Davigo e la magistratura intesa come pubblica moralizzatrice

Massimo Bordin

La "toga rossa" Sanlorenzo critica l'ex presidente dell'Anm e descrive bene un problema che nel nostro paese esiste almeno dal 1992

L’intervista pubblicata ieri dalla Stampa alla ex segretaria di Magistratura democratica Rita Sanlorenzo è senza dubbio interessante. Sanlorenzo è candidata per le elezioni del Csm in contrapposizione, fra gli altri, a Piercamillo Davigo, giudice in Corte di cassazione dove Sanlorenzo è sostituto procuratore generale. Una sfida diretta che i giornali mostrano di voler seguire con attenzione.

 

La rappresentante della corrente di “Area”, le toghe rosse, per usare una immagine cara al Cav., non lesina critiche a Davigo. Dal punto di vista ideologico definisce il leader della corrente “Autonomia e Indipendenza” come esponente di una destra che spaccia illusioni semplicistiche chiedendo solo pene più alte e più carcere, priva di qualsiasi cultura delle garanzie. Davigo è rappresentato, realisticamente, come fautore di “una magistratura intesa non come corpo dello stato al servizio della legalità ma come tutore esclusivo della moralità pubblica. Una magistratura che si autocolloca su un piedistallo da cui esprime giudizi che vanno ben oltre le aule di giustizia”.

 

Non si potrebbe descrivere meglio un problema che nel nostro paese esiste almeno dal 1992 ma probabilmente da ancora prima. Così come sacrosante appaiono le considerazioni sui rischi di “una permanente esibizione di popolarità” di fronte a “platee osannanti”. Ben detto. Talmente bene che non può non far venire in mente la passeggiata nella galleria milanese, fra due ali di folla plaudente, di Antonio Di Pietro insieme alla “toga rossa” Gherardo Colombo e, per l’appunto, Piercamillo Davigo che oggi, alla fine, è rimasto padrone del campo, come era ampiamente prevedibile.