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Fermare il delirio

“E’ colpa del liberismo”, lo strano tic linguistico della Francia iperstatalista

“Un fantasma” si aggira per la Francia, “l’ultra-liberalismo”. Ci voleva l’Opinion, che fin dalla testata si autodefinisce “Quotidien libéral”, per sbattere in prima pagina uno dei tic linguistici più curiosi della Francia contemporanea.

8 Novembre 2014 alle 06:30

“E’ colpa del liberismo”, lo strano tic linguistico della Francia iperstatalista

Manuel Valls (foto LaPresse)

Roma. “Un fantasma” si aggira per la Francia, “l’ultra-liberalismo”. Ci voleva l’Opinion, che fin dalla testata si autodefinisce “Quotidien libéral”, per sbattere in prima pagina uno dei tic linguistici più curiosi della Francia contemporanea. Il sottotitolo spiega tutto: “Non passa giorno senza che un politico, a destra come a sinistra, attacchi il liberalismo, colpevole di minare il nostro modello. Ma la Francia non è mai stata così socialisée, questo piuttosto è il problema”, sostiene il giornale fondato e diretto da Nicolas Beytout, che esordì nelle edicole l’anno scorso ispirandosi dichiaratamente all’italiano Foglio e all’americano Politico.

 

Seguono due pagine costruite sapientemente, giustapponendo da una parte un flusso continuo di dichiarazioni bipartisan contro “i liberali o, peggio ancora, i neoliberali e gli ultraliberali” e dall’altra “dieci indici statistici che dimostrano l’onnipresenza dello stato” nella vita quotidiana dei francesi. Così, per una Marine Le Pen (leader del Front national di destra) che accusa l’attuale premier francese, il socialista Manuel Valls, di essere “un disinibito ultraliberale”, l’Opinion ricorda che la spesa pubblica di Parigi sarà pari a 1.209 miliardi nell’anno in corso, pari al 56,9 per cento del pil (in proporzione soltanto la Danimarca spende di più): “Le amministrazioni centrali, locali e sociali francesi spendono ogni anno sette volte la ricchezza prodotta dal Portogallo!”. Per una Martine Aubry, sindaco di Lille e dirigente di spicco del Partito socialista che critica “la vecchie ricette liberiste” del suo stesso movimento, l’Opinion si chiede come si possa parlare di “deregulation selvaggia” nel paese in cui da 15 anni a questa parte si approvano 100 leggi nazionali all’anno e un permesso per costruire necessita in media di 11 mesi di attesa. Per non dire poi delle intemerate di esponenti verdi, altermondisti, del sindacato – raccolte dal quotidiano francese – con la loro opposizione roboante al governo Valls che pure nelle scorse settimane aveva per esempio garantito: non si tocca il tetto-totem delle 35 ore di lavoro settimanali. Secondo l’economista Jean-Pierre Petit, presidente della società di ricerca indipendente Les Cahiers Verts de l’Economie, “la realtà delle cose è che la Francia è un paese profondamente socialista”, nel quale la “socialisation des esprits” è tale che “non abbiamo nessuna riflessione collettiva sull’efficacia, la valutazione o anche la legittimità della spesa pubblica”. Né è solo questione di efficienza economica. Secondo l’Opinion, a forza di agitare il “fantasma ultraliberale”, Parigi resterà quel posto in cui si proibisce per legge di fumare nella propria automobile se a bordo c’è un figlio con meno di 12 anni o in cui il ministro ricorda via radio ai genitori di dire ai figli “finisci quel che c’è nel piatto” in nome della lotta allo spreco. 

 

[**Video_box_2**]Tanto meno liberismo c’è nei propri confini nazionali, insomma, e tanto più lo spettro liberista viene agitato con foga. Nemmeno l’Italia, come noto, è immune allo strano tic. Susanna Camusso (Cgil) che accusa Renzi di essere l’incarnazione italiana di Margaret Thatcher, Sergio Cofferati (oggi Pd, ieri Cgil) che incolpa il “liberismo senza freni che sta dilagando” per il quasi crac dell’Opera di Roma, Cesare Damiano (presidente della commissione Lavoro del Pd) che si rivolge così al segretario del suo partito, nonché premier: “Caro Renzi, il tuo programma neoliberista non aiuta il paese”. Pure il giovane e solitamente brillante Emanuele Ferragina, nel suo ultimo libro “La maggioranza invisibile” (Bur Rizzoli), sostiene che “garantiti e neoliberisti hanno dominato la vita sociale del paese”, senza intravvedervi contraddizione alcuna. Il tutto nel paese in cui il debito pubblico ha superato il 130 per cento del pil. Sarà colpa del liberismo.

Marco Valerio Lo Prete

Marco Valerio Lo Prete

Al Foglio dal marzo 2009, dove entra appena laureato in Scienze Politiche, il suo cursus honorum è il seguente: stagista, praticante, redattore dell'Economia, coordinatore del desk Economia e poi dal 2015 vicedirettore. Nasce nel 1985 sull'Isola Tiberina. Nella Capitale si muove poco: asilo, scuole elementari e medie, liceo e università, tutto nel giro di pochi chilometri quadrati. In compenso varca spesso (e volentieri) le frontiere del Paese natìo. Prima per studiare un anno nella ridente Rochester (New York, USA), poi – dopo numerose e più brevi escursioni – emigra all'Université Libre di Bruxelles per sei mesi. E a Bruxelles ci ritorna, ancora per sei mesi, per affiancare un formidabile manipolo di Radicali che lavora al Parlamento Europeo. Mentre si trova nel punto del globo più distante da Roma, facendo ricerca sull’immigrazione all’Università di Melbourne, in Australia, riceve una e-mail dal Foglio: non ci crede, pensa sia spam, invece è uno stage. Da qualche tempo si applica allo studio della lingua tedesca.  

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