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Il Consiglio di stato francese: Vincent Lambert deve morire

Non sia una legge a decidere quando sospendere alimentazione e idratazione

27 Aprile 2019 alle 06:12

Il Consiglio di stato francese: Vincent Lambert deve morire

Foto LaPresse

Il Consiglio di stato francese ha convalidato il 24 aprile scorso la decisione dei medici di sospendere l’alimentazione e l’idratazione che mantengono in vita Vincent Lambert, infermiere di 42 anni da undici anni in stato vegetativo in seguito ad un incidente stradale. Il caso Lambert divide da tempo l’opinione pubblica francese: da una parte i genitori Pierre e Viviane che vorrebbero continuare nel sostegno vitale per il figlio, dall’altra la moglie Rachel. “Contrariamente a quanto molti credono – afferma la madre – Vincent non è un vegetale connesso a delle macchine. Manifesta regolarmente la sua presenza, ci riconosce (…). Ha bisogno di tempo, di fiducia, di benevolenza”. “Vincent non avrebbe mai voluto una vita come questa” afferma di contro la moglie.

   

Il caso, prima di qualsiasi presa di posizione, ha bisogno di essere compreso precisamente. Vincent Lambert respira in modo autonomo, è tetraplegico quindi completamente immobile, nutrito e idratato in modo clinicamente assistito, le indagini radiologiche hanno a più riprese messo in luce lesioni cerebrali giudicate “irreversibili” e, a motivo di questo, non ha mostrato negli anni alcun segno di miglioramento. A fronte di tale oggettività è però difficilissimo per la medicina, anche per quella altamente tecnologica dei nostri giorni, dire che cosa realmente Vincent sia in grado di sentire, quale grado di coscienza possa aver conservato. La legge Clays – Leonetti afferma che di fronte al paziente incosciente, incapace cioè di esprimere la propria volontà, la decisione, in assenza di direttive anticipate, è nelle mani dei medici: dopo una “procedura collegiale” (in pratica la consultazione almeno di un altro medico e dell’équipe curante) a loro spetta dire se le terapie in atto rappresentano o meno un’ ostinazione irragionevole, rappresentano cioè trattamenti, per dirla con le parole esatte della legge, “inutili, sproporzionati o che non hanno altro effetto che quello di mantenere artificialmente la vita”. Nel caso Lambert sia il dottor Kariger, allora primario della divisione di cure palliative dell’ospedale universitario di Reims, sia più recentemente il dottor Sanchez, primario dell’unità per pazienti cerebrolesi della stessa struttura, sono giunti alle stesse conclusioni ritenendo sproporzionata e quindi da sospendere l’alimentazione e l’idratazione. Conclusione ad oggi ratificata ancora una volta dal Consiglio di stato.

   

La dolorosissima vicenda ci mette, come medici e come esseri umani, di fronte a un enorme dilemma e, lungi dal farci arroccare su posizioni certe che non esistono, interroga profondamente la nostra coscienza. Da un lato occorre essere consapevoli che la medicina oggi è potenzialmente in grado di tenere in vita anche pazienti in situazioni di gravissima e irreversibile compromissione delle funzioni fisiche e psichiche, persone che solo qualche decennio fa sarebbero morte per le conseguenze delle loro lesioni. Dall’altro vi è il timore che una pericolosa arbitrarietà possa venare, e avvelenare, decisioni prese dall’esterno per qualcuno che non può più esprimersi. Giova ricordare che la complessità di casi come quello di Vincent Lambert origina anche dal fatto che non vi sia traccia di una sua volontà pregressa rispetto alla prosecuzione o meno di tali trattamenti. Colpiscono molto le parole del dottor Kariger che, in un’intervista radiofonica di qualche anno fa, affermava di essere stato “segnato per sempre da questo caso” e di come fosse stato difficile prendere la decisione di “laisser partir” Vincent Lambert. Quando lavoravo come medico palliativista all’ospedale universitario di Ginevra non ho potuto condividere e mettere in pratica la decisione di sospendere ventilazione, idratazione e alimentazione per un paziente che si trovava in condizioni di coscienza simili a quelle di Vincent, conscio che quel gesto, se anche si fosse trattato di rinunciare a una “irragionevole ostinazione” ne avrebbe causato la morte in breve tempo. Non esistono soluzioni semplici per problemi di altissima complessità medica e umana, solo possiamo avere qualche speranza: che si lascino da parte posizioni ideologiche per restare su posizioni razionali, che si operi con grande prudenza e vera professionalità caso per caso, che non si sia costretti a demandare alla legge questioni che sono da risolvere all’interno di un’alleanza terapeutica vera, che non si sia obbligati da nessuna normativa ad agire contro la propria coscienza e che si creda fino in fondo nell’uomo anche quando tutto sembra perduto.

  

*Ferdinando Cancelli

medico palliativista

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