Sopprimere i bambini non è la cura

Giulio Meotti

20/10/2019

Sopprimere i bambini non è la cura

Le Méné contro la deriva eugenetica in Francia, che vorrebbe aprire alla distruzione in vitro degli embrioni malati

Roma. “La pratica della diagnosi prenatale tende alla soppressione e non alla cura”, non è buona medicina ma “una ideologia resa possibile dalla tecnica” e “una politica che flirta ogni giorno di più con l’eugenetica”. A lanciare l’allarme nel 2007 fu Didier Sicard, presidente del Comitato di bioetica francese. La “soppressione” di cui parlava riguarda soprattutto i bambini affetti da sindrome di Down o trisomia 21. La Francia è leader mondiale nei tassi di eliminazione di questa categoria di persone con il 96 per cento di aborti.

 

Dopo centodieci ore di audizioni e dibattiti in commissione, l’Assemblea nazionale francese ha adottato in prima lettura il disegno di legge sulla bioetica. Durissimo Jacques Testart, il padre della prima bambina nata in provetta in Francia (1982), che su Politis ha scritto: “Nella nostra cultura si sta compiendo una vera rivoluzione tecnocentrica con l’attuale revisione della legge sulla bioetica. La ‘bioetica francese’ si basava su alcuni grandi princìpi, come la dignità dell’embrione e il divieto di conformazione genetica. Tutti questi princìpi stanno per essere spazzati via in nome del progresso scientifico e tecnico, una intossicazione tecnofila mai vista”.

 

Nei giorni precedenti all’approvazione del disegno di legge, sul Monde è apparso un appello contro la “banalizzazione dell’eliminazione dei bambini con disabilità” e l’ “innalzamento di un diritto al bambino sano, che significa concretamente l’eliminazione di embrioni e feti a rischio malattia”. Anche la chiesa francese si era fatta sentire con Pierre d’Ornellas, arcivescovo di Rennes, che al Figaro ha denunciato “una società costruita sull’arbitrarietà dei desideri e sul dominio dei forti”. Critiche non certo cadute nel vuoto. Così, il ministro della Salute, Agnès Buzyn, si è opposta alle tecniche eugenetiche: “Per quanto tempo saremo in grado di resistere all’estensione della ricerca ad altre malattie? Con quali malattie non si può vivere? Questa è una chiara deriva eugenetica”.

 

La legge vieta per ora la rilevazione di anomalie cromosomiche (come la trisomia 21) tramite diagnosi preimpianto e il bébé-médicament, il “bambino-farmaco” concepito tramite selezione degli embrioni per guarire il fratello da una malattia grazie al sangue del cordone ombelicale. Chi quella parola, “eugenetica”, l’ha sempre evocata è Jean-Marie Le Méné, presidente della Fondazione Jérôme Lejeune, che prende il nome del genetista che ha scoperto la trisomia 21. Padre di nove figli, Le Méné è membro della Pontificia accademia per la vita ed è tra le personalità cattoliche francesi di punta sulle tematiche che riguardano l’etica. “E’ stata una grande vittoria per i bambini disabili e contro la loro stigmatizzazione. Ora il pericolo è la legge al Senato”, dice Le Méné al Foglio. “La Francia è già oggi leader al mondo nella soppressione dei bambini Down, con tassi del 96 per cento. Si voleva sradicare anche quel restante quattro per cento portando la ricerca alla fase embrionale. Lejeune aveva sempre detto che la civiltà si misura dalla protezione che accordiamo ai membri più deboli della società. La legge macroniana sulla bioetica per me è molto negativa, apre alla manipolazione. Forse, per ora, il ‘progresso’ si sarebbe dovuto fermare e non aprire alla distruzione in vitro degli esseri umani malati. La battaglia non è terminata e si riaprirà a breve. La legge serve a preparare il terreno per la successiva evoluzione”. Quando Lejeune scopriva un’anomalia dall’esame dei cromosomi diceva che si trattava di una malattia. Ma osservando gli altri 44 cromosomi normali, vedeva l’umanità. E diceva: “Non condanno un membro della mia stirpe”.