo

Il ministro dell'Economia Giovanni Tria (foto LaPresse)

L’sms del ministro Tria a Renato Brunetta, di cui scriveva ieri Augusto Minzolini, potrebbe essere definito un messaggio dal carcere del governo del popolo, in cui peraltro il professore si è autorecluso. Le sue parole mostrano la difficoltà di un componente tecnico del governo rispetto alle scelte politiche di quelli che del governo sono gli azionisti di maggioranza sulla base di una “proprietà” che deriva loro dal voto del Parlamento. La questione è antica, altre volte si è proposta e l’esperienza insegna che non sempre “il lamento del tecnico” sia da avvalorare a prescindere ma che in questo caso qualcosa giochi a favore del ministro si può capire dalla risposta che ha ricevuto dal vicepremier Di Maio. Lo statista di Pomigliano ha tenuto per prima cosa ad assicurare alla stampa che nessuno nel M5s intende spingere Tria alle dimissioni. Fin qui nulla di rimarchevole, si salvano le forme nei modi un po’ ipocriti della politica tradizionale, se avesse detto “Tria stia pure sereno” sarebbe stato peggio. Solo che Di Maio ha pensato di rafforzare il concetto con una metafora calcistica: “Squadra che vince non si cambia”. Ha detto proprio così, squadra che vince, parlando di un governo che a tre settimane dal rischio dell’esercizio provvisorio ancora non ha messo nero su bianco i principali provvedimenti della manovra economica e in ogni caso si trova a concretissimo rischio di sanzione da parte dell’Ue. Per tacere di statistiche e indicatori economici non certo trionfali. Siamo oltre l’improntitudine, immersi in una bolla immaginaria all’interno della quale un professore di Economia è logico si trovi a disagio.

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